domenica 26 ottobre 2014

Il Ruzzle di Alice al Festival Internazionale del Film di Roma


Chi è pronto a una partita a Ruzzle con Alice? Vi avviso, 
si tratta di una versione molto particolare del gioco che ci spinge a trovare parole dal senso compiuto in mezzo a una scacchiera di lettere confuse.  

La versione che si è trovata di fronte Alice Howland, protagonista del film Still Alice (presentato alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma) è assai più complessa e dinamica. Nella versione di Alice le lettere possono improvvisamente perdere di significato, dissolvendosi nella mente quando si è a un passo dalla soluzione. 

Studiosa di linguistica e professore alla Columbia University di New York, Alice ha subito il fascino del linguaggio fin da quando ha preso in mano il primo libro (lo cita come uno dei primi ricordi infantili) e da allora la sua mente non si è più fermata, rovistando nei meccanismi più profondi del sistema fonetico che abbiamo scelto come veicolo primario per condividere le nostre emozioni e i nostri desideri. 

Poi qualcosa si blocca nella testa di Alice, i neuroni si scheggiano, puntine difettose che vanno avanti e indietro sui dischi della memoria. Alice scopre di avere una versione precoce dell’Alzheimer che la trasformerà in poco tempo nel guscio della persona che era prima. 

Ed è in questo momento che il film diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland (registi diventati cult nel 2006 al Sundance Festival con il loro Quinceañera) sale di livello, riuscendo a evitare tutte le possibili trappole di un plot del genere (incursioni nel patetico o nel moralistico ), regalando al pubblico la possibilità di entrare nel sistema percettivo di un malato di Alzheimer senza preconcetti.


Alice (nomina sunt consequentia rerum) ci guida in un mondo di meraviglie al contrario, che lei stessa non conosce e di cui non sa prevedere l’evoluzione. Un mondo che la spaventa, che la porterà all’annullamento, ma che Alice vuole comunque perlustrare, decodificare. Perché la sua voglia di conoscenza ed espressione di se stessa, pretende l’impossibile. Pretende la salvezza. 

E sebbene tutti, a cominciare da Alice (e da una eccezionale Julianne Moore che l’interpreta), sappiamo che alla fine lei perderà la partita, non possiamo smettere di tifare. Il film di Glatzer e Westmoreland, tratto dal romanzo omonimo di Lisa Genova, neuro psichiatra americana, ha il merito di portare sul grande schermo una visione sistemica di cosa accade nella mente di un malato di Alzheimer e in quella delle persone che lo circondano, riuscendo a bilanciare quel Sense and Sensibilty che sembrava impossibile da raggiungere per le sorelle Dashwood, almeno per un lettore frettoloso di Jane Austen.     


domenica 19 ottobre 2014

Come si legge un libro per Harold Bloom

Come si legge un libro? C’è un modo giusto e uno sbagliato? E soprattutto perché lo si legge? Harold Bloom, uno dei più influenti e autorevoli critici letterari al mondo, docente alla Yale University e autori di saggi che, a distanza di anni (pensiamo a Il canone occidentale), sono ancora oggetto di discussione da entrambi i lati dell’oceano Atlantico, si è posto molte volte questi interrogativi. 

Da portatore devoto del demone della lettura e sistematizzatore di professione, Harold Bloom parte dalla domanda più importante per un lettore: perché leggere? Risposta: per prepararsi al cambiamento. Perché chi legge un libro è alla ricerca di una storia e, come ha raccontato in un incontro con i suoi lettori Alessandro Baricco qualche anno fa, questa ricerca nasce dalla necessità di esplorare nuovi mondi o semplicemente nuovi modi di essere, in cui ritrovare sempre un pezzetto di se stessi. 

