domenica 5 ottobre 2014

ROMAEUROPA FESTIVAL: Il cerchio rosso di Akram Khan e Israel Galvan



Un cerchio rosso come la terra, come il sole che l’illumina o la luna che l’accarezza. 

Nel mezzo due uomini: Akram Khan e Israel Galvan che si scrutano alla ricerca del suono perfetto da trasformare in movimento perfetto. Attorno a loro percussionisti e cantanti che fanno levitare questo cerchio fra il Gange di Khan e il Mediterraneo di Galvan, prendendo a prestito sonorità dai Canti Gregoriani, dalle nenie siciliane e dalle sillabazioni vocali del Flamenco e del Kathak (danza indiana dalla storia millenaria). Questo l’incipit del ROMAEUROPA FESTIVAL – anno 29.


L’evento, che vedrà Roma popolarsi di 300 artisti provenienti da 19 Paesi per dar vita a più di cinquanta nuovi progetti artistici che spaziano dalla danza alla musica, dal teatro all’ arte visuale, offrirà al pubblico la possibilità di annusare da vicino le personalità più innovative nel campo dell’arte contemporanea. 

Chi ha avuto il privilegio di assistere a una delle tre repliche di Torobaka   (questo il nome del pas-de-deux messo in scena da Khan e Galvan) ha imparato un nuovo linguaggio fatto di sonagli scossi e tacchi sbattuti, che ha dimostrato al pubblico come sia possibile suonare ogni singolo ossicino del corpo umano, trasformandolo in pura gioia. 

Khan e Galvan si passavano la musica che li avvolgeva come se fosse stata un pallone da basket e loro due giocatori fatti d’aria. Sinuoso e accogliente Akram Khan, sprezzante e irriverente Israel Galvan, insieme i due ballerini hanno preso al lazo le parole dei cantanti che li accerchiavano, trasformandole in gesti precisi e naturali, almeno per chi era stretto in quel cerchio rosso. 

La scelta dei due coreografi-ballerini di costruire il loro spettacolo utilizzando musicisti e cantanti che si sono esibiti dal vivo si è rivelata essenziale per il ritmo dello spettacolo, consentendo anche alcuni passaggi autoironici in cui i ballerini chiudevano la bocca ai cantanti o litigavano con il loro corpo. 

Incredibile la potenza vocale di Christine Leboutte e soprattutto di David Azurza, che per fisicità ricordava il San Girolamo del Caravaggio con il dono di una voce che apriva nel suo ascoltatore una finestra in un mondo di fatata purezza. Se questo è stato solo l’incipit del festival, aspetteremo con ansia i prossimi incontri.



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