domenica 26 aprile 2015

Incontro con Benjamin Wood – Il caso Bellwether

Il caso Bellwether (Bellwether Revivals nella versione originale) è il primo fortunato romanzo di Benjamin Wood, scrittore e insegnante di scrittura creativa alla Birkbeck University of London. Pubblicato da Simon & Schuster nel 2012, poi portato in USA e in Canada, il romanzo ha avuto un’accoglienza trionfale in Francia, dove ha ricevuto Le Prix du Roman Fnac 2014 e ora sta per diventare un film prodotto dalla BBC. Ponte alle Grazie lo propone ora in Italia con la traduzione di Maurizio Bartocci e Valerio Palmieri
È un pomeriggio di aprile accogliente e luminoso quello in cui mi dirigo all’incontro con Benjamin Wood. Gli alberi di pesco che oscillano lievemente in alcune stradine laterali del quartiere Prati di Roma sono fioriti e nel muovere i loro rami sembrano produrre una melodia. Sono sotto l’effetto della lettura de Il caso Bellwether, un libro in cui la musica (e la suggestione che da essa dipende) gioca un ruolo centrale nell’agganciare il lettore alla narrazione
Il titolo scelto per la versione italiana del romanzo di Wood fa pensare a un poliziesco in perfetto stile Sherlock Holmes e l’incipit con cadaveri in una casa di campagna inglese sembra confermare questa ipotesi, ma in una manciata di pagine passiamo a quello che potrebbe essere un romanzo di formazione, con il giovane Oscar Lowe che, attirato dal suono di un organo, conosce Iris, suo fratello Eden e il loro piccolo esclusivo gruppo di studenti/rampolli dell’alta borghesia inglese. Un’altra manciata di pagine e la storia vira verso un’ambientazione gotica, in cui illusionismo, ipnosi e capacità eccezionali, vere o presunte, dominano la scena. 
Mi piacerebbe cominciare il nostro incontro con l’autore, chiedendogli di mettere ordine in queste tumultuose prime impressioni che mi hanno depistato, rivelandoci qual è la strada giusta da seguire e se ne esiste una.
Sono contento di questa sensazione iniziale di straniamento che ha provato. Ogni autore amerebbe scrivere un romanzo che sia difficile da classificare. I lettori (spesso anche gli editori) hanno il bisogno di sapere in quale ambiente si muovono, per capire cosa si possono aspettare dalla narrazione, ma non bisogna subito assecondarli. Il libro ha elementi tipici del giallo, del thriller e del mistery, ma soprattutto ha come obiettivo quello di parlare della musica e dei suoi effetti sulle persone. 
Benjamin Wood
E’ stata la musica a spingerla a creare questa storia? 
Sì, la cosa che mi ha spinto fin dall’inizio a scrivere questa storia è stata capire se riuscivo a trovare il modo giusto per esprimere gli effetti emotivi che la musica ha sulle persone. Attorno a quest’idea ho scritto e attorno a quest’idea il testo è man mano cambiato. Ho iniziato a lavorare su un personaggio che affermava di poter influenzare e curare le persone attraverso la musica, originalmente era un personaggio diverso da Eden Bellwether, era un chitarrista canadese. Poi sono arrivato a Cambridge e ho capito che poteva essere sì un musicista, ma anche uno studioso, un teorico della musica. 
Der Vollkommene Capellmeister del compositore e filosofo settecentesco Johann Mattheson è il testo che nel suo romanzo diventa l’ossessione di Eden Bellwether e che dimostrerebbe che la musica può diventare un formidabile strumento di controllo delle menti altrui. So che lei ha fatto degli studi molto approfonditi sulle teorie di questo compositore per creare il personaggio di Eden, se ne trovano indizi non solo nella storia, ma anche nel linguaggio utilizzato da Eden. Ma cosa ne pensa Benjamin Wood di questa teoria? 
Certamente la musica ha degli effetti terapeutici, non so se sia davvero possibile usarla per curare mali fisici come tenta di fare il mio personaggio [Eden ndr], ma oggi viene normalmente usata come terapia per mali che riguardano la nostra mente, come il morbo di Alzheimer.  Penso che non sia stato ancora fatto abbastanza per indagare gli effetti che la musica può avere sugli esseri umani, soprattutto sulle emozioni degli esseri umani. Anche se sono un razionalista e credo nella forza della scienza, preferisco rimanere aperto anche ad altre possibilità, perché penso ci sia ancora molto da scoprire su questo tema.