Al lettore un unico sistema di esperienze non basta, così si sdoppia, si frantuma in particelle di se stesso che possono aggrapparsi al personaggio di turno e vivere con lui una scoperta. È così che il lettore trova in sé nuovi e inattesi interessi, magari più importanti e reali di quelli che ha seguito fino a quel momento. Ma ogni viaggiatore che si rispetti ha bisogno di alcuni strumenti per non perdersi. La bussola che offre Bloom ai suoi lettori è basata su alcuni principi[1]:

·         Liberare la mente dal gergo che ci circonda e ci controlla. Portereste in un viaggio sulle coste dell’Africa più oscura e nei meandri di una foresta vergine amazzonica il vostro rassicurante completo da lavoro? Quello che indossate ogni giorno per nascondervi alla vostra immaginazione?

·         Non cercare di migliorare chi vi circonda tramite ciò che leggete o il modo in cui lo leggete. Migliorare se stessi è già un obiettivo abbastanza arduo e rivolgersi agli altri presuppone che la nostra ignoranza sia stata “purgata” e non avrete mai abbastanza tempo per leggere;

·         Essere degli inventori. Inventate i vostri universi mentre li esplorate sulle spalle del personaggio che più vi aggrada, percepirete parte del potere di cui si gloria l’autore e che giace anche nelle vostre mani, pardon occhi;

·         Recuperare l’ironia. Saper e sapersi prendere in giro è un requisito fondamentale per entrare nell’anima del testo che avrete davanti, per confutare le sue tesi e tenere a bada le vostre, riuscendo a prendere in considerazione le idee più distanti che la vostra lettura sia in grado di supportare.

Usando i principi di Harold Bloom come volano, potremo leggere in profondità «non per credere, non per accettare, non per contraddire, bensì per imparare a partecipare dell’unica natura [dell’uomo] che scrive e legge.» Diventeremo sublimi lettori e potremo chiederci di nuovo e con molta più consapevolezza: come si legge un libro? La ricerca è fortunatamente infinita ed è un piacere assai difficile.  


domenica 12 ottobre 2014

La biblioteca infinita è in mostra al Colosseo.


Una biblioteca infinita è sempre stato il mio sogno. Legno bianco e luce tagliente, che svegli la mente, che sproni la ricerca del prossimo titolo, che faccia correre lo sguardo su lunghe distanze, spezzando il fiato per l’emozione di un’interminabile sequenza di esperienze che è lì, pronta a scoppiarti dentro. 

Nel mio visionario amore per la lettura e per il libro, non avevo mai pensato al papiro. Era questo il “supporto” che gli antichi utilizzavano per far trascrivere i testi che decidevano di consegnare ai loro discendenti.  Un supporto lungo fino a 10 metri, da srotolare con entrambe le mani, visto il relativo ingombro, per poter leggere, in piedi,  le riflessioni di un filosofo epicureo. A questi supporti, denominati dai romani volumnia, e ai luoghi dove erano conservati è dedicata una mostra ospitata all’interno degli ambulacri del Colosseo, incentrata proprio sul ruolo delle biblioteche durante l’impero. 

Perché se Plinio il Vecchio dava una definizione di biblioteca impeccabile: «archivio organizzato dei prodotti dell’ingegno umano, l’importanza delle biblioteche come luogo di trasmissione del sapere era squisitamente politico nella Roma dei Cesari. La cura e la prolificazione di questi luoghi e del numero di volumnia in essi custoditi diventava forma e strumento di potere (“bei tempi andati”). Dai progetti incompiuti di Cesare alle realizzazioni di Traiano (la Basilica Ulpia, con i suoi 170 metri di lunghezza e 120 di larghezza, dedicata alla famiglia di Marcus Ulpius Traianus, aveva al suo interno un grandioso sistema di biblioteche gemelle nella cui corte si ergeva la Colonna Traiana), i Cesari si resero subito conto dell’importanza di questo strumento attraverso cui era possibile selezionare il sapere perché fosse il più possibile coerente con i valori dell’impero. 
Accanto alle biblioteche pubbliche, la mostra, permette di scoprire anche il mondo delle biblioteche private, presenti nelle grandi ville, a cominciare da quella dei Papiri con i suoi 1.800 volumnia, sedi per eccellenza dell’otium latino, dove trovavano spazio anche letture non adeguate alla possente romanità.  

