venerdì 24 dicembre 2010

pausa natalizia...ma l'immaginazione non va mai in vacanza

Cari "imagisti", auguro a tutti gli esploratori dell'immaginazione di potersi godere questo Natale, immersi nella loro personale e libera interpretazione delle feste.

imago2.0 ritornerà nel 2011, prima uscita il 9 gennaio.
A presto.

martedì 21 dicembre 2010

Una parola, un verso: quindicesima – umore

umóre (ant. omóre) s. m. [dal lat. humor o umor -oris, der. di (h)umere «essere umido»]. – 1. Sostanza liquida, acqua: e scuote Lungo il picciol sentier da’ curvi rami Il rugiadoso umor che, quasi gemma, I nascenti del sol raggi rifrange (Parini).  2. Nella dottrina medica fatta risalire a Ippocrate (V-IV sec. a. C) ciascuno dei quattro fondamentali fluidi organici dai quali è retto l’organismo dell’uomo: nel loro equilibrio consiste la salute, e dal loro vario rapporto è determinato il temperamento (sanguigno, flemmatico, collerico, atrabiliare o malinconico), mentre dal prevalere eccessivo dell’uno sull’altro hanno origine gli stati morbosi. Di qui gli usi fig. del termine per indicare: L’indole, il carattere di una persona.


Superba la definizione che il vocabolario ci fornisce al punto 2.
Ci fa ricordare che ogni azione che compiamo non è altro che una ricerca di equilibrio fra sensazioni liquide, alle quali basta un tocco per lasciarci intrisi di rimorsi per anni, aggrappati a parole di scorta, razionali parapetti da cui guardarci e far finta di capire, mentre il nostro umore viaggia e muta.

Mentre leggete la definizione della nostra quindicesima parola e nelle vostre viscere si inizia a formare un verso, la vostra testa scava.
Ed ecco sbucare dal nulla qualche vecchia nozione scolastica, qualche rudimento di filosofia, o, nel mio caso, una vecchia dentiera che si muoveva a scoppio ritardato rispetto alle mandibole del suo possessore, conferendo un’andatura meccanica alle parole del mio vecchio professore di lettere al liceo. Persona d’infinita cultura e sempre di placido umore, sembrava ai miei occhi in possesso di quell’equilibrio di ippocratica memoria fra i nostri organici fluidi. Difficilmente collerico e per nulla sanguigno, sembrava a volte affidarsi alla propria malinconia, per scelta e non per necessità.

A distanza di anni, ancora preda di un umore eccezionalmente mutevole, capace di passare dall’entusiasmo della scoperta del nuovo alla più sconfortante apatia per averlo ormai trovato, la malinconia è mia compagna di vita, quasi mai per scelta, eppure senza di lei non potrei dar voce a quell’umore che sgorga a contestare l’incontestabile.

sabato 11 dicembre 2010

Più libri.., più liberi?

Dicembre. Il mese delle feste per antonomasia. Basta nominarlo e subito si pensa al Natale, alle vacanze, ai dolci, allo shopping selvaggio, ai regali sbagliati ricevuti e donati, alle persone sbagliate a cui li abbiamo offerti e alle speranze che ogni 31 dicembre ci obblighiamo a riporre nell’anno successivo e che puntualmente cerchiamo di dimenticare per i successivi dodici mesi. Dicembre è però anche il mese della fiera della piccola e media editoria di Roma. Un appuntamento che aspetto con ansia per diventare finalmente anch’io, almeno una volta all’anno, un maniaco dello shopping…di libri ovviamente. Di libri diversi, oserei dire, ossia stampati da editori spesso irraggiungibili e scritti da autori amabilmente trascurati. Sarà che mi è stato insegnato di tifare sempre per il più debole, oppure che molti dei libri a cui tengo particolarmente sono state inattese scoperte di autori ignoti, a lungo ignorati dai grandi marchi editoriali, ma ho sempre tifato per queste iniziative. L’edizione che si è chiusa lo scorso 8 dicembre è stata la nona edizione, con più di 450 case editrici indipendenti per un totale di circa 16.000 i titoli in esposizione. 16.000 libri. Non so cosa ne pensiate, ma è un numero che all’inizio ho letto con ammirazione, poi con lussuriosa voluttà, fino a giungere ad un indefinito stato d’ansia misto a terrore. Si parla spesso del numero di lettori in Italia (troppo pochi), soprattutto se confrontato con il numero di libri pubblicati ogni anno (davvero troppi), ma se pensare che esistano ancora editori piccoli ed indipendenti rincuora un lettore affamato di nuove voci e uno scrittore bisognoso di un po’ di spazio per la sua, dall’altro confrontarsi con un questo numero esorbitante di volumi pubblicati dalla piccola e media editoria in Italia (anzi solo da quella intervenuta alla fiera) non può che farmi preoccupare e dubitare.

Pensiamo davvero che pubblicare tanto renda più liberi nella scelta i lettori? Non sarà forse che l’industria editoriale punta sempre più sul numero, sulla quantità e sull’eterogeneità, pur di “imbroccare” prima o poi un best seller? Ma in questo modo non si rischia seriamente di affogare un buon libro in mezzo a migliaia di pessime idee? E come potranno i lettori orientarsi in questo convulso sistema? Vedere centinaia di persone girare senza meta in mezzo ad un carosello di stand, marchi e proposte, fermandosi con la stessa curiosità ed incertezza davanti ad editori “veri” e a “pagamento” (ossia editori che chiedono corposi contributi in denaro ai loro autori e che incredibilmente sono stati nuovamente ammessi alla fiera), cercando così di condensare un anno di mancate visite in libreria in un paio d’ore di acquisti casuali, può far nascere qualche fortuito nuovo lettore e questo è un bene, ma non rischia di farcene perdere molti futuri?

sabato 4 dicembre 2010

Quanti di voi leggono…l’ultima pagina di un settimanale?

 Consultando uno dei tanti studi sulla percentuale di “non lettori”, scopriamo che sono più di venti milioni in Italia le persone che non si avvicinano ad un libro, neanche per usarlo come soprammobile.

Intervistata sul motivo che la porta a “non leggere”, la maggioranza del campione ci rivela che è la noia.

Da ossessivo lettore e compulsivo scrittore ho difficoltà a crederci.

