domenica 24 febbraio 2013

Una pace senza morte secondo Martone


Un uomo non riesce a frenare l’irruenza del gesto della sua mano destra che sbatte e tormenta la sinistra in una guerra che la sua mente, sola, può comprendere o almeno è questo che ci piace pensare. Siamo a teatro, le luci intorno a noi sono spente, seduti nelle vellutate poltroncine del Teatro Argentina di Roma siamo nervosi, non sappiamo cosa aspettarci da questa sera. Mario Martone sta mettendo in scena, primo e unico, La serata a Colono, omonima pièce di Elsa Morante, ispirata all’Edipo a Colono di Sofocle, e noi siamo lì a domandarci se qualcuno ne sentiva il bisogno, se noi ne sentivamo il bisogno. Era la sera giusta per andare ad ascoltare i deliri di un piccolo proprietario terriero del sud Italia, intrappolato in un ospedale psichiatrico in pieni anni ’60? Era il tempo giusto per fissare le bende strette intorno ai suoi occhi?  E le cinghie di contenimento che lo bloccano al letto e non gli permettono di spostare un solo muscolo? E il suo sangue che, resosi conto di irrorare un corpo che non serve più a nessuno, sembra deciso a dedicarsi alla sola mente? Parole in libertà, perché certo la Morante scrisse questo testo sotto l’effetto dell’Lsd, ma libertà nelle parole, perché nulla può essere perso se non è il sommo bene cui questo Edipo sembra tendere con ogni logorroico sproloquio: un desiderio di conoscenza che travalica ogni suo controllo, ogni vincolo umano. E allora iniziamo a inseguirlo questo incontinente della parola, iniziamo a cercare di fissare le sue metafore, una sull’altra, perché se ne scorga il disegno, la direzione. E non è facile e non è piacevole, perché se «la grazia è l’assenza di ogni notizia[1]» e in quest’ultima affermazione scorgiamo un pallido e letale viatico per la nostra salvezza (pallido e letale come il disco luminoso che appare in scena e davanti al quale Edipo si dibatte), scopriamo subito che la distanza fra assenza di notizia e memoria è incolmabile («la memoria, il mio languente parassita, sempre pronto a risvegliarsi[2]») e siamo riportati a terra, in quel letto con Edipo e sogniamo per un attimo di essere Antigone, per infarcire di “che” ogni inizio di discorso e credere di poterci aggrappare al pronome relativo che presuppone sempre un “prima” ed è convinto ancor di più di giungere in un “dopo”. Carlo Cecchi (Edipo) e Antonia Truppo (Antigone) intanto ci hanno lasciato indietro, rincorrerli è sempre più difficile e necessario, fino alla scala delle 7 porte, fino a quella pace che desiderava e temeva Eduardo De Filippo, quando diceva: «Io vulesse truvà pace; ma na pace senza morte».


[1] Testo rapito dall’ascolto in sala della piéce della Morante. Parla Edipo.
[2] vedi nota 1.

domenica 17 febbraio 2013

Una parola, un verso: trentaduesima – matto


- Senti, - disse l’ometto – io non sono mica giusto.

- Cos’ha?

- Sono matto.

Si mise il berretto. Nick aveva voglia di ridere.

- Lei sta benissimo – disse.

- No, non è vero. Sono matto. Di’, sei mai stato matto, tu?

- No, – disse Nick – com’è quando si diventa matti?

- Non lo so, - disse Ad- quando sei diventato matto, mica lo sai come lo sei diventato. Tu mi conosci, no?

- No.


Questo irresistibile scambio è estratto da un racconto di poche pagine di Ernest Hemingway, intitolato Il lottatore del 1938 e racchiude in sé, con la maestria difficilmente inarrivabile di Hemingway autore di racconti, tutto quello che c’è da sapere sull’essere matto, ossia nulla, nulla di veramente spiegabile. Perché, chi decide che quel comportamento, quella parola, quel tono di voce, quel gesto siano indice chiaro di pazzia?

