domenica 27 novembre 2011

I libri e i motorini - la parola all'editor

I libri sono come i motorini? E chi fa il motore dei libri, ossia gli scrittori, dovrebbe essere un caparbio meccanico? Sempre a trafficare sotto traccia, con le mani sporche a rubare il mondo, pur di truccare il motore del proprio romanzo e farlo correre più (e meglio) degli altri? Sembrerebbe di sì. Almeno secondo Cristiano Armati, autore del divertente, dissacratorio e utilissimo libro che la Giulio Perrone editore ha appena dato alle stampe: Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno.

In questo piccolo volume (94 pagine) sono racchiuse alcune richieste che Cristiano Armati, editor di professione e attento osservatore dell’aspirante scrittore per necessità, rivolge a chiunque avesse l’intenzione di cimentarsi con la scrittura con l’idea di veder poi pubblicato il proprio lavoro. Non è un vademecum per scrittori esordienti, quello di Cristiano Armati, non ne ha la pretesa, né tantomeno lo potremmo definire decalogo (e non soltanto perché va ben oltre le dieci regole), si tratta invece di una vera e propria “supplica” rivolta agli aspiranti scrittori, che troppo spesso sembrano ignorare non soltanto le regole di funzionamento di una casa editrice, ma anche (e soprattutto per Armati) i bisogni di colui che può decidere se il loro testo è degno di proseguire la propria strada verso la pubblicazione.

Parliamo dell’editor, quello strano figuro che si aggira fra pile traballanti di manoscritti mal rilegati, scatoloni esausti e buste dalla forma esplosiva, alla ricerca di una “splendida conchiglia” da cui estrarre il romanzo, il saggio, il racconto dell’anno. E sebbene spesso, dopo estenuanti nottate di lettura, rimanga deluso, è capace di ricominciare daccapo, con la stessa caparbietà che richiede ad un autore.

Cristiano Armati, forte di un’esperienza pluriennale presso case editrici come Newton Compton e Castelvecchi, svela al lettore quali dovrebbero essere i requisiti minimi per poter sperare di essere letti da un editor: come rilegare un testo, come spedirlo, presentarlo e perché no, magari anche come scriverlo. Nel farlo apre al lettore le porte di un mondo che lo scrittore esordiente tende a volte a mitizzare o peggio ad ignorare, salvo poi lamentarsi per i risultati non confacenti alle proprie aspettative.

L’iniziativa è da elogiare, quello di cui il lettore e l’aspirante scrittore potrebbero sentire la mancanza, alla fine di questa lettura, è qualche suggerimento in più sulle cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a fare ma che invece non fanno per catturare l’attenzione di un editor, ma c’è da sperare in un prossimo libro. Nel frattempo il lettore potrà piluccare alcuni succulenti spaccati di vita editoriale, che senza mai forzare troppo la mano sulle ingenuità (vere o presunte) del novello scrittore, Cristiano Armati condivide e ripercorre con ovvio piacere e consolidata passione per un lavoro che, grazie a lui, oggi conosciamo un po’ meglio.

Gli aspiranti scrittori? Un male incurabile secondo gli editor…di cui non si può proprio fare a meno.

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domenica 20 novembre 2011

LaLettura di Ai Weiwei

Se avete comprato Il Corriere della Sera la settimana scorsa, per l’esattezza domenica 13 novembre, avrete ricevuto, insieme al quotidiano, quello che avrete catalogato come uno degli oramai insopprimibili e prolifici inserti di cui anche Il Corriere si è arricchito negli ultimi anni pur di “aggredire” (chiedo subito venia per il linguaggio marketing oriented) nuovi inconsapevoli “segmenti” di pubblico.
Le avrete a stento degnate di uno sguardo quelle cinquanta pagine aggiuntive, che non facevano altro che affaticare il vostro braccio, i più attenti si saranno espressi in una smorfia d’incredulità per l’omone asiatico seduto su una poltroncina al centro del nulla che campeggiava sulla copertina dell’inserto. Ma poco più di questo.
Poi avrete lanciato l’inserto (e forse anche il quotidiano) sul sedile posteriore della vostra auto o nel bauletto del motorino, dove sarà probabilmente rimasto per giorni, intonso, nascosto ai vostri occhi, come tutti i buoni propositi infranti della domenica. Beh, è il caso di andare a ripescarlo! Avete avuto per le mani il primo numero del settimanale LaLettura, coraggioso esperimento de Il Corriere della Sera per rilanciare lo storico mensile (dallo stesso titolo, ma ora presentato con cadenza settimanale) che nei primi cinquant’anni del Novecento il quotidiano milanese offriva ai lettori per diffondere e stimolare il piacere della lettura, puntando sulla diversità di stili e di espressioni artistiche, con l’obiettivo (e qui sta la vera sfida di questa iniziativa) di mettere in discussione presunte certezze, che non solo in campo letterario in Italia si sprecano.   
Solo l’articolo di Paolo Di Stefano, dedicato all’utilizzo della pioggia come momento ispiratore nella letteratura, vale lo sforzo di tirarlo fuori dall’auto e portarvelo a casa. Chiudetevi in bagno, per resistere alle lusinghe serali della TV o alle richieste dei vostri familiari, e leggete. Vi verrà sicuramente voglia di ripetere l’esperimento, magari addirittura con un libro.
A proposito, l’omone in copertina, ammanettato alla sedia, è Ai Weiwei, artista, designer e soprattutto attivista cinese.