Stupore, coinvolgimento, delusione, smarrimento, dubbio, rifiuto, ma noia?! Noia proprio no, soprattutto se confrontiamo un libro e il mistero che in esso è racchiuso, con uno dei tanti spettacoli televisivi a cui spesso ci sottoponiamo, senza pensare alle conseguenze: la mano che tenta di fondersi con il telecomando, il sedere che diventa soltanto un altro cuscino sparpagliato sul divano, le orecchie bombardate dal sonoro frettoloso e eccessivo, la bocca serrata nell’impossibilità di controbattere, la mente messa in stand-by, in attesa che il rullo di immagini modificate e parole standardizzate si esaurisca, lasciandoci finalmente andare a dormire. Spenti anche noi, da un gesto improvviso su quel tasto rosso del telecomando, che tutto controlla e delimita.

Con il libro invece avremmo potuto scegliere noi i tempi, i gesti e i modi che i protagonisti avrebbero condiviso con noi, lasciandone la definizione visiva al nostro libero arbitrio, alle nostre incertezze, alla nostra immaginazione, che, per quanto tentiamo di estirpare, è sempre presente, dietro i nostri occhi. Pronta a trasformare poche righe d’inchiostro in un sentiero di cui fortunatamente non conosciamo la fine né la direzione. E allora? Qual è la vera ragione che impedisce ai “non lettori” di compiere il salto nel gruppo dei “lettori”? Magari è proprio la divisione che si compie fra questi due gruppi a renderli reali e spesso impermeabili. Una sorta di book - proof stampata sulla testa di più di venti milioni di persone. Se ogni lettore, si fermasse a descrivere il piacere che prova nel leggere un libro a qualcuno dei “non lettori” e poi si obbligasse ad ascoltare le ragioni che spingono il “non lettore” a privarsi di questo piacere, potremmo avere difficoltà dopo un po’ a distinguere i membri di ciascun gruppo, scoprendo che li distingue solo una piccola e preziosa abitudine.

Nell’ultima pagina di un noto settimanale di politica e cultura si nasconde una rubrica di un grande scrittore contemporaneo dal titolo “La bustina di Minerva”.

Nel numero del 2 dicembre l’autore parla di “canoni”, ponendosi la non semplice domanda. “ Che cosa dovrà tentare di leggere l’individuo che ancora lo desideri fare?”

“Quali libri sono ugualmente irrinunciabili sia per un francese sia per un finlandese?” “E quali sono a tal punto parte del patrimonio culturale occidentale da essere percepiti per osmosi, anche se non vengono letti?” Le riflessioni fatte dall’autore sono particolarmente argute e decisamente ve ne consiglio la lettura. Ci mostrano quanto siano ampi ancora gli spazi di ignoranza, anche per i cosiddetti intellettuali, che sono particolarmente attenti alla letteratura occidentale, trascurando ampiamente quella indiana, giapponese o araba e facendoci scoprire che oltre ai “lettori” e ai “non lettori” ci sono anche i “lettori…parziali”.

Buona lettura.


 

venerdì 26 novembre 2010

Non parliamo di politica

Non lo facciamo infatti, diventa solo uno spunto per pensare…e questo ancora ci piace.

Stamane ho letto su un giornale un articolo scritto dal consueto “analista socio-politico” che infesta i nostri media, figura a metà strada fra un giornalista e un rabdomante alla ricerca di una fonte, seppur incerta e posticcia, di verità, davanti alla quale fugge, spezzando il suo bastone.

Di solito questo personaggio si limita a muoversi avanti e indietro nello spazio di deserto che gli è stato assegnato, lo rastrella, liberandolo dalle radici morte delle teorie dei colleghi; lo riempie di solchi di dubbi, impliciti naturalmente (per non correre troppi rischi) e poi semina sabbia di parole leggere e scontate, accuse generiche e retoriche, che si mischiano le une nelle altre, lasciando il lettore in perenne attesa di una fioritura di idee che non sono mai esistite.

Anche l’articolo che ho letto questa mattina non ha donato verità al lettore, limitandosi a riepilogare le principali carenze del nostro sistema politico: continuità, coerenza, competenza, affidabilità e dulcis in fundo “voglia di fare”.

Qualunque cittadino italiano, si sarà soffermato, almeno una volta, sugli stessi punti. Nelle discussioni domenicali post prandium, durante le quali, sigaretta fra le dita e tazzina del caffè in mano, ci sentiamo tutti più capaci e sicuri dei nostri politici, dettando al nostro dirimpettaio di tavolo, troppo ricolmo di cibo per dissentire, la ricetta per far vedere alle future generazioni un’Italia migliore.

Lo stesso cittadino, davanti a questo articolo avrà sospirato dicendo fra sé e sé: “Vedi, lo dicevo proprio ieri: voglia di fare, questo è quello che manca.”

Poi avrà richiuso il giornale, pensando che avrebbe fatto volentieri a meno di andare a lavoro, così come avrebbe piacevolmente rinunciato alla sua complicata famiglia, al mutuo, alla retta della scuola dei figli, alle ramanzine del capo, alle corse che continuamente si trova a fare per arrivare a fine mese, cercando di accontentare tutti, eccetto se stesso.

E allora si sarà arrabbiato il nostro cittadino, pensando alle auto blu, ai conti segreti alle Cayman, alle escort, ai festini, alle alleanze per mantenere la poltrona e dimenticare la gente, mentre il Paese scivola giù e nessuno, nemmeno il nostro cittadino, ha più voglia di fare.

giovedì 18 novembre 2010

Una parola, un verso – quattordicesima: raccogliere...parole

raccògliere (ant. e poet. raccòrre) v. tr. [der. di cogliere, col pref. ra-] (coniug. come cogliere). – 1. Sollevare, prendere o riprendere da terra cosa o persona 2.a. Mettere insieme, radunare, riunire: r. denaro, oboli, documenti, citazioni, esempî, argomenti, notizie, indizî; r. uomini, soldati, compagni; b. Captare, concentrare in un punto 3. Riunire insieme le parti di una cosa allargata, aperta o distesa, quindi stringere insieme, ripiegare: r. le ali, le gambe, il corpo, le vele, le sartie, le reti. Fig.: r. le forze, i pensieri; r. la mente, concentrarla in un pensiero, nella meditazione.

