domenica 18 dicembre 2016

A Milano Herzog crea uno spazio per cultura che sfida ogni ombra di pessimismo

Per l’ultimo post del 2016 prima della pausa natalizia, ci spostiamo nel regno di Herzog. Non parliamo del romanzo di Saul Bellow centrato sulla vita e soprattutto sulla mente di Moses E. Herzog, intellettuale in piena crisi esistenziale che ha sempre trovato nell’instabilità la ‘solida’ base per la sua esistenza, sebbene i luoghi creati da Jacques Herzog siano portatori di solida instabilità, intesa come dinamicità evolutiva. 
Herzog & de Meuron
Architetto, anzi archistar idolatrata e imitata in tutto il mondo (lo studio che Herzog ha fondato insieme a Pierre de Meuron a Basilea è oggetto di pellegrinaggio da parte di giovani architetti e appassionati del design), Jacques Herzog ha avuto l’incarico, cinque anni fa, di riempire uno squarcio nella pancia di Milano che risaliva ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. 


Siamo a Porta Volta, a pochi passi dal quartiere storico di Brera e a poche centinaia di metri dalla modernissima piazza Gae Aulenti, segno della rinascita di un’intera area della città in occasione dell’EXPO. È qui che è sorta la nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: due piramidi di 7 piani (di cui due sotterranei) di cristallo e cemento per far posto a 10 chilometri lineari di archivi, 4.200 metri quadrati di librerie, sale per le arti e la lettura, uffici. Un’«immensa piazza contemporanea accessibile alla cittadinanza e alle sue idee» come l’ha definita la stessa Fondazione. Un luogo aperto a tutti, dove le persone possono incontrarsi e confrontarsi, senza preconcetti, con trasparenza, come quella del vetro che Herzog e de Meuron hanno disseminato sulle pareti dell’intera struttura.

Per l’inaugurazione delle due piramidi di Herzog & de Meuron (martedì 13 dicembre), i milanesi si sono messi in fila per ore, pur di poter ammirare dall’interno l’edifico, partecipando anche all’evento Voices and Borders, cinque giornate di letture, eventi e incontri. Da Piero Gobetti a Mahatma Gandhi, da Anna Kuliscioff a Salvador Allende, da Ernesto Che Guevara a Michail Bakunin e Malcolm X, cemento e cristallo hanno iniziato ad assorbire la materia di cui sono fatte tutte le culture: storie. 

Tristi, gioiose, incomplete, perse, ma pur sempre storie. Servono a risvegliare i lobi frontali di ognuno di noi evitando di cadere facile preda di quello che lo stesso Herzog definisce «un populismo che vuole solo annebbiare le menti e che vorrebbe identificare la cultura con il divertimento, come se si trattasse di un prodotto da vendere e consumare senza stare tanto a pensare». 


Come proposito personale, mi impegno a iniziare il 2017 con una visita a questo luogo, perché a volte i passi fisici possono portare a passi mentali ben più ampi.


domenica 11 dicembre 2016

Scrivendo a passo di danza: la nuova avventura di Zadie Smith


C’è stato un periodo nella storia del cinema, fra la metà degli anni ’30 e la fine dei ’40, in cui la trama lasciava il posto alla danza e all’abilità di performers come Fred Astaire e Ginger Rogers, riuscendo a far sospendere al pubblico il giudizio su un finale scontato. Ciò che interessava agli spettatori era godere degli effetti speciali che questi interpreti realizzavano usando il più semplice e a buon mercato degli strumenti: il loro corpo.


E da qui che sembra partire Zadie Smith per il suo quinto romanzo, Swing Time (lo stesso titolo di un film del 1936 con la coppia Astaire/Rogers), pubblicato da poco dalla Penguin in USA e in UK, in cui racconta la storia di due ragazze con una passione in comune: la danza. Entrambe le ragazze (la voce narrante senza nome e la sua compagna Tracey) sono cresciute in quella zona di Londra che l’autrice di Denti Bianchi e NW conosce così bene, facendo della danza la loro forma espressiva d’elezione fin da piccole: a una scuola di danza si sono conosciute e alla danza, in modi molto differenti, hanno dedicato la loro vita.


Attenzione però ad associare Swing Time a un romanzo di formazione o a quello che gli anglosassoni definiscono a “best friend bildungsroman” sul modello della Ferrante, Zadie Smith è una abile e severa mente analitica, applicata al più destrutturato dei campi dell’agire umano: le emozioni. Insofferenti alle catalogazioni e alle prigioni spaziali e temporali, le emozioni che generiamo si nutrono delle nostre esperienze per guidare, spesso nostro malgrado, la vita che percorriamo. Sono i coreografi della nostra danza e non vanno d’accordo fra loro, portandoci a compiere scelte difficili e contrastanti, come quelle della voce narrante, che dovrà confrontarsi con la mancanza di autostima per credere che esista più di una forma di talento o della sua amica/nemica Tracey che di talento sembra averne in eccesso, incapace di incanalarsi nel sistema di regole cui la danza e la vita provano ad ancorarsi per non sentirsi troppo esposte alle emozioni che le hanno generate. Swing Time parla di scelte difficili, di rinunce, di riscoperte, di identità, di creatività e ambizione. È il tentativo di un fine saggista, quale è la Smith, di trasformare uno ‘stream of reflections’ in una storia fatta di azione, dialoghi e dettagli tangibili, come si confà a un romanzo. Una sfida che in pochi avrebbero accettato e il cui esito starà al lettore giudicare, ma davanti al quale non può rimanere indifferenti.