Perché se l’Ad del racconto di Hemingway sceglie di accogliere uno sconosciuto intorno al suo fuoco e poi divide con lui il suo cibo è subito identificato come “generoso”, ma se poi cambia repentinamente idea o forse non del tutto e comunque lo sfida a fare a pugni, a colpirlo, a ferirlo, diventa improvvisamente “matto”? Lo sarebbe stato meno se avesse confezionato per noi lettori una quadrata ragione? Ma chi stabilisce quale ragione sia migliore o semplicemente più accettabile di un’altra? Hemingway ce ne offre una (un amore negato), eppure già mentre la sta offrendo ai nostri occhi, la distorce a tal punto da non consentirci di credere alla storia di Ad o comunque a non ritenerla degna di giustificare appieno il suo comportamento. Ma è qui il mirabile e palese inganno dello scrittore, che ci fornisce una pista talmente ovvia e al contempo surreale (il matrimonio fallito di Ad con una donna che sembrava sua sorella tanto gli assomigliava, ma non lo era, eppure solo il sentore dell’anormalità li aveva ghettizzati, spingendo lei a lasciarlo) da impedire al lettore di trovare in essa una rassicurazione a buon mercato. Usciamo fuori dal racconto, senza uscirne mai del tutto, non potendo più illuderci che sia possibile discernere il “sano” da “matto”, il “giusto” dallo “sbagliato”. Quando rileggo questo racconto, il pensiero va a un film di Giuseppe Tornatore, il film di Tornatore, ossia Nuovo cinema Paradiso (1988). Uno dei personaggi minori che più ho amato all’interno del paesaggio umano che Tornatore crea rielaborando la sua memoria è il matto del paese. Ve lo ricordate? Sostiene per anni che la piazza centrale sia di sua proprietà, anche quando le automobili avranno preso il posto delle persone, lasciandogli ben poco spazio da presidiare e conservare.

Cosa ci permette di definirlo “matto” e non “romantico”, “sognatore”, “catalizzatore delle paure altrui” o semplicemente “diverso”, qualcuno che diffonde le emozioni, anziché rifletterle (vedi lett.e. della definizione a fine articolo)?

Bisognerebbe chiedere ad Ad, lui una risposta di certo ce la darebbe, ma servirebbe solo a metterci ancora più in difficoltà e queste sono le risposte migliori.


domenica 10 febbraio 2013

6000 miles away

Orologi umani, a scandire idee in germoglio che s’intrecciano, le une nelle altre, senza mai toccarsi, tanto che la luce si confonde nel guardarli, li perde, li precede, li segue con affanno, sempre fuori tempo rispetto al movimento interrotto cui i ballerini del duetto Rearray, creato da uno dei più interessanti coreografi del XXI secolo (William Forsythe), perpetuano sul palco del Parco della Musica di Roma in occasione del Festival della nuova danza Equilibrio.



Il pubblico ha appena finito di godersi un altro duetto (estratto dall’opera di Jiri Kylián 27’52’’), coinvolgente pulsione che definisce nuovi traguardi dell’elasticità del corpo e delle menti che quei due corpi hanno osservato, per questo è infastidito dai movimenti che Forsythe ha disegnato, li trova tagliati, poco armoniosi, disturbati e disturbanti, come la musica che fa da base al duetto, suoni ad alta frequenza che sembrano combattere con i corpi, anziché accompagnarli.


Ma sul palco abbiamo Sylvie Guillem, ormai icona della danza contemporanea, con un passato prestigioso di étoile alle spalle, e Massimo Murru (lui ancora étoile del Teatro alla Scala di Milano), ma soprattutto abbiamo i loro corpi, perfetti in ogni interruzione, in ogni salto di ritmo e di timbro, in ogni lotta che sembra montare e montare, per non approdare in alcun luogo.