E’ questo che spesso fa uno scrittore: raccoglie parole.



Nadine Gordimer, che con il suo inseparabile taccuino scappa nel bush sudafricano per respirare nuvole e parole, scegliendo le più preziose da raccogliere in attesa che arrivi la storia migliore in cui piantarle e solo allora, con un po’ di malinconia, lasciarle andare.

Haruki Murakami, autore dalle leggiadre sfumature, che riesce a planare con dita da bambino sulle emozioni più impervie, distendendole piano; lo vediamo chino, sulla pagina bianca ad attendere che germoglino le volontà dei personaggi, poi le raccoglie in piccole frasi, che restano incagliate nei suoi dialoghi, come in un rullo inceppato di un vecchio film che non riusciamo più a vedere, anche se lo amiamo, perché scatta subito il ricordo amaro.

Michael Cunningham, che scompone famiglie in desideri finalmente comprensibili, regalandoli al lettore, intrappolati in pensieri aguzzi. Essi si burlano delle parole e le raccolgono, accatastandole le une sulle altre, in attesa della reazione di un personaggio, che non arriverà mai.

Ian McEwan, che sfida il tempo, affettandolo in precise parole che raccoglie intorno al personaggio, una pira pronta a prendere fuoco allo scoccare della volontà dell’autore.


Raccogliere parole, ancora, non bastano mai.
















martedì 9 novembre 2010

Alla ricerca di "strade bianche" di Enrico Remmert

Vittorio, Francesca e Manu: le voci narranti di un viaggio da Torino a Bari in compagnia della "baronessa", un vecchia Fiat Punto rubata ad una autoscuola; un’automobile con i doppi pedali, per far capire subito che la storia che sbirceremo fra le righe di questa edizione Marsilio del libro di Enrico Remmert “Strade Bianche” avrà più di una guida.


Tre schegge della stessa anima si cercheranno furiose per tutto il viaggio, alternando i loro punti di vista e la loro versione della storia per un itinerario che è diretto a Bari, ma potrebbe essere per Timbuctu. Quasi un giro del mondo, di più mondi, se si sommano le innumerevoli soste nello spirito, le improvvise accelerazioni dei desideri, i guasti delle parole e gli scontri della ragione. A tutto si assiste come se si fosse sballottati in quella Punto, stretti fra Vittorio e Francesca, fidanzati non più tali, sebbene nessuno dei due abbia dichiarato all'altro la sua scelta. A guidare e a guidarci in questo sconclusionato viaggi che costeggerà la pianura padana, si tufferà nell’Adriatico e ci farà saltare dalle Marche alla Puglia, ecco “Manu” nella sua apparente semplicità: l'amica, la confidente, molto più vicina a Vittorio che a Francesca e quindi formalmente amica di quest’ultima. Il nostro Cicerone verrà inseguito da un ragazzotto ben oltre lo stereotipo del possessore di cani grossi, guidatore di auto enormi e possessore di sovradimensionati ego. Probabilmente una scusa per fuggire, lontano da se stessi, per scoprirsi alla fine del viaggio ancora lì, più distanti gli uni dagli altri, sebbene attraverso la condivisione di alcune piccole interruzioni di tempo e di giudizio che, forse, valgono una vita.


Il finale non emoziona, probabilmente non vuole farlo e sebbene in alcuni passaggi il lettore potrebbe attendersi una sorpresa narrativa (che non c'è), rimane un libro interessante.

Vi segnalo la scena in cui Vittorio suona il violoncello nella neve, in mezzo a montagne di sale “alte come palazzi”. La mia mente è fuggita ad alcune immagini del film di Baricco su Beethoven (Lezione 21), chissà se Remmert si è ispirato a quel miracolo di sensi. Ci piacerebbe saperlo…

 

Buona lettura.



martedì 2 novembre 2010

Una parola, un verso – tredicesima: separare

separare v. tr. [dal lat. sepărare, comp. di se- «a parte» e parare «fare, approntare»]
1. a. Dividere, disgiungere persone o cose vicine o contigue, mescolate, materialmente o spiritualmente unite; b. Distinguere, sceverare: s. il buono dal cattivo; c. Con riferimento a contendenti, a persone che litigano, mettersi in mezzo tra loro, far cessare una lite o una rissa; 2. ant. Interrompere, far finire: una fratellanza e una amicizia sì grande ne nacque tra loro, che mai poi da altro caso che da morte non fu separata (Boccaccio). 3. rifl. Dividersi, staccarsi, allontanarsi da persone alle quali si era legati da interessi, idee, sentimenti e attività comuni.

Dalla famiglia, dagli amici, da se stessi. Parto dal terzo significato proposto dalla parola di questa settimana, quello riflessivo, quello egoistico: “separarsi”. Molto spesso sinonimo di legittimarsi, realizzarsi. Separarsi dal socio che non ci comprende, l’azienda che non ci apprezza, il compagno che non ci sostiene, gli amici che non ci ascoltano. Separarsi dagli errori che si continuano a compiere, nella speranza che divengano di qualcun altro e che guardandosi indietro, pochi passi più avanti, sia possibile dire: “Come si può essere così stupidi?”.
Sentirsi vittoriosi perché soli, non dipendenti da altri esseri umani, ma bisognosi della loro dipendenza. Affinché si possa dire di essere vincolati, controllati, indirizzati e ricominciare a separarsi.
Immersi in questo loop emotivo cerchiamo di ascoltarci senza avere più orecchie disponibili.




domenica 24 ottobre 2010

Il corpo dei desideri - 23 ottobre 2010

Immaginate una strada buia ai lembi di una città. Immaginate un piccolo cancello che si apre su di essa, con all'interno una corte che sembra assorbirvi in un tempo differente, in un luogo differente.
Immaginate una sala da ballo rettangolare, posta ai margini della corte, specchi su una parete, travi di legno che si spartiscono il soffitto, un pavimento consumato dai troppi tacchi che hanno litigato con il ritmo.
Immaginate all'interno della sala delle sedie verdi poste ad emiciclo, davanti allo specchio, due poltroncine con troppo lavoro sugli schienali, della cioccolata presuntuosa, che si è voluta trasformare in lettera, parola, pensiero. Immaginate voci che si intrecciano a risvegliare personaggi e orecchie pronte ad acchiapparli, per stenderli bene fra i loro pensieri. Immaginate occhi che bisbigliano curiosi e piedi che galleggiano, incapaci di frenare il corso dei desideri.   
Immaginate dei corpi: spezzati, perlustrati, spiati, cesellati, ammirati. Immaginate i loro desideri: possenti, impetuosi, privati, urlati, impossibili. Fluiscono liberi dalle pagine ad un viaggio che anche voi, ora, avete intrapreso. 

sabato 16 ottobre 2010

Parole2.0

“Una parola di verità peserà più del mondo intero.

