domenica 10 febbraio 2013

6000 miles away

Orologi umani, a scandire idee in germoglio che s’intrecciano, le une nelle altre, senza mai toccarsi, tanto che la luce si confonde nel guardarli, li perde, li precede, li segue con affanno, sempre fuori tempo rispetto al movimento interrotto cui i ballerini del duetto Rearray, creato da uno dei più interessanti coreografi del XXI secolo (William Forsythe), perpetuano sul palco del Parco della Musica di Roma in occasione del Festival della nuova danza Equilibrio.



Il pubblico ha appena finito di godersi un altro duetto (estratto dall’opera di Jiri Kylián 27’52’’), coinvolgente pulsione che definisce nuovi traguardi dell’elasticità del corpo e delle menti che quei due corpi hanno osservato, per questo è infastidito dai movimenti che Forsythe ha disegnato, li trova tagliati, poco armoniosi, disturbati e disturbanti, come la musica che fa da base al duetto, suoni ad alta frequenza che sembrano combattere con i corpi, anziché accompagnarli.


Ma sul palco abbiamo Sylvie Guillem, ormai icona della danza contemporanea, con un passato prestigioso di étoile alle spalle, e Massimo Murru (lui ancora étoile del Teatro alla Scala di Milano), ma soprattutto abbiamo i loro corpi, perfetti in ogni interruzione, in ogni salto di ritmo e di timbro, in ogni lotta che sembra montare e montare, per non approdare in alcun luogo.


Fa indispettire Rearray, tacciato di manierismo da una parte della critica anglosassone, definito “difficile” da parte del pubblico di esperti in sala e “ridondante, noioso e decisamente lungo” da buona parte del pubblico non esperto. Eppure, a distanza di alcuni giorni dalla sera in cui mi sono trovato spettatore del programma 6000 miles away (ideato e interpretato dalla Guilllem, in cui Rearray compare come seconda coreografia), quelle rotazioni così sicure, pur non avendo un’apparente destinazione, quelle gambe tese allo spasimo, senza alcuna ragione e quei bui, che fra i singoli movimenti sembravano perfettamente incastonati, sono ancora a muoversi nella mia mente, offrendomi una ragione in più per infastidirmi: la loro bellezza. Silvye Guillem, in un’intervista del 2008 a La Repubblica, diceva che la bellezza è «un’esperienza scioccante. Qualcosa che riesce a toccarci fino a cambiarci dentro.» Non so quante persone 6000 miles away abbia cambiato dentro, ma di sicuro almeno una l’ha fatta fermare, fremere e pensare. E questo non è poco.

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