So che ha impiegato tre anni a scrivere questo romanzo, ha mai pensato di rinunciare o di abbandonare questa storia per un’altra?
Ogni mattina. Per due anni ho seguito la strada sbagliata, con i personaggi sbagliati e la trama sbagliata, poi finalmente ho trovato la mia strada, ho capito chiaramente nella mia mente quale libro volevo scrivere, tutto è andato a posto velocemente e il libro si è scritto praticamente da solo. Come autore devo distruggere e ricominciare molte volte e questo prende molto tempo. Quello che mi ha sempre fatto andare avanti è la necessità compulsiva di rendere vive le persone sulla pagina. Se si ha pazienza e si è disposti a insistere si può arrivare al risultato sperato. Si diventa allenatore di se stessi, inflessibile.
C’è qualcuno che l’ha aiutata in questo processo di revisione ed eliminazione? Ha avuto anche un coach esterno?
Di solito non mostro il mio lavoro a nessuno fino a che non ho trovato la strada giusta e non ho completato la prima stesura seguendo questa strada. La prima a leggere questo libro è stata mia madre, di cui mi fido molto come lettrice. Poi il mio agente che mi ha dato molti consigli utili per un’altra revisione prima di inviare il testo a un editore. Entrambe le letture hanno asciugato molto la corposità del manoscritto.  Molte delle parti che abbiamo tagliato riguardavano la discussione sulle teorie musicali e psichiatriche, ritenute potenzialmente troppo complesse per il lettore. In realtà molti lettori mi hanno detto avrebbero gradito quel maggiore approfondimento, ma ormai il libro era uscito.   
Il caso Bellwether ha avuto un grande successo di pubblico e di critica sia in UK sia in altri paesi, non solo anglosassoni, penso alla Francia, in cui è stato accolto con entusiastici articoli. Qual è il segreto di questo libro?
Non saprei dare una spiegazione di questo forte interesse. Le persone che ho incontrato mi hanno detto che hanno apprezzato un romanzo che unisse il senso di suspense e la necessità del lettore di sapere come andrà a finire la storia, tipica dei romanzi di genere, con temi e idee proprie dei romanzi letterari, in cui spesso i personaggi restano tutto il tempo su un divano a parlare, senza badare alla trama. Ne Il caso Bellwether  troviamo i protagonisti di un thriller che si confrontano sule loro idee e sulle loro conoscenze legate alla personalità o alla filosofia. Ecco, questo ibrido è piaciuto. Non l’ho costruito volutamente, ho provato a scrivere il tipo di libro che ho sempre desiderato leggere. 
Nel suo romanzo ci sono molti riferimenti, diretti e indiretti, a scrittori e filosofi: Cartesio, Sylvia Plath, Donna Tartt, Evelyn Waugh, e potrei continuare a lungo. Ci sono dei testi che ha usato come ispirazione mentre scriveva questo romanzo? E qual è, se c’è, il libro che ha tenuto sul comodino durante i tre anni che ha impiegato per scrivere il caso Bellwether
Ho provato a scrivere il libro con una specifica atmosfera e ci sono molti libri che hanno lo stesso tipo di atmosfera, Dio di illusioni di Donna Tartt, ma penso anche ai romanzi di Patricia Highsmith o a Shelley Jackson, ma non trovo riferimenti diretti a questi o a altri autori nel mio romanzo. Avevo molto chiaro il tipo di libro che volevo realizzare, questo sì.
È soddisfatto del risultato? 
Penso di sì. Volevo un libro che avesse una forte atmosfera, coinvolgente e volevo creare una vicenda, una trama forte e coesa. Sono molto orgoglioso di questo libro, da allora ne ho scritto anche un altro e ogni volta che penso a un nuovo testo punto a migliorare me stesso, ma con Il caso Bellwether ho realizzato quello che avevo in mente.
Il nuovo libro di cui parlava uscirà in UK a luglio e avrà come titolo The Ecliptic. Ci può dire qualcosa di più?
Posso dirle che uscirà a luglio e s’intitolerà The Ecliptic. No, scherzo. Posso dirle, che è la storia di una giovane pittrice nella Londra degli anni ’50, che poi fugge in Turchia. E mi devo fermare qui per ora.  
Prima di salutarla, le vorrei chiedere perché un lettore italiano dovrebbe assolutamente comprare il suo libro.
Perché ho sentito dire molte cose positive sui lettori italiani e ora hanno l’opportunità di dimostrarmele.     

