domenica 29 gennaio 2017

L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia e il rapimento di Giacomo Leopardi




Giacomo Leopardi per me è sempre stato uno strumento musicale. Un violino per l’esattezza. Di quelli che sanno condensare una sensazione in pochi movimenti perfetti, capaci di fermarsi per sottolineare nel più inatteso dei modi un silenzio e poi ripartire. Precisi e sinceri, a trivellare l’animo di chi è in ascolto alla ricerca di una fragilità da far germogliare in domanda. Anch’io, come Alessandro D’Avenia racconta al lettore nel suo L’arte di essere fragili (Mondadori), ho scoperto Leopardi grazie a un insegnante e alla sua mente illuminata, sebbene non l’abbia trovato in classe. Nella mia stanza di adolescente, seduto alla scrivania, avevo di fronte l’antologia di letteratura italiana e torturavo le orecchie che avevo indebitamente procurato all’innocente tomo. Sognavo un tornado salvifico che mi proiettasse in un universo parallelo in cui non mi sentissi il più sbagliato degli esseri viventi. Poi qualcuno mi poggiò la mano sulla spalla e mi chiese di leggere. Non volevo, ma ci sono persone cui non sappiamo dire di no e a volte questo è un bene. Una poesia: L’infinito. Così scoprii che «interminati spazi» e «sovrumani silenzi» non esistevano solo in me, ma anche in Leopardi e che la rabbia che sentivo crescermi dentro per la paura che non mi permetteva di muover passo o pensiero, non erano mia proprietà esclusiva. Lessi malissimo, come può leggere un ragazzo che vive come violazione ogni sua esposizione emotiva, e poi rilessi ogni parola, dentro di me e lì la melodia di Leopardi cominciò a far germogliare parole e domande che non mi hanno più abbandonato.


Molte devono aver fatto il nido anche in Alessandro D’Avenia che, nel suo L’arte di essere fragili, continua un dialogo con Giacomo Leopardi che da anni ha iniziato, facendolo conoscere ai ragazzi che si sono rincorsi nella aule milanesi dove D’Avenia insegna lettere. L’autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue dialoga con il poeta, con questo testo in forma di epistolario lo interroga e si interroga, offrendoci un rimedio ideale per «riparare il fuoco della nostra esistenza» e presentandoci l’immagine di un Leopardi ‘predatore di felicità’: «A guidarlo era una passione assoluta. La custodiva dentro di sé e la alimentò con la sua fragilissima esistenza nei quasi trentanove anni in cui soggiornò sulla Terra; per questo ebbe un destino scelto e non subito, pur avendo tutti gli alibi per subirlo o per ritirarsi da qualsiasi passione. Fu invece un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi». 


Polverizziamo così l’idea stantia di un Leopardi pessimista e misantropo, per scoprire l’uomo che cercava affannosamente il rapimento, manifestazione della parte più autentica di noi, quello «che sappiamo essere a prescindere da tutto», in ogni attimo della vita. Rapimento che trovava nei dolci di cui era goloso, proibiti dal suo medico, che Leopardi nascondeva sotto il cuscino per gustarseli nelle sue notturne riflessioni, ma soprattutto nella necessità di sentirsi sempre titolato «a esprimere nel silenzio del cuore ciò che più conta», ciò per cui si desidera vivere. E qui sta il merito più grande di questo epistolario che ignora spazio e tempo per far dialogare l’autore de Lo Zibaldone  con uno scrittore del XXI secolo: ricordare ai lettori che il rapimento «non è un lusso che possiamo concederci una notte all’anno, ma la stella polare di una vita». Ma per raggiungere lo stato ‘leopardiano’ del rapimento permanente bisogna scavare, a fondo, per non «restare prigionieri dei due principi che dettano il copione dell’infanzia e dell’adolescenza: il piacere e l’obbligo, motori che ci spingono ad agire per un dettato esterno e non per un fiorire interno».


E allora armiamoci di sete, una inestinguibile sete di consapevolezza, conoscenza, capacità di osservare. E se vogliamo puntare a qualcosa di davvero difficile, qualcosa che sembra essere contrario alle regole sociali in cui ci muoviamo (questo a Leopardi sarebbe piaciuto), armiamoci della capacità di ritirarci per dare spazio a quello che ci circonda, scoprendo in esso un valore che mai avremmo immaginato ove finalmente il cor si spauri.

Come ci ha ricordato un altro poeta (Tomas Tranströmer):

Stupendo sentire come la mia poesia cresce mentre io mi ritiro.

Cresce, prende il mio posto.

Si fa largo a spinte.

Mi toglie di mezzo. [1]

domenica 22 gennaio 2017

Jonathan Coe e la predittività della Famiglia Winshaw



«Si arriva a un punto in cui l’avidità e la pazzia diventano praticamente indistinguibili. […] La disponibilità a tollerare l’avidità, a viverci accanto, e anche ad assisterla, diventa una sorta di pazzia». È uno dei personaggi del romanzo La famiglia Winshaw di Jonathan Coe a parlare. Pubblicato ormai 13 anni fa (era il 1994) ed incentrato sulla storia di una famiglia che incarnava il peggio dell’arrivismo e dell’avidità post-thatcheriana, La famiglia Winshaw racchiude in sé tutta la gamma di comportamenti e valori che hanno guidato la Gran Bretagna e gran parte dell’Europa nell’ultimo ventennio del secolo scorso.