Lo affermò Aleksandr Isaevič Solženicyn nel suo discorso per la consegna del premio Nobel per la letteratura, sostenendo che il peso specifico di un’idea, magari anche propria (e perciò libera), può sovvertire un intero regime. Si riferiva alla sua esperienza nei gulag durante la dittatura sovietica, al sistematico tentativo di scardinare, nel prigioniero, l’istinto alla formulazione del pensiero, facendo prevalere l’idea collettiva sull’idea del singolo, che, diventata inutile, non aveva più necessità di generarsi.
Il tempo dei gulag (acronimo russo per “direzione principale dei campi di lavoro correttivi”) sembra essere passato, per lo meno in Russia, oggi abbiamo altri campi di lavoro correttivi, quelli della mente.
Idee di prevaricazione, violenza, furbizia, chilometri di filo spinato comportamentale che ci bombarda e ci consuma, convincendoci che la silenziosa obbedienza è l’unica via per continuare ad acquistare punti nel sistema di scommesse truccato che è la nostra società.

Il singolo verso allora può diventare la strada per rosicchiare le fondamenta di questa prigione in cui volontariamente ci siamo confinati o solo un “rifugio” in cui negare il pretenzioso reale?
Aspetto le vostre idee.


P.S. Vi segnalo, per confrontarci su questo interrogativo, un concorso letterario, il cui tema ruota intorno a questa domanda.
(link cliccando sul titolo di questo post)

venerdì 8 ottobre 2010

“Letture a confronto”: Circolo di lettura virtuale

Prima sfida: Norvegian Wood di Murakami Haruki.

Abbiamo creduto, proposto, tentennato e insistito. Alla fine, all’interno del nucleo del circolo culturale Bel-Ami di Roma, io ed altri libro-maniaci abbiamo creato un circolo di lettura che si appoggia al portale www.anobii.com

Si tratta di un luogo virtuale, dove sfogare tutte le nostre frustrazioni da lettori incalliti, lamentandoci dell’inaccettabile ultima pagina di un romanzo o della morte improvvisa del personaggio che più di tutti amavamo. Potremo consigliare, mitizzare, criticare, discutere e creare fronti di lotta all’ultima riga sul caso editoriale del momento, ma soprattutto sarà un’occasione per conoscere punti di vista diversi dal proprio e (cosa più difficile) provare ad accettarli.

Il primo libro che ha scelto democraticamente la community degli attuali 14 iscritti è “Norvegian Wood” di Murakami Haruki. All’interno del gruppo del circolo culturale Bel-Ami su anobii (link: http://www.anobii.com/groups/01cd18a471187178e4/) troverete una discussione dedicata al libro con le regole che ci siamo dati per le nostre letture a confronto. Il primo appuntamento è fissato per il prossimo 10 ottobre, ma ovviamente è sempre possibile unirsi al gruppo in corsa, limitarsi ad “origliare” o aspettare il prossimo titolo. Alla fine di ogni lettura, organizzeremo anche un incontro “dal vivo” per unire visi a parole.

Vi aspetto.



domenica 3 ottobre 2010

Fiat Theatre!

Non soltanto un’incitazione alla partecipazione a questa coinvolgente forma d’arte, ma soprattutto un esperimento di ritorno al passato.

Molti ricorderanno il famoso “carro di Tespi”, il mitologico poeta che intorno al 500 a.c. avrebbe inventato la tragedia greca, separando l’attore dal coro. Tespi si spostava, almeno secondo Orazio, da una città all’altra dell’Attica con un carro, sul quale innalzava il palco su cui si esibivano due attori che cantavano dei cori ed un terzo che, separatamente, declamava versi.

2500 anni dopo in una piazzetta di Trastevere, di fronte a quel che resta dell’antica chiesa di San Cosimato, è apparso questo strano oggetto.


Un novello carro di Tespi che, forse anche memore dell’avventura dei teatri ambulanti italiani, che negli anni ’30 solcarono l’Italia e l’Europa, utilizza un pulmino itinerante della nostrana casa automobilista (la FIAT appunto) per foraggiare la più importante delle doti dei bambini: l’immaginazione.

Ben venga questo ritorno al passato, soprattutto se carico di riserve d’immaginazione per il futuro, vederlo mi ha rincuorato.

domenica 26 settembre 2010

Una parola, un verso - dodicesima: passeggiango

passeggiare v. intr. e tr. [der. di passo] (io passéggio, ecc.). – 1. intr. (aus. avere) Camminare lentamente, per divertimento e distrazione o per esercizio fisico, spesso senza una meta precisa. 2. tr. a. ant. o letter. Percorrere passeggiando o percorrere in genere.



Passeggiando in una fortezza di cotone, sento la voce sfilarsi dai desideri,

coccolare il silenzio, acquattato in un rovo di luce che rapisce la vista ed

inganna il passo fremente.



Terrore. Il mio silenzio.



Da lui fuggo e inondo, lattice di voglie, il mio quadrato.

Asciugo. Asciugo.

Più asciugo e più mi gonfio di attese.

Scrigni intagliati da una mente che non giace,

si spezzano l'uno nell'altro

e si moltiplicano

davanti ad un gelido attimo di riposo.

domenica 19 settembre 2010

Una parola, un verso - undicesima: ricominciare

ricominciare v. tr. e intr. [comp. di ri- e cominciare] (io ricomìncio, ecc.). – 1. tr. Cominciare daccapo, riprendere dopo una interruzione più o meno lunga: r. il gioco; r. un lavoro, una lettera, una ricerca; rinnovare: Dolce color d’orïental zaffiro ... A li occhi miei ricominciò diletto (Dante). Con a e l’inf.: r. a parlare, a scrivere; ricominciamo daccapo 2. intr. (aus. essere) Avere nuovo inizio: il gioco ricominciò più accanito di prima; il freddo ricomincia. Impers.: ricomincia a piovere; è (o ha) già ricominciato a far caldo.