Era da un po’ di tempo che Zadie Smith pensava di ambientare una storia nel mondo della danza. È lei stessa a dircelo in una delle sue tante interviste al Guardian, citando Martha Graham: «c’è una forza vitale, un’energia che si traduce in azione attraverso di te e poiché esiste un solo ed unico te stesso in ogni singolo momento che la vita ci offre, questa azione è anch’essa unica. Sta a ognuno di noi fissarla chiaramente in noi stessi e lasciare questo canale di comunicazione sempre aperto».  Si parla di danza ma potrebbe essere la descrizione dell’attività di uno scrittore che, come un ballerino, è sempre sospeso tra le regole e le costrizioni che gli impongono i suoi strumenti (le parole per lo scrittore e il corpo per il ballerino) e la libertà assoluta che pretende l’atto creativo. Sarà la capacità di portare fuori le emozioni, proprie e altrui, a fare la differenza. È la stessa voce narrante senza nome di Swing Time a ricordarcelo: «Dovevo avere a che fare con le emozioni, tutto ciò che sentivo riuscivo ad esprimerlo molto chiaramente, ero capace di portarlo allo scoperto».



È questo che fa uno scrittore: porta allo scoperto le nostre emozioni affinché sia impossibile ignorarle, a prescindere dall’effetto che potranno avere su di noi e sulle nostre certezze.   


 

domenica 4 dicembre 2016

Poesia Vivente: l’attore secondo Jouvet e Servillo in scena al Piccolo Teatro di Milano


Cammino sotto le volte di un chiostro quattrocentesco. Frammenti di affreschi attribuiti a Bramante e a Leonardo guardano le teste delle persone sedute attorno a tavolini quadrati con sopra resti di tè o cioccolate serviti in porcellane candide. È una domenica pomeriggio di fine novembre a Milano e qualcosa che dovrebbe assomigliare al sole si è spinto per un attimo oltre la coltre densa di nuvole che ha cinto d’assedio la città per una settimana. I cappotti sono ancora aperti e le sciarpe un accessorio più che una barriera al freddo. Alle pareti del chiostro grandi cartelloni su fondo nero mi osservano. Su ogni cartellone, in alto a destra, disegnato a pallini bianchi su fondo rosso, il nome del luogo dove sto passeggiando in attesa di assistere a un cambiamento, emotivo più che meteorologico. 

Siamo nel foyer a cielo aperto del primo teatro stabile d’Italia, il Piccolo di Milano, fondato da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi nel 1947, proprio in questo luogo, in via Rovello, a due passi dal roteare smanioso degli ‘shoppingari’ della domenica che assaltano via Dante, a metà strada fra il Castello Sforzesco liberato dalle strutture tubolari dell’EXPO e il Duomo in perenne parziale restauro. Il mutamento emotivo cui ci apprestiamo ad assistere è quello di un personaggio, che ha in sé un’attrice, interpretata da un’altra attrice. Può apparire complesso, lo so, ma anche la vita lo è, quindi proviamo ad andare per gradi. 


Alla sede storica del Piccolo è in cartellone Elvira di Brigitte Jaques, testo teatrale che trae spunto dal saggio di Louis Jouvet (storico attore francese, fondatore della compagnia teatrale del Théâtre des Champs-Élysées nel 1922) dedicato a Molière e pubblicato da Gallimard nel 1965. Si tratta della trascrizione di sette lezioni tenute da Jouvet per la preparazione della messa in scena del Don Giovanni di Molière. In scena c’è quindi il personaggio di Donna Elvira (da cui il titolo della pièce) creato da Molière che dà l’addio al suo antico amante Don Giovanni, ma non assistiamo alla rappresentazione, bensì alla messa in scena delle prove durante le quali Jouvet cerca di spiegare la sua idea di interpretazione ad una allieva (Claudia), perché possa impersonare al meglio Elvira. Toccherà proprio a Claudia cambiare se stessa come donna per arrivare a trasformare la sua interpretazione come attrice, impeccabile dal punto di vista tecnico ma carente in quanto ad emozioni. Claudia dovrà diventare un «fiume che irrompe in scena, costringendo gli spettatori al silenzio».


Ci riuscirà alla fine? Forse, in parte, preferisco non svelarvi il finale, non è questa la ragione più importante per andare a vedere questo spettacolo in scena fino al 18 dicembre. Di certo la ‘Claudia’ che lascerà il teatro alla fine di queste prove/lezioni nel settembre del 1940 sarà molto diversa da quella che vi era entrata nel febbraio dello stesso anno. Ciò che Jouvet, Brigitte Jaques e Toni Servillo (che in questa superba espressione di teatro nel teatro è sia regista sia attore) hanno a cuore è trasferire un messaggio quanto mai necessario e attuale  80 anni dopo i fatti descritti dal testo. L’impegno, il lavoro su se stessi, la messa in discussione di ciò che si è e di ciò che si vuole diventare e la ‘fatica sublime’ in cui questi elementi necessariamente si concretizzano è l’unica chiave per accedere a ciò che desideriamo e per farlo in un modo che ci renda fieri di quello che abbiamo realizzato.