domenica 29 dicembre 2013

Pausa natalizia di imago2.0 - riprenderemo domenica 12 gennaio 2014


Imago2.0 andrà in vacanza per un paio di settimane, la prossima uscita è prevista per domenica 12 gennaio 2014.

Nel frattempo se ci fosse fra voi qualche romano, residente, d'adozione o semplice turista che proprio non ne potesse più di andare avanti e indietro per via del Corso in cerca di pre-saldi, consigliamo una visita, accompagnata da qualche lettura gratuita, alla biblioteca Casanatense, splendido esempio settecentesco di biblioteca europea, aperta alla consultazione già dal 1701, che (con i suoi 350.000 volumi, di cui 60.000 antichi contenuti nel favoloso salone monumentale) renderà la vostra sosta un incipit di anno difficile da dimenticare. 
Io ci sarò.
Buon 2014 a tutti.

domenica 22 dicembre 2013

I pilastri della terra e l’arte del “fregare” – Ibsen e la politica del compromesso.

Al primo piano del teatro Argentina di Roma, in concomitanza con le grandi finestre di legno verdastro che affacciano su una delle aree archeologiche più antiche e trascurate di Roma (l’area sacra di Largo Argentina di età Repubblicana), ci troviamo al cospetto di uno spazio studio per incontri con drammaturghi e attori. Filari di sedie da regista nere che fronteggiano un piccolo palco, anch’esso nero, e alle pareti resti di maschere del teatro greco che fissano imperturbabili lo spazio, in attesa che si riempia di ascoltatori, di pubblico insomma, cui far udire forse la loro antica voce e alcune domande ben riposte nelle loro bocche candide.

In un angolo di questa sala, una strana statuetta raffigura un omino seduto su un pilone, con le gambe incrociate, cappello a cilindro e strane basette giganti. È la statua di Henrik Ibsen, posta in quel salone nel 2006 a ricordo del centenario della sua morte e poi spostata in un angolo, in disparte, a osservare. E osservare, senza essere notato, a Ibsen dev’essere sempre piaciuto, se proviamo a leggere le sue opere teatrali più conosciute a cominciare da Casa di Bambola e I pilastri della società, testi che pur essendo stati scritti alla fine dell’Ottocento, contengono dialoghi che sembrano essere stati “rubati” agli uomini e alle donne che ci circondano, a cominciare da chi governa il nostro paese, che evidentemente non è molto diverso dalla borghesia norvegese ottocentesca, sfatando così il mito della corruzione e del compromesso come doti tipicamente italiche. Ma attenzione a gioire del mal comune: «se la politica è corrotta, è perché la società è corrotta.»
È una battuta del protagonista de I pilastri della società (proprio in questi giorni in scena con Gabriele Lavia all’Argentina) o una frase retorico-populista di un esponente del nostro parlamento? Entrambi sono pronti a tutto per il denaro e il potere e sanno che sull’immagine e sulla menzogna si può costruire un impero, i fatti glielo hanno sempre dimostrato. Vivono il compromesso come la via per il benessere (il loro) e sono pronti a dire tutto e il suo contrario, sostenendo che quello è sempre stato il loro unico punto di vista. Allora il politico italico non è più corrotto del console norvegese di più di cento anni fa? Forse, ma Ibsen ci rivela che nel suo intimo, il politico norvegese sa che ciò che ha fatto è sbagliato, è immorale, è barbarie, è «sempre più basso», per questo (e Lavia nella sua interpretazione incarna perfettamente questo saliscendi emozionale) trova continue ragioni di stato e di denaro per giustificare le sue azioni, per poi ricadere in nuovi dubbi e in sempre più fantasiose giustificazioni.
E il nostro politico? Il nostro populista d’assalto? Pensate che abbia bisogno di giustificare con se stesso le sue azioni? O è ormai già oltre? In una terra desolata dove il “fregare” non solo è necessario, ma somma espressione del bene (il proprio).

Un bel pensierino su cui riflettere per il nostro Natale.

domenica 15 dicembre 2013

Il capitano della propria anima. La scelta secondo Mandela.

«Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente
Questa conclusione di uno dei Pensieri di Giacomo Leopardi mi è venuta alla mente mentre ascoltavo il presidente degli Stati Uniti d’America mentre tentava, in 19 minuti, di dare una forma alla vita di un uomo davanti a una folla bagnata, stretta dentro (e attorno) la ciambella multicolore che racchiude lo stadio di Soweto in Sud Africa. È il 10 dicembre 2013, Nelson Mandela è morto da cinque giorni e il suo popolo canta e si colora di gesti e di bandiere per non sentire ancora, è troppo presto davvero, la solitudine della sua assenza.
In un articolo apparso sul The New Yorker, il numero andato in stampa prima della morte di Mandela, James Wood ci offre il suo punto di vista sulla morte nella vita e nei romanzi, ricordandoci che la morte di uomo, a differenza di quella di un personaggio, non ha una sua forma definita fin dall’inizio della storia. E se nel libro che portiamo in mano la fine è stata già scritta e non può essere cambiata, nella vita che portiamo addosso il finale è sempre aperto, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima scelta. E solo quando una persona svanisce possiamo fare qualche passo indietro, come se fossimo di fronte a un quadro di Jackson Pollock, in continuo divenire nei suoi strati di materia apparentemente antitetica e disarmonica a cui non siamo ancora riusciti a dare un senso definitivo. Allora e solo allora lo guarderemo prendere forma, capendo che da quel momento in poi non potrà più cambiare e, proprio in quel momento, inizierà a mancarci, in tutte le sue età, le sue fasi, le sue scelte.
Le migliaia di persone che hanno viaggiato per giorni pur di essere presenti alla giornata di commemorazione di Nelson Mandela quel passo indietro non l’hanno ancora fatto, nessuno di noi l’ha fatto, né lo poteva fare, perché la tela che ci ha offerto Madiba (così era chiamato e conosciuto dal suo popolo Mandela) è così vasta e dai colori così intensi che l’occhio non riesce a comandare al cervello di fare quel passo indietro, è immerso nel colore e non se la sente di tornare in una comoda area grigia. Mandela da quella tela continua a osservarci, noi miseri per necessità e non per accidente, noi adattivi e adattabili a qualsiasi arrogante violenza pur di sopravvivere, pur di continuare a respirare, di nascosto, sotto la melma, dentro la melma che facciamo nostra pur di continuare a essere. Ebbene questa scelta Mandela ha deciso di non farla e in questo sta la sua forza e la sua domanda. Madiba ci ricorda che «sembra sempre impossibile fino a che non viene fatto.» e che sta anche a noi farlo, ce lo chiede, ce lo impone e non è facile ignorare la sua richiesta. In un articolo dedicato a Mandela (Mandela,
my countryman) Nadine Gordimer ricorda il suo incontro con Madiba e le fasi più dure e necessarie del suo percorso di libertà che è diventato poi il percorso di libertà del suo popolo. Fra le scelte che ha deciso di non fare, la scrittrice ricorda quella che lo aspettò nel 1985, quando l’allora presidente del Sud Africa (P.W. Botha) offrì a Mandela la libertà dopo 23 anni di prigionia in cambio della rinuncia alla lotta armata contro l’apartheid. Mandela rifiutò rispondendo «Let him renounce violence. Let him say that he will dismantle apartheid. […] I cannot and will not give any undertaking at a time when I and you, the people, are not free. [1] » e di quella rinuncia e della paura di non vedere mai la libertà fece la sua motivazione, regalando poi cinque anni dopo il primo presidente nero al Sud Africa e la fine di un regime di odio, segregazione e violenza che aveva seviziato lo spirito di milioni di persone per decenni. Ora Mandela ha lasciato definitivamente al suo popolo la possibilità e l’onere del prossimo rifiuto, lo ha lasciato a tutti noi, lo ha lasciato anche a Mr. Obama chiedendogli di essere il «capitano della propria anima», non sarà un’impresa facile, ma non staremo solo a guardare.






[1] = tradotto liberamente: “Lasciate che sia lui a rinunciare alla violenza. Lasciate che sia lui a dire che smantellerà l’apartheid. […] Io non posso e non voglio dare qualsiasi tipo di impegno in un momento in cui né io ne voi, il mio popolo, siamo liberi”.

domenica 8 dicembre 2013

La grande avventura di mettersi in gioco – National Geographic e Shoot4Change.