Ricominciare.
A lavorare, a studiare, a litigare, a pagare, ad evitare.














NO!

Ricominciamo qualcosa di differente.

Ricominciamo ad osservare.

Sulla strada che dal lavoro mi riporta a casa, si snoda un surreale aranceto di cemento e grossi palazzi, considerati vecchi e non antichi, da una città in cui tutto quello che ha meno di duecento anni è orrendamente “nuovo”. Gli alberi si sollevano da una terra grigia, fatta di sovrapposte “pezze di asfalto” e atavici resti di san pietrini, un tempo sovrani. Gli agrumi formano traballanti ruote di pergamena verdastra, che resta compatta davanti al vento che la sfiora, indeciso sul da farsi. I turisti si fermano stupiti nel vedere grinzose arance stazionare pigre e gonfie su striminziti rami assediati da uno smog che non li distrugge per avere qualcuno con cui parlare. Si fanno delle foto intorno al guizzo di creatività botanica tutta italiana, qualcuno osa anche toccarle quelle strane arance, aprirle, assaggiarle. Sono secche. Svuotate. Il volto del turista coraggioso si contrae, gli occhi si conficcano nell’agrume ormai spirato come se non volessero accettare quella morte che si nascondeva, chissà da quanto, in una parvenza di vita. Apparenza che abbelliva la corsa di un popolo impazzito, che del piacere non gusta neppure più la forma.




martedì 7 settembre 2010

Un sabato davvero infinito


Vi è mai capitato di concludere il venerdì sera lacerati dal piacere di essere finalmente giunti al week end e la consapevolezza che state per avventurarvi in un sabato infinito.
E badate “infinito” non perché ricolmo delle mille attività che volete sempre fare ma che non riuscite mai a metter in pratica a causa del lavoro/della famiglia/degli amici o di qualsiasi necessario vincolo sociale che vi siete costruiti intorno. No, “infinito” perché sarà occupato da una ferrea agenda di attività da compiere per soddisfare parte dei vincoli di cui sopra, nonché magari il vostro sostentamento (magari la spesa perché il frigo è vuoto al rientro dalle vacanze?).

Cercherete allora di prolungare masochisticamente il vostro venerdì sera per non dovervi ritrovare troppo presto in piedi ed operativi il giorno seguente. Uscirete, mangerete fuori, berrete fuori, penserete fuori dagli schemi, tentando di decelerare, di non arrivare. Intanto penserete al sabato infinito che vi attende.
Niente paura! Passerà e sarà di nuovo domenica e potrete crogiolarmi in quel misto di malinconia e pigrizia che tanto vi fa sentire in colpa e vi consola.
Prenderete allora in mano un libro e leggerete.
Un consiglio? Certo, sono qui per questo.
“Sabato” di Ian McEwan, che, guarda un pò, ci racconta proprio di un’unica giornata (un sabato) del protagonista, in cui nulla del suo fitto programma va come dovrebbe andare e tutto cambia per ritornare, a fine giornata, al punto di partenza.
Per chi è interessato anche alla dietrologia dei libri (nel senso di struttura narrativa), penso possa essere molto interessante per la maniacale perfezione nella descrizione degli eventi e soprattutto per l’impatto emozionale che hanno sul protagonista e sulla sua visione del mondo.

Che ne dite allora, sabato si legge “Sabato”?

domenica 29 agosto 2010

fine della "vacatio"

Punto e a capo.
Di nuovo in sella.
Ritorno alla base.
E mi fermo qui con i luoghi comuni che accompagneranno il nostro rientro dall’agognata “vacatio” di cui vi parlavo nel nostro ultimo post prefestivo. Non fateci caso e soffermatevi su voi stessi.
Come è andata?
Siete riusciti a lasciare il vischioso e pensante pacchetto di insoddisfazioni, rivendicazioni e desideri che vi siete trascinati dietro per un anno?
Se tocca a me iniziare il bilancio delle vacanze, posso dire che ho passato una mattina sull’orlo del silenzio, in un luogo dove il vento aveva timore di parlare  e l’acqua si spaventava nel  ritrovarsi priva di peso. Un luogo dove la pace diventava presto ansia, tuffo in se stessi, senza rete, senza provvidenziali distrazioni. Un luogo dove ho avuto paura e da cui non sono riuscito a staccarmi per ore.
Poche ore in tre settimane.  Impercettibili, affogate in un itinerario scioccamente serrato, per vedere, conoscere, ascoltare il più possibile, in quella settimana di paesaggi nordici in cui mi ero rintanato. Eppure sono proprio quelle poche ore che io oggi ancora sento. Anzi quel sospeso impercettibile secondo in cui ho compreso cosa c’era che mi attirava in quella vallata, cosparsa di laghi troppo lunghi e troppo piatti, nati dalla distrazione di un Dio frettoloso con in mano un ferro da stiro troppo caldo. La paura e l’ansia di trovarsi davanti a se stessi, senza indietreggiare.

lunedì 2 agosto 2010

una parola un verso - decima "vacanza"

vacanza s. f. [dal lat. vacantia, neutro pl. sostantivato di vacans -antis, part. pres. di vacare (v. vacare), attrav. il fr. vacance]. – 1. Il fatto, la condizione di essere o di rimanere vacante; 2. Intermissione, temporanea cessazione di un’attività. In partic.: a. Intervallo di riposo, di uno o più giorni, che nella ricorrenza di una festività o per altra circostanza viene concesso agli studenti e agli impiegati b. Riposo più o meno lungo dalle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede.