Ringraziamo Benjamin Wood per averci parlato del suo romanzo Il caso Bellwether.

domenica 19 aprile 2015

Orson Welles: attacco frontale a Hollywood.

Un attacco frontale a Hollywood, ecco cosa potrebbe sembrare A pranzo con Orson- Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles (in uscita in Italia con Adelphi), raccolta di anni di chiacchierate tra Jaglom (regista e sceneggiatore innamorato del mito Welles) e il grande regista de Quarto Potere
Gli incontri si sono tenuti per più di tre anni a un tavolo riservato del Ma Maison, ristorante di West Hollywood all’inizio degli anni  ’80, quando Orson Welles era senza lavoro, perché tutti gli Studios e molti degli “amici” attori si rifiutavano di prendere parte ai suoi progetti, pur tributandogli in ogni occasione pubblica i dovuti onori. Mentre Janglom nasconde un registratore sotto il tavolo, perché il suo commensale non si sente a suo agio a osservare quell’oggetto che fotocopiava ogni sua parola, Welles parla, senza sosta, attaccando Hollywood senza filtri e osando, come sua abitudine, mettere in discussione ciò che da tutti è considerato un dogma. 
Dall’arroganza nascosta di Woody Allen, agli apprezzamenti estetici su Brando («Un salsiccione. Una scarpa fatta di carne.») e Liz Taylor («ormai senza collo, le orecchie le toccano le spalle.»), fino alla carneficina delle menti di Charlie Chaplin («per molti aspetti profondamente cretino») e Laurence Olivier («È un beota.»). E se in alcuni casi i giudizi sono influenzati da rifiuti e sgarbi che Welles ha subito dalla moltitudine di stelle hollywoodiane (Chaplin osò tagliare scene a giudizio di Welles fondamentali), questo non fa che rafforzare il mito di un uomo che presentava se stesso come il grande innovatore, colui che poteva prodursi, dirigersi, interpretarsi e sceneggiarsi a suo piacimento e che a soli 24 anni era entrato nella storia del cinema con il suo primo lungometraggio Quarto Potere (1941). 
Dai racconti di Orson Welles traspare anche tanta amarezza per la moltitudine rombante di progetti che è stato costretto ad abbandonare, non riuscendo a trovare finanziatori e attori, ma soprattutto la chiave giusta per far arrivare le sue idee alle persone, contraddicendo così la dichiarazione che il protagonista di Quarto Potere (Charles Foster Kane) faceva senza timore al maestro di canto di sua moglie:  «Io sono un'autorità su come far pensare la gente». Welles voleva creare pellicole che fossero innovative e popolari al contempo, tentativo che il sistema produttivo hollywoodiano non ha mai visto di buon occhio, ritenendo che il pubblico non riuscisse a seguire, a capire e ad apprezzare un nuovo linguaggio e soprattutto non fosse disposto a spendere dei soldi per mettersi in discussione.  

La lotta continua di Orson Welles con le case di produzione americane ci insegna che un attacco frontale a volte è necessario, anche se si è consapevoli che questo non porterà altro che guai. E Hollywood di guai a Orson Welles ne ha causati tanti, ma vale anche il reciproco. 

domenica 12 aprile 2015

Come spiare la vita degli altri con Periscope (e Twitter ride)

Come spiare la vita degli altri? Oggi sembra una possibilità ancora più concreta grazie all’app Periscope che permette di trasformare il proprio occhio in una telecamera che invia in diretta ciò che vediamo a tutti coloro che posseggono la stessa applicazione sul loro smart-phone. 