Passeggiando fra gli ambulacri del Colosseo, riportati a nuova vita e a nuova funzione da questa mostra, il pensiero va agli editori che oggi hanno il ruolo che fu degli imperatori, decidendo cosa è giusto o meno pubblicare, cosa fa parte o meno del sapere da condividere. 

E sebbene “i barbari” dell’auto-pubblicazione e della blogsfera cerchino di assottigliare i confini del loro ruolo, essi sono sempre lì a selezionare e a decidere. Il vantaggio per i lettori è che sono in parecchi. Le biblioteche intanto crescono, ma quanto di ciò che viene pubblicato ogni anno vorremmo leggere se ci trovassimo, come gli antichi greci e romani, a srotolare un papiro privo di segni di interpunzione e di maiuscole, che necessita di un’attenzione esclusiva e di un tempo assai lungo per essere compreso?  

Dei lettori forti non rimarrebbe che uno sparuto  gruppetto di ossessivi, con forti problemi alla vista. Allora ringraziamo i romani anche per l’invenzione del codex (primo quaderno in pergamena rilegato – fine I sec d.C.) che portò anche all’inserimento dell’interpunzione, rivoluzionando così il sistema di lettura in occidente. Ognuno crei la biblioteca infinita che più gli aggrada, ricordandosi di comprare almeno un libro ogni tanto. 


domenica 5 ottobre 2014

ROMAEUROPA FESTIVAL: Il cerchio rosso di Akram Khan e Israel Galvan



Un cerchio rosso come la terra, come il sole che l’illumina o la luna che l’accarezza. 

Nel mezzo due uomini: Akram Khan e Israel Galvan che si scrutano alla ricerca del suono perfetto da trasformare in movimento perfetto. Attorno a loro percussionisti e cantanti che fanno levitare questo cerchio fra il Gange di Khan e il Mediterraneo di Galvan, prendendo a prestito sonorità dai Canti Gregoriani, dalle nenie siciliane e dalle sillabazioni vocali del Flamenco e del Kathak (danza indiana dalla storia millenaria). Questo l’incipit del ROMAEUROPA FESTIVAL – anno 29.


L’evento, che vedrà Roma popolarsi di 300 artisti provenienti da 19 Paesi per dar vita a più di cinquanta nuovi progetti artistici che spaziano dalla danza alla musica, dal teatro all’ arte visuale, offrirà al pubblico la possibilità di annusare da vicino le personalità più innovative nel campo dell’arte contemporanea. 

Chi ha avuto il privilegio di assistere a una delle tre repliche di Torobaka   (questo il nome del pas-de-deux messo in scena da Khan e Galvan) ha imparato un nuovo linguaggio fatto di sonagli scossi e tacchi sbattuti, che ha dimostrato al pubblico come sia possibile suonare ogni singolo ossicino del corpo umano, trasformandolo in pura gioia. 

Khan e Galvan si passavano la musica che li avvolgeva come se fosse stata un pallone da basket e loro due giocatori fatti d’aria. Sinuoso e accogliente Akram Khan, sprezzante e irriverente Israel Galvan, insieme i due ballerini hanno preso al lazo le parole dei cantanti che li accerchiavano, trasformandole in gesti precisi e naturali, almeno per chi era stretto in quel cerchio rosso. 

La scelta dei due coreografi-ballerini di costruire il loro spettacolo utilizzando musicisti e cantanti che si sono esibiti dal vivo si è rivelata essenziale per il ritmo dello spettacolo, consentendo anche alcuni passaggi autoironici in cui i ballerini chiudevano la bocca ai cantanti o litigavano con il loro corpo. 

Incredibile la potenza vocale di Christine Leboutte e soprattutto di David Azurza, che per fisicità ricordava il San Girolamo del Caravaggio con il dono di una voce che apriva nel suo ascoltatore una finestra in un mondo di fatata purezza. Se questo è stato solo l’incipit del festival, aspetteremo con ansia i prossimi incontri.