Eccoci giunti alle agognate e temute vacanze.
Sebbene sia più vicino al significato originale del termine (la condizione di essere vacante, la possibilità di allontanarsi da se stessi, imparando ad osservarsi da una diversa prospettiva), spesso anch’io perdo la rotta e mi abbandono al secondo e più comune significato di vacanza: le ferie. Partire (vicino o lontano non è importante) e lasciarsi tutto alle spalle, almeno per qualche settimana. Il capo che ci tartassa, la rata del mutuo che cambia continuamente, la macchina che non funziona, il figlio che vuole scappare e il coniuge che proprio non se ne vuole andare. Sigilliamo tutto e partiamo.
Il problema è che questo pacchetto lo portiamo con noi, ed è un pacchetto pesante.
E per quanto lo abbiamo stretto bene, cercando di bloccare ogni suo respiro con l’itinerario più serrato e vacanziero che ci è venuto in mente, per quanto possiamo averlo stordito con campionati di beach volley, balli del villaggio, lunghi ed estenuanti tour in auto per terre desolate o il più convulso dei viaggi organizzati, ci sarà sempre un pezzetto di noi che spunterà fuori e da cui non riusciremo a scappare.
Allora ci verrà un po’ di malinconia, diremo che la vacanza è durata troppo e che non è poi male tornare a casa, senza pensare che non ce ne siamo mai davvero allontanati.

Il mio augurio allora sia di distrarsi e scordarselo in macchina quel pacchetto, alla stazione, mentre prendete una coincidenza o in aeroporto, al banco del check-in. Lasciatelo andare, nessuno vi rimprovererà per questo. Sarà a casa ad aspettarvi al vostro ritorno.

Buona vacanza a tutti.

Informazione di servizio:
Carissimi imagisti, nel mese di agosto il nostro blog si fermerà per qualche settimana, il prossimo appuntamento sarà a fine mese.
Pierfrancesco


domenica 25 luglio 2010

una parola un verso - nona: "confutare il mondo di Amélie"

confutare v. tr. [dal lat. confūtare] (io cònfuto, alla lat. confùto, ecc.). – Ribattere un’affermazione, una ragione, ecc., dimostrandola erronea o infondata.


Il caso Amélie

Confutare se stessi è uno sport poco praticato ma molto salutare.

Mi sono trovato a doverlo fare pochi giorni fa, per poi sentirmi di nuovo attratto dal paradigma appena negato.


Stiamo parlando di Amélie Nothomb e dei suoi libri.

Una donna che è riuscita in pochi anni a generare un vero e proprio fan club di lettori osannanti, dipendenti dalle sue mistiche divagazioni dell’animo e soprattutto della mente.

Dopo averne visto un’intervista, sentendole dichiarare, senza alcun imbarazzo, di reputarsi la migliore scrittrice vivente, ero stato conquistato da un desiderio di oblio per personalità così fastidiosamente “ostentanti”, gioiosamente in linea con il contesto sociale in cui viviamo, dominato dall’insopprimibile esigenza di vendere se stessi al meglio. Non avrei ceduto alla mia indomita curiosità per il nuovo, né alla voce suadente della famosa scrittrice, ai suoi fonemi precisi, al cappello di feltro nero, quanto mai adatto a questa novella regina di cuori, intrappolata in regno tutt’altro che meraviglioso. Avevo bisogna di sostanza e non ancora di amabile forma.

I giorni sono passati e il mio occhio è caduto più volte sui suoi libri durante i miei periodici attacchi compulsivi di acquisto libresco.

Ma ho sempre resistito. Strenuamente. Almeno per i primi due giorni, al terzo ho ceduto ed ho comprato (spinto dall’ennesimo consiglio di un’amica, che parlando del Giappone lo ha subito Nothombizzato), uno dei suoi libri più famosi “Stupori e Tremori”.

Lo avete letto? All’inizio la scrittrice sembra nascondersi dietro una scrittura precisa nel suo saltare di pensiero in pensiero, come uno scimpanzé Ameliè Nothomb si sposta di ramo in ramo, senza un ordine apparente, mentre viene braccata dai cacciatori della razionalità. Ci confonde, ci incuriosisce, ci ammalia con nipponiche reminescenze. Il libro infatti narra la storia autobiografica della sua esperienza in Giappone, dove la sua protagonista (Amélie anche lei) ritorna dopo molti anni di distacco, cercando in tutti i modi di farsi accettare, di sentirsi integrata in quell’universo di regole e imposizioni, su cui il suo Giappone sembra basarsi. La trama appare una scusa per farci saltare con Amélie sugli alberi delle sue nevrosi, collocandoci in un oblio da cui ci svegliamo alla fine del libro, dipendenti e pronti a leggerne ancora.

Mi trovavo di fronte al segreto che si cela dietro i suoi best sellers? Attirarci con la diversità per poi confortarci con il suo rifiuto? Potevo allegramente confutare il pensiero originale che mi aveva portato a tenermi alla larga dai suoi libri?

Sembrava di sì.

Poi, mentre ero già in libreria e la cassa batteva il suo secondo libro sul Giappone, le mie mani ebbero un sussulto nel prendere la bustina e il suo contenuto. Mi aveva fregato? La sua abile ricetta era stata quella fin da principio?

Rendersi antipatica e diversa, rispolverare il clichè dello scrittore ribelle che non può essere compreso e non vuole comprendere i normali? Li accetta come suoi lettori, facendoli entrare nella sua trappola, ma è sempre lui la regina di cuori che manovra ogni trucco.

Stavo confutando la mia confutazione. Ero prigioniero dell’oblio.

domenica 18 luglio 2010

una parola un verso - ottava: "calore"

calóre s. m. [lat. calor -ōris, der di calere «essere caldo»]. – 1. La sensazione determinata dalla vicinanza o dal contatto del corpo umano con un oggetto o con un ambiente caldi. 2. In biologia e in medicina, c. animale, quello proprio degli animali omeotermi, derivante dai processi metabolici; colpo di c. 3. Con riferimento alle femmine degli animali, spec. mammiferi, il complesso delle manifestazioni legate all’estro (eccitamento sessuale, ricerca del maschio, ecc). 4. fig. Fervore, ardore, entusiasmo, manifestazione intensa degli affetti: il c. dello sdegno.



Calore.

Che spinge sulle nostre gambe, sino alle spalle,

stringe sudore intorno al collo,

svela insofferenza in ogni desiderio,

vela gli occhi, ottura le orecchie,

appiccica i capelli e riscende, insopportabile, scure rovente sui nostri pensieri,

riducendoli a ricordi dal retrogusto amaro.



Ci schiaccia, ci odia, ci fa odiare.