Start up della Silicon Valley, Periscope è stata acquistata da Twitter per 100 milioni di dollari lo scorso marzo per farne strumento evolutivo della sua immensa community, oltre che per frenare la crescita di Meerkat, application concorrente che offre lo stesso servizio di video streaming garantito da Periscope. Il vantaggio competitivo di Periscope è l’integrazione del sistema di streaming con Twitter e la possibilità quindi di far connettere tutti i propri follower alla diretta che si sta per organizzare.
La stampa di settore ha parlato di rivoluzione delle modalità di comunicazione e forse si esagera, ma è certo che da oggi i video e le foto condivisi sulle piattaforme You-Tube e Instagram non daranno più la stessa sensazione all’utente. Certo, continueremo a usarle, accedendo a ciò che il nostro contatto su FB o Twitter ha deciso di condividere con noi, ma non saremo esattamente con lui nel momento in cui ha ripreso quel contenuto, per vedere e provare ciò che lui ha provato esattamente quando l’ha provato. Non sarà più importante quanti vedranno il nostro video dopo averlo postato, ma quanti lo avranno gradito mentre lo stavamo trasmettendo.

Insomma se vorremo essere negli occhi e nella testa del nostro follower, una presenza “live” nella sua esistenza, non avremo altra scelta che attivare Periscope. Come ricordavano Beppe Severgnini su «ll Corriere della Sera» o Francesco Longo su «Internazionale», ci prepariamo a essere invasi da dirette di frigoriferi interno notte o di bagni interno giorno, da riprese tremolanti e audio inconcludenti, da voyeuristi che non rispetteranno nemmeno il sonno altrui (un ragazzo ha mandato in streaming live una sua compagna che dormiva, violando uno dei momenti più personali e indifesi dell’essere umano). Grazie a questo sistema di teletrasporto, potremo essere in contemporanea a Roma, Chicago, Mosca, Bangkok e persino Petropavlovsk (città della Kamčatka, ve lo ricordate il territorio di Risiko nella Russia fra Cina e Alaska? Chissà che non ritorni al centro dell’interesse?) dicendo e facendo vedere quello che vogliamo. Potremo anche visualizzare il gradimento (in tempo reale) dei nostri telespettatori contando il numero di cuori che precipitano sull’immagine. 

Altro che stream of consciousness e romanzo psicologico, in cui si poteva osservare, grazie alla mediazione dello scrittore, il pensiero del personaggio prima di trasformarsi in azione, qui è il personaggio a diventare scrittore, agendo ancora prima di aver pensato al perché di quell’azione. Avrebbero avuto qualche problema di adattamento persino James Joyce e Virginia Woolf, trovandosi di fronte a un presente pressoché infinito che assorbe tutte le altre dimensioni e non necessità di una riflessione su cui ipotizzare il futuro. Spiare la vita degli altri, così come entrare negli occhi e nella mente altrui è possibile con Periscope, ma una bacchetta magica potentissima non fa automaticamente un grande mago. Harry Potter insegna.

domenica 5 aprile 2015

I corsi di scrittura sono utili? Dipende da cosa intendiamo con la parola “scrittore”

I corsi di scrittura sono utili? Domanda legittima: comportano impegno, tempo, denaro e spostamenti logisticamente importanti, non solo dal punto di vista geografico, ma anche mentale. Frequentare un corso di scrittura creativa, ne abbiamo parlato anche la settimana scorsa, vuol dire mettersi in discussione come scrittore e buttarsi giù dal piedistallo che il nostro ego ha creato per noi, neanche fossimo il colosso di Nerone (immensa statua bronzea dedicata all’imperatore, da cui prende il nome anche il Colosseo e che sovrastava con i suoi 30 metri e rotti i Fori Imperiali).  
Quando parliamo di “scrittore” dobbiamo stare attenti a utilizzare lo stesso sistema linguistico. Mi spiego meglio, se cerchiamo il termine “scrittore” sul nostro amico vocabolario (strumento che non dovrebbe mai mancare sulla scrivania di chi vuole dedicare la propria vita alla parola scritta), troviamo: scrittóre – 1. Scrivano, copista. Per estensione, chi scrive ispirato da altri. È importante ricordare che il lavoro di scrittore nasce dallo scrivano, ossia una persona che è in grado di trasferire su carta le sfumature delle emozioni e delle idee altrui. Per farlo, spesso osserva il lavoro di un altro scrivano, che, prima di lui, ha tentato quella strada. Un buon scrivano iniziava sempre la sua gavetta copiando pagine e pagine di lavoro altrui. Così immagazzinava vocaboli, stile, intenzione, personaggi e man mano che copiava, si sentiva più sicuro e iniziava timidamente a mettere in campo qualcosa di suo in mezzo a tante parole altrui.  Tutto per soddisfare l’utente finale, ossia la persona che leggendo il suo testo proverà (se lo scrivano ha lavorato bene) le emozioni che il committente ha deposto ai piedi dello scrivano insieme a qualche tallero per il lavoro svolto. 