Fa indispettire Rearray, tacciato di manierismo da una parte della critica anglosassone, definito “difficile” da parte del pubblico di esperti in sala e “ridondante, noioso e decisamente lungo” da buona parte del pubblico non esperto. Eppure, a distanza di alcuni giorni dalla sera in cui mi sono trovato spettatore del programma 6000 miles away (ideato e interpretato dalla Guilllem, in cui Rearray compare come seconda coreografia), quelle rotazioni così sicure, pur non avendo un’apparente destinazione, quelle gambe tese allo spasimo, senza alcuna ragione e quei bui, che fra i singoli movimenti sembravano perfettamente incastonati, sono ancora a muoversi nella mia mente, offrendomi una ragione in più per infastidirmi: la loro bellezza. Silvye Guillem, in un’intervista del 2008 a La Repubblica, diceva che la bellezza è «un’esperienza scioccante. Qualcosa che riesce a toccarci fino a cambiarci dentro.» Non so quante persone 6000 miles away abbia cambiato dentro, ma di sicuro almeno una l’ha fatta fermare, fremere e pensare. E questo non è poco.

domenica 3 febbraio 2013

Ogni libro, un azzardo.

Gennaio è un mese strano. C’è la pioggia, il lavoro che ricomincia, un altro anno che si attacca alla nostra vita come un insetto intrappolato sulla carta moschicida; sbatte le ali per portarci chissà dove e poi, dopo dodici mesi, si stanca e muore, e a noi sembra di non esserci mossi di un millimetro.

Ma qualcosa è successo. L’anno è passato e noi dobbiamo ricominciare, sentiamo già le ali del nuovo insetto che si avvicinano, per far rumore, per bisbigliarci che stiamo per cambiare. Poi gennaio finisce, è finito anche quello che incartava il 2013, e noi lo appallottoliamo e lo gettiamo via, felici, perché di far bilanci e spargere mormorii uggiosi ci siamo annoiati. Ci serve un azzardo, una piccola pazzia da cui ripartire, per non ascoltare le ali che sbattono e si affannano e non si muovono. Allora ci addormentiamo e sogniamo. E in fatto di sogni ci sono autori che sono maestri, ma trovarne qualcuno che ci parli di quelli altrui è cosa assai rara e non interessa e il mercato editoriale non è disposto a rischiare e nessuno compra più libri e nessuno li ha mai letti.

Verità, eppure scontate e ripetitive, mentre a noi serve un azzardo, si è detto.

A noi serve credere che tutto possa cambiare, che se s’insiste a proporre qualcosa di diverso, qualcuno, pur di non sentire quelle ali che sbattono sopra la nostra testa si giri e ci presti (a interessi bassi per carità) un po’ di attenzione. Saremo pronti quando ciò accadrà e intanto sogniamo. Per farlo ispiriamoci a chi questi sogni (altrui) li ha messi su carta e li ha resi perfetti, reali, quasi che siano coloro che li hanno sognati a raccontarceli, per avere un nostro parere. Mi riferisco ad un piccolo libretto (per numero di pagine) che è grande per proposta immaginifica e coraggio, mi riferisco a Sogni di sogni di Antonio Tabucchi (Sellerio editore, 1992) e ai suoi scarni resoconti di sogni d’autore, perfetti, perché scritti in punta di penna, con passionale rispetto per chi quel sogno potrebbe averlo fatto, senza quella morbosa curiosità di saper tutto di tutti, di scavare, di rendere pubblico ogni angolo dell’uomo. Perfetti perché del sogno non è tanto la trama a colpirci quanto il significato che manca e che sta a noi provare, azzardare a creare. E allora eccoli, fumosi e eterei, tutti per voi, da Ovidio a Caravaggio, da Rimbaud a Čechov, fino a quelli che forse ho preferito Leopardi e Majakovskij, per motivi che son miei e quindi non vi dirò, lasciando ai vostri azzardi la scelta che più vi appartiene.