Scappare, pensiamo solo a fuggire,

dove la notte può arrivare,

dove il letto, graticola di sensi distratti, ci rotola avanti e indietro senza aspettare.


Sparire, si potesse sparire in un respiro fumoso di freddo contatto.

Calore, ancora,

su cui sbriciolare volontà e sedurre piaceri.

Non posso più osservare il calore che monta sulla pelle.

mercoledì 7 luglio 2010

Una parola un verso – settima: “silenzio”

silènzio s. m. [dal lat. silentium, der. di silens -entis, part. pres. di silēre «tacere, non fare rumore»]. – 1. a. Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione: il s. della notte; b. Nel linguaggio milit. (e per estens. di collegi e altre comunità), prescrizione di non disturbare il riposo o la tranquillità parlando o facendo rumore; il periodo di tempo per cui si deve osservare questa prescrizione e il segnale di tromba che ne segna l’inizio 2. a. Il fatto di non parlare o di smettere di parlare (e, più in generale, di non gridare, cantare, suonare, fare rumore) per un certo periodo di tempo: stare, rimanere in silenzio; ascoltare in silenzio b. Per estens., il non dare notizia di sé, né per lettera né con altri mezzi di comunicazione 3. Nel diritto civile, il fatto di non manifestare la propria volontà, che non ha alcuna rilevanza giuridica se non nei casi indicati dalla legge 4. Chiesa del s., espressione usata, spec. in passato, per indicare la condizione della Chiesa in alcuni paesi a regime totalitario, nei quali non esiste né il riconoscimento della religione, né la libertà di culto.



Nacchere di gesti,
si contrappongono allo schizzo di un sospiro che, ancora, speri di lanciarmi addosso.


Nessuno ci guarda, tutti ci respirano, rubando idee irrealizzabili intinte in labbra troppo carnose per liberare silenzio.


Strusci i piedi su un tempo passato, scavi vogliosa, la sabbia non ti accetta e si colma di ricordi sbagliati. Più insisti più è bollente.


Io guardo dove non ci sei,
dove Nulla è sempre incerto e perciò magnifico,
dove i lenzuoli sconnessi su cui volo non sono stati ancora riempiti di sabbia,
strappati per cibare pesci che continuano a fissare la mia mente che si disperde, duplicando sensazioni indefinite e sorde alla fame che imperterriti essi spalancano.

martedì 29 giugno 2010

Leggere è una corsa di uova

Cari imagisti, 
vi segnalo una mia riflessione uscita ieri sul blog "sulromanzo".

Il titolo e l'idea nascono da un pomeriggio in cui ho perso il mio tempo, trovandomi di fronte ad un'assenza che solo la lettura e la scrittura, fino ad ora, mi hanno concesso.
Di seguito l'incipit che spero susciterà la vostra curiosità.
Aspetto vostri commenti.

" C’è un piccolo borgo in Umbria, dove la Pasqua porta con sé un’antica tradizione fatta di uova colorate che ruzzolano libere per le strade (senza che nessuno possa fermarle) e di bambini urlanti, finalmente al comando.
Se vi avventurerete fra i vicoli attorcigliati su se stessi e le piccole porte, che si rintanano fra le possenti mura, proverete la più sublime delle perdite, quella del tempo.
Non avrete più l’ansia di visitare, degustare, parlare, decidere. Sentirete allora le urla dei padroni del paese. Per un solo giorno, infatti, saranno i bambini dai cinque ai dieci anni a possedere la strada principale, quella che corre ripida e priva di ripari verso la porta nord..."

giovedì 17 giugno 2010

Una parola un verso - settima settimana - "Sparare"

sparare v. tr. e intr. – 1. Azionare un’arma da fuoco, facendo esplodere e partire uno o più colpi 2. a. estens. Tirare con violenza, spec. calci, con riferimento a quadrupedi b. Nel linguaggio della fotografia e della televisione, con uso assol., detto di soggetto che, nella ripresa, dà luogo ad abbagliamento 3. fig. Dire cose inverosimili o esagerate (e s’intende, per lo più, con una certa sfacciataggine): s. balle, fandonie; 4. [der. di parare, col pref. s- (nel sign. 1)], non com. – Spogliare dei paramenti, degli addobbi: s. la chiesa; nel rifl., togliersi i paramenti
Sparare.
Sulla gente, sulle richieste, sulle nostre possibilità. Attaccare, non lasciare spazio, decidere che ciò che possiede l’altro deve essere nostro. Allora prenderlo, convincendo noi stessi che è naturale, perfino congeniale al nostro essere. Guardarsi intorno e razionalizzare, perché fanno tutti così, sono tutti così, come se sparare fosse meno grave se non si è i primi a farlo, per poi impiegare mesi a dimenticarlo. Fino alla prossima volta, fino al prossimo dubbio, sempre più spento, sempre meno coerente.
Il tempo dell’incertezza si assottiglia, lasciando spazio alla convinzione che sia sempre stato così e per questo giusto.
E voi? Quante volte avete sparato oggi?


sabato 12 giugno 2010

Le correzioni di Jonathan Franzen

Lo avevo acquistato. Alla fine avevo dovuto cedere: articoli, commenti entusiastici, dichiarazioni di unicità, la tagliente abilità nel delineare le incertezze e le recriminazioni di una famiglia americana. Così normalmente divisa ed incompresa da sembrare la "nostra".


"Lo si sentiva nell'aria: qualcosa di terribile stava per succedere." Così Franzen prepara il lettore ad un evento distruttivo che sconvolgerà gli animi più delle cose. La scrittura è limpida e non indugia mai su se stessa, puntando esclusivamente a scarnificare la mente dei suoi personaggi, senza risparmiare al lettore neanche uno dei dubbi, delle angosce esistenziali e dei paradossi di cui la mente umana è colma. L'autoanalisi sembra essere il vero protagonista di questo romanzo, tanto che a metà del libro, qualcosa è scattato nel mio usurato e poco funzionante sistema di autodifesa, obbligandomi a interrompere la lettura. Ho tentato più e più volte di riprendere in mano le sorti della famiglia Lambert, affezionato a Chip, l'artistoide autodistruttivo, Gary, il bancario rampante e insoddisfatto della sua vita o Denise, chef di successo che si sente costantemente in secondo piano rispetto al resto della famiglia. Lati perfetti della piramide di scelte mancate o inevitabilmente compiute con cui, probabilmente, la personalità di tutti noi si è trovata, almeno una volta, a discutere. Per questo qualcosa mi continua a bloccare?