domenica 13 novembre 2011

Un inverno con Baudelaire di Harold Cobert

Come spiegare ad un bambino perché si susseguono il giorno e la notte? O perché la sera è cosparsa di stelle e l’alba di rugiada? Philippe Lafosse ha la sua idea: tutto dipende da un amore negato, da due giovani, divisi, perché insieme producevano troppa luce. 
È così che inizia il romanzo di Harold Cobert Un inverno con Baudelaire (elliot edizioni), con una favola narrata dal protagonista (Philippe Lafosse) a sua figlia Claire, con una speranza: ottenere ciò che si desidera, anche se sembra contrario alle più basilari leggi di natura e a tutto ciò che ci circonda, scoprendo che negli altri c’è posto (a volte) anche per un po’ di ascolto. Ma non lasciatevi ingannare da questo incipit, non siamo incappati in un libro per bambini, né in uno dei tanti testi più o meno interessanti e ripetitivi, prodotti sulla scia del Favoloso mondo di Amélie, no, il libro di Cobert  è ben piantato nel contesto sociale in cui viviamo. L’autore ci narra la storia di un uomo qualunque che dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, inizia ad avere difficoltà anche sul lavoro, fino a perderlo, trovandosi senza soldi e soprattutto (o dovremmo dire di conseguenza) senza amici, senza aiuto, sperimentando così la vita del clochard. Sorretto da una serie di telegrafici capitoli in cui si susseguono le giornate di Philippe e la sua rapida ed inesorabile discesa nel sottosuolo del capitalismo, il romanzo di Cobert ci fa conoscere l’inaccettabile e degradante routine delle giornate di un barbone a Parigi, tanto più inaccettabile, degradante e vicina perché comprensibile e percorribile da ognuno di noi in un momento di difficoltà e in un contesto socio economico in cui la linea fra povertà e borghesia è sempre più labile. Lo stile asciutto, l’utilizzo del tempo presente per evidenziare il “qui e ora”, l’esasperata semplificazione del linguaggio utilizzato da Cobert, così come delle giornate e dei (pochissimi) rapporti umani che Philippe riesce ad attivare nel suo nuovo status sociale di barbone, ci consegnano un protagonista in cui sarà facile ritrovarsi e immedesimarsi, con le sue debolezze, abitudini e con l’esigenza forte e silenziosa di essere ascoltato, di continuare ad esistere. Sarà un cane che Philippe incontrerà sulla sua strada a costringerlo a risollevarsi, a continuare a credere nella possibilità di ottenere ciò che si desidera (nel caso di Philippe, sua figlia Claire), ad alimentare la volontà e la speranza del protagonista. Maltrattate, manipolate e soffocate, non scompariranno, tramutandosi in un cane (il Baudelaire del titolo del romanzo) che, come ci ricorda Baudelaire (stavolta il poeta), sarà anche lercio, senza dimora e girovago fra le gole sinuose delle città, ma di esso avremo sempre bisogno.
  
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domenica 6 novembre 2011

Weekend di Andrew Haigh al Festival del Cinema di Roma

Non sappiamo dove siamo, né dove finiremo. Non sappiamo cosa riusciremo davvero a guardare, ad ascoltare o a metabolizzare di questo film attorcigliato intorno a un weekend apparentemente inconsistente e troppo rapido; come quelli che spesso ci troviamo a percorrere nervosi e consapevoli del lunedì che incombe e del tempo che preme per viverci senza che la nostra volontà sia presa in considerazione.
Fin dal titolo di questo film di Andrew Haigh (WEEKEND appunto), imposto allo spettatore con una barriera di lettere bianche che campeggiano sui primi fotogrammi di una periferia inglese alla fine di un venerdì qualunque, lo spettatore comprende che il regista gli sta aprendo un varco su un territorio così vicino a lui da essere spesso trascurabile o meglio invisibile, uno spazio che lo spettatore potrà visitare, ma che non starà a lui giudicare e forse neanche capire del tutto.
Ciò che è probabile è che se avrete avuto la fortuna e l’azzardo di trovarvi a tu per tu, anzi a tu per loro con i due protagonisti di Weekend, non riuscirete a rimanere indifferenti davanti alla loro storia, al loro annusarsi, incontrarsi, sentirsi diversi per ragioni diverse e ciononostante affini, legati, capaci di parlarsi e soprattutto di ascoltarsi. Non potrete non appassionarvi ai tentativi di Russell di superare la sua timidezza con le sue osservazioni continue di un mondo costellato da urlanti parlatori che poco interesse hanno per la sue idee e tanto meno per la sua scelta di vita, né potrete evitare di invidiare Glen per la sua apparente sicurezza, per avere sempre la risposta giusta al momento giusto, per riuscire a tenersi così lontano dagli altri da evitare il dolore. Ed in questo sta la loro vicinanza, nel tentativo di evitare il dolore chiudendosi agli altri, senza riuscire a smettere di desiderare che qualcosa accada e cambi la loro giornata.
Russell e Glen sono inaccettabilmente veri e il fatto che siano due uomini ad essersi trovati e poi innamorati nel film di Haigh non ha alcun peso, potevano essere due etero o due donne, poco avrebbe cambiato o tolto alla storia, che rimane un inno alla nostra comune e innata diversità, che tentiamo spesso di soffocare per adeguarci ad uno standard che, fortunatamente,  non esiste.


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