 
Un bambino con un grosso cappello di paglia in testa si muove a piedi nudi sulla polvere di una strada guatemalteca. Il busto è inclinato e la mano tesa, forse leggermente tremante, in quel misto di eccitazione e paura che i piccoli uomini sono capaci di ritrovare anche nei gesti più comuni.
La paura cresce man mano che si avvicina a un tacchino così gonfio e imponente, da sembrare uno di quelli che gli americani hanno appena riempito di castagne per il loro Thanksgiving. Siamo nel 1936 e lo scatto che stiamo studiando con tanta attenzione fa parte delle 125 fotografie esposte nella mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma dedicata ai 125 anni del National Geographic. 
Per arrivare alle sale espositive dovrete percorrere l’ottocentesco scalone monumentale in marmo bianco che si trova all’interno del Palazzo delle Esposizioni e, salendo le scale basse e larghe, non potrete che alzare gli occhi al muro di fronte a voi su cui campeggia, a lettere rosse, il titolo della mostra: “La Grande Avventura”. Un’avventura appunto quella intrapresa a Washington 125 ani fa da un gruppo di studiosi e mecenati (e qualche arguto mercante) che ha portato a rivedere completamente il modo di fare e soprattutto di osservare una fotografia, cambiando il suo ruolo da compagna silenziosa di un testo scritto a vera illuminazione sensoriale per il suo spettatore, capace non solo di sensibilizzare ma anche di generare una serie di azioni concrete nei suoi osservatori. 
E non pensiamo soltanto agli scatti di artisti come Bresson, Salgado, Harvey, Doisneau, McCurry o Jodice, ma anche a chi, animato dalla voglia di scoprire il “vero habitat” di un essere umano, magari insieme a organizzazioni come Shoot4Change, è partito con pochi preconcetti e molti obiettivi (e cavalletti al seguito) per cercare di capire e mostrare un altro punto di vista. Soprattutto a chi è disposto a guardare, dritto negli occhi, la realtà rappresentata, a chi crede che anche un singolo scatto possa fare la differenza, soprattutto se l’habitat che si scopre è un “non- habit”, ossia un luogo di perenne attesa, in cui uomini, come personaggi di un testo teatrale di Beckett, vengono confinati in un limbo fisico e psicologico (pensiamo al sempre più comune status di rifugiato in paesi dove la guerra è divenuta la regola) dove l’attesa, per una normalità di cui non si ricordano più forme e dimensioni, diventa l’intera vita.  
E se J. M. Coetzee con il suo romanzo Aspettando i barbari (Einaudi – 2005) ci ha fatto capire quanto sia facile passare dal mondo delle certezze, al di qua delle mura economiche e sociali che ci difendono dai barbari, a quello della fuga continua e dell’attesa beckettiana, spetta forse a Zygmunt Bauman ricordarci quanto sia pericolosa la spinta innata dell’essere umano a non voler conoscere ciò che ha intorno.

Proviamo allora a rompere qualche muro, alla ricerca di sensazioni “inquiete”, magari con il progetto di Annamaria Bruni su Shoot4Change

domenica 1 dicembre 2013

Le anime morte di Berlusconi.

Sulle gaffe di Silvio Berlusconi si potrebbe scrivere un libro in più volumi (e in molti l’hanno già fatto) che farebbe concorrenza (solo per lunghezza) alla Recherche di Proust, anche se le storie e i personaggi sarebbero più vicini a quelli racchiusi ne Le anime morte di Nikolaj Vasil'evič Gogol' e forse anche Berlusconi ha sentito questo richiamo quando, nel 2010, in una conferenza stampa con il presidente egiziano Mubarak, ha parlato delle grosse potenzialità di strumenti come “gogol”, sebbene dei maligni abbiamo voluto sottolineare che si trattasse di un palese errore di pronuncia del motore di ricerca Google. Eppure, se andassimo a ripercorrere le pagine de Le anime morte, ci imbatteremmo nell’ingegnoso (almeno per le invenzioni truffaldine che metteva in campo) Pavel Ivanovič Čičikov che, fatti propri i dogmi paterni sulla sacralità dell’amicizia e dell’amore (per il denaro), nonché sulla necessità di non affaticare troppo le virtù etiche di un individuo per non consumarle, continua la sua ascesa costruita su sotterfugi e ipoteche su braccianti morti (le anime del titolo dell’opera di Gogol', morti fisicamente ma vivi ai fini fiscali) per potersi così accaparrare con il ricavato contadini vivi e quindi maggiori terre (nell’Ottocento in Russia vigeva lo stato feudale, perciò possedere più braccianti voleva dire possedere più terre); insomma ci troveremmo di fronte a un genial-furbacchione, attento osservatore dei comportamenti dei gruppi di potere in cui vuole entrare e abile comunicatore, capace di adattarsi rapidamente a ciò che gli altri vogliono sentirsi dire. Proprio qualche giorno fa, nel corso di un ciclo di incontri dedicati alla letteratura russa dal XIX secolo ai nostri giorni,  all’auditorium Parco della Musica di Roma, si è tenuto un pirotecnico reading de Le anime morte di Nikolaj Vasil'evič Gogol' offerto dall’abilissima Ottavia Piccolo e accompagnato dalle gustose storie gogoliane di Cesare G. De Michelis, che Valerio Magrelli ha ricondotto, con la consueta abilità alla contaminazione fra generi ed epoche, la storia di Čičikov a eventi così contemporanei per lo spettatore da lasciarlo stupito e voglioso di riprendere in mano l’opera incompleta di Gogol' (inveterato piromane delle proprie opere).

Fra le tante suggestioni della serata, agli spettatori è sicuramente rimasta impressa una parola che sembra la più adatta alla nostra contemporaneità e all’ultima battaglia in cui è impegnato il Berlusconi nazionale. La parola è Poshlost, un termine russo difficile da tradurre con un corrispettivo univoco nella nostra lingua. Potremmo provare con banalità, grettezza, volgarità soddisfatta e compiaciuta per aver ottenuto ciò che desiderava senza meritarselo. Di poshlost si occuperà spesso Gogol' nel suo viaggio fra i mali della società russa e forse di poshlost dovremmo occuparci un po’ di più anche a noi prima che si radichi fin nel midollo del nostro sentire.