Facile? Provate questo piccolo esercizio: chiedete a un vostro amico di raccontarvi qualcosa che non gli piace del suo partner e poi trasferite ciò che vi dice in un testo scritto che il partner in questione possa leggere capendo al volo ciò che il vostro amico ha tentato per anni di spiegargli. Attenzione però, dovete riuscirvi con lo stile del vostro amico e ottenendo il risultato che lui si aspetta, perché non siete voi a scrivere, ma lui usando voi. Un po’ più difficile, vero? Per farlo al meglio, lo scrittore deve liberarsi dell’infrastruttura di convinzioni, giudizi e valori che si porta dietro dalla nascita e provare a osservare un evento da un diverso punto di vista, quello altrui, quello del personaggio che guida l’azione. Ecco, questo è un esercizio che vi potreste trovare a eseguire in un corso di scrittura creativa. Provateci e mi raccomando, scegliete bene l’amico, magari uno con cui non andate più tanto d’accordo, perché i risultati dei primi tentativi non sono mai felici, soprattutto per i vostri amici. 

Ma in un buon corso di scrittura creativa non si limiteranno a questo. Perché i tempi sono mutati e accanto allo scrivano è nato un secondo significato della parola “scrittore”: 2.Chi si dedica all’attività letteraria; chi compone e scrive opere con intento artistico. Siamo di fronte a un immane spartiacque. Non tanto per l’intento artistico di un’opera (cosa buona e giusta), quanto per la sua concretizzazione. Le scuole di creative writing ci spiegano che fare lo scrittore vuol dire fare l’artigiano, quindi provare a realizzare un oggetto-storia di gradevole foggia, con gli strumenti adatti, pensando sì al motivo che ci spinge a creare quella storia, ma anche a chi quella storia la dovrà leggere e ancor prima comprare. Perciò diventa sempre più arduo per uno scrivano-scrittore conciliare le sue rivendicazioni come “artista” e la visibilità cui tende con l’utilizzo di questa parola, con le esigenze del committente (la storia che spinge per essere scritta) e le aspettative emotive del cliente-lettore. 
Come farà lo scrivano divenuto scrittore a non farsi influenzare da ciò che il cliente-lettore sembra volere se ciò sarà contrario alla necessità che spinge per diventare storia? Una buona scuola di scrittura creativa, che sia la blasonata Holden di Baricco in Italia o l’eccelsa NYU (New York University) in USA con il suo Creative Writing Program, che vede fra i suoi insegnanti Zadie Smith e Jonathan Safran Foer (solo per citare alcuni fra i più rappresentativi), dovrà insegnare ai suoi discepoli, oggi più che mai, a pensare e a scrivere prima con il cuore, seguendo il committente, perché la necessità di storia è l’unica strada per raccontarla, e poi a riscrivere tutto con la testa, cercando di scegliere con sapienza l’insieme di parole che meglio renderà accessibile quella storia al lettore. Non è impresa facile, ma è l’unica via che vedo per uno scrittore-scrivano, che sia disposto anche a mettersi in gioco per arrivare al lettore senza perdere la propria identità. 
I corsi di scrittura sono utili allora? Possono aiutare, soprattutto se metteranno in pratica l’indicazione dello scrittore-scrivano protagonista del film Finding Forrester di Gus Van Sant.