Ho paura di scoprire che i "miei" Lambert troveranno alla fine la pace?

Ditemelo voi.


 



P.S. per i lettori di imago2.0 - causa impossibilità di connessione nella settimana 18-25 giugno, pubblicherò mercoledì (invece di domani) la settimana uscita di "una parola un verso". In questo modo non vi lascerò per troppo tempo senza post da gustare.



domenica 6 giugno 2010

Una parola un verso - sesta settimana - "Connessione"

Connessióne s. f. [dal lat. connexio -onis, der. di connexus, part. pass. di connectĕre «connettere»]. 1. Lessere connesso, intima unione fra due o più cose; per lo più fig 2. In elettrotecnica, sinon. di collegamento: c. in parallelo, in serie; c. a triangolo, a stella; nel linguaggio dell’informatica e delle telecomunicazioni, collegamento a una rete telematica



Esigenza compulsiva al contatto che sfocia spesso in un click morboso, dove si può finalmente sfogare il lungo silenzio compresso dal tubo catodico.
Decenni di ascolti forzosi per egoisti petulanti che si narcotizzavano in attesa di una rivincita.
Eccola finalmente.
Il tempo è giunto.
Parlare, parlare, parlare, scrivere, urlare, pubblicare. Tutto si può dire senza più ascoltare. La TV tanto biasimata diviene troppo evoluta, generatrice di silenzio amorfo, è sostituita. Inglobata dal network dove tutto finisce, dove dire la propria è troppo necessario e nulla si riesce a selezionare.

sabato 29 maggio 2010

Una Parola un Verso - quinta settimana - "Aggressività"

Aggressività s.f. [der. di aggressivo] -
1. l'essere aggessivo; impetuoso, violento. 2. in psicologia ed etologia, tendenza istintiva, ipotizzata come causa di comportamenti caratterizzati da minaccia e attacco.


Quanta aggressività si nasconde in pochi metri?


Mentre scappate verso un luogo separato dal mondo, dove la priorità è figlia dell'assurda teoria che il centro dell'universo si sia rifugiato in un cubicolo di sensi spezzati e azioni ripetitive, vi troverete a sorpassare cumuli di aggressività solidificati in parvenze di esseri umani.

Li vedrete, mentre corrono verso di voi, davanti a voi, ipnotizzati da cuffiette bianche o auricolari fantasma, discutendo con se stessi, attancandosi, minacciandosi, percuotendo l'aria che avrà osato frapporsi fra loro e l'ingiustizia che sembra attenderli ad ogni falcata.
Se li sfiorerete, saranno pronti a saltarvi addosso con parole acuminate, allora il corpo sussulterà e voi proverete la paura della mortificazione e la rabbia dell'inerzia.
Poi scatterete. Pronti a combattere, a difendere il nulla che già si insinua fra voi e il loro corpo, che già invade i vostri confini.
Vi odiano, si odiano. Diversi vorrebbero essere, eppure, se qualcuno oserà toccarli, gli salteranno alla gola, oscurati dal livore generato da una leggera spinta, un semaforo non rispettato, una precedenza mancata o un sorriso troppo disteso a cui sono stati costretti ad assistere.

Oserete allora toccarli?
E' qui, intorno a noi, è in noi
e spinge.


lunedì 24 maggio 2010

Una Parola un Verso - quarta settimana - "Fretta"

frétta s. f. [der. di frettare, dal lat. *frictare «fregare»]. – 1. Necessità o desiderio di fare presto: ho f. d’arrivare, di finire; nella f. di uscire, ho dimenticato le chiavi; mettere f., fare f. a qualcuno, sollecitarlo, incitarlo a far presto.
2. Rapidità nei movimenti, negli atti: la fretta Che l’onestade ad ogn’atto dismaga (Dante);




Fuliggine che cova, aggrappata al tempo,

sminuzza rinunce, trasformandole in promesse di nuove libertà.


Truccata e fotocopiata, ci percorre, libri tattili dal protagonista incerto.


Si fa inseguire, pregare, assaporare, mentre è lei a spingerci oltre la nostra volontà.


È finita.


Si è dissolta dietro la parete vuota che difende l’ascolto.


Dietro c’è la nostra sedia, è sempre stata lì.

giovedì 20 maggio 2010

Prendilo, Tienilo e Mai Più

Cosa si intende per diversità?
Ne esiste una sola definizione? E' una caratteristica necessaria per uno scrittore?
Preferiamo essere un rassicurante "Prendilo" o un fedele "Tienilo", piuttosto che un avventuroso "Mai Più"?
Oggi è uscito un mio post sul blog "sulromanzo" che cercherà di rispondere a queste domande e a farvene porre molte altre.
Seguite il link al titolo del post e fatemi sapere cosa ne pensate.

domenica 16 maggio 2010

Una parola un verso - terza settimana - "Furbizia"

Furbìzia s. f. [der. di furbo]. – L’esser furbo (è lo stesso che furberia, ma indica in genere maggiore sottigliezza).

Furbo agg. e s. m. (f. -a) [voce di origine gergale, di provenienza ignota]. – Accorto nel fare il proprio tornaconto, nell’evitare di cadere in inganni e tranelli e nel cavarsela da situazioni imbrogliate o pericolose; Dim. furbétto (v.), furbacchiòlo; accr. furbacchióne (v.), furbóne; pegg. furbàccio.


Supponente dote italica, che ci spinge a prevaricare il debole, aggirando la legge del forte, in nome di un’adattabilità che è divenuta sinonimo di spregiudicatezza ed inaffidabilità.
Siamo pronti a tutto pur di ottenere il nostro piccolo tornaconto, ma senza schierarci, senza difendere le nostre idee in pubblico e tanto meno persistere nella loro attuazione quando il contesto appare ostile. Una mandria di “furbacchioni e furbacci” che sono divertenti a piccole dosi, ma che i non italiani preferiscono tenere lontani dai bambini, per non correre il rischio di far germogliare altri “furbetti”.