Questo romanzo, scritto da Coe con uno stile fluido che passa dal reportage giornalistico al giallo, transitando abilmente attraverso la satira politica, con alcuni spunti di grottesco, si è dimostrato capace di anticipare alcuni ‘estremismi’ morali, sociali ed economici cui si è spinto il capitalismo nei decenni successivi alla pubblicazione di quest’opera: la mercificazione del sistema sanitario, l’aumento delle sperequazione fra pochissimi ricchi e moltissimi poveri, l’amplificazione del potere dei signori della guerra e la loro sempre più stretta connessione con il potere politico, la cultura intesa come sommo disvalore insieme all’accoglienza e alla condivisione.


Il day after l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, scopriamo che romanzi come La famiglia Winshaw o Ho servito il re d’Inghilterra di Hrabal Bohumil non avevano fatto altro che toccare la punta di un iceberg di avidità che sembra non avere confini. È lo stesso Jonathan Coe a ricordarcelo in un articolo pubblicato dal Guardian qualche settimana fa. Chi avrebbe potuto immaginare dieci anni fa che il primo ministro della Gran Bretagna avrebbe portato il paese nel caos indicendo un referendum sull’uscita dalla UE con il solo scopo di rafforzarsi politicamente senza curarsi delle possibili conseguenze?

E ancora chi avrebbe potuto pensare che questo gli avrebbe fruttato un contratto da 120.000 dollari all’ora per parlare degli effetti della Brexit in USA?

Quale mente perversa avrebbe ipotizzato che persone come Alexander Dugin, filosofo neofascista che sta lavorando per lo sviluppo di un «fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente» in Russia, diventasse uno dei consiglieri particolari di Putin o che Steve Bannon, investment banker e editore di Breitbart US, sito di news di estrema destra che ha fatto della xenofobia e del razzismo uno dei suoi pilastri divulgativi, diventasse il chief strategist alla Casa Bianca? Probabilmente nemmeno Edgar Allan Poe si sarebbe spinto a immaginare tale oscuro e perverso scenario.


Forse ha avuto ragione il romanziere Gary Shteyngart, quando ha twittato che l’articolo del NYTimes sulla nomina da parte di Donald Trump di Rick Perry, l’ex Governatore del Texas e grande sostenitore della lobby del petrolio, come capo dell’Energy Department, che gestisce fra l’altro la sicurezza nazionale attraverso l’utilizzo del nucleare e la ricerca nelle fonti di energia rinnovabili, può essere letta come un pezzo satirico.  Quel che è certo è che sta diventando sempre più difficile per giornalisti e romanzieri darsi alla satira politica perché la realtà sembra superare ogni più apocalittica e grottesca immaginazione.

domenica 15 gennaio 2017

L’eterna liquidità di Zygmunt Bauman e la sua mappa per abbattere i muri




La prima volta che ho visto Zygmunt Bauman la ricordo distintamente. Non fu un incontro esclusivo, si sarebbe adattato poco alle idee di questo libero pensatore che ha fatto della lotta ai privilegi una delle basi portanti del suo lavoro, ma collettivo. Era il maggio del 2011, sedevo in silenzio in una platea gremita dell’Auditorium costruito da Renzo Piano a Roma. Davanti a me un ometto magrissimo e ricurvo, con i suoi vaporosi ciuffetti di capelli bianchi a incorniciare le ampie orecchie, quasi il suo corpo volesse compensare in qualche modo il divario fra le capacità recettive del suo sistema uditivo e quelle assai più vaste del suo cervello. Bauman presentava Vite che non possiamo permetterci (edito da Laterza), uno dei tanti saggi (ne ha pubblicati più di 50) che offrono al lettore l’opportunità di interrogarsi sul proprio modo di vedere e giudicare le cose e le persone.


Fra i testi che l’inventore del concetto di ‘società liquida’ (una società caratterizzata da forte instabilità ed incertezza, in cui l’essere umano è passato da “produttore” a mero “consumatore”, che trova la sua ragion d’essere e il suo riconoscimento esclusivamente nell’atto del consumo) ha scritto, quello che però ricordo con maggiore affetto, perché generatore di armate di dubbi pronte ad abbattere le mura che il nostro cervello ama costruire intorno alle nostre certezze, è un piccolo libretto intitolato Lo spettro dei barbari - Adesso e allora , edito nel 2010 dall’editore bevivino, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi e i nostri pensieri sulle impervie colline dell’etimologia.


Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è ‘barbaro’. Per gli antichi greci i ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) diverse da quelle in uso presso i greci. Non aveva quindi una connotazione negativa. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno applicato in pieno il concetto di antropofagia proposto dall’antropologo francese Lévi-Strauss: divorare lo straniero, inglobandolo e digerendo nel proprio sistema sociale in modo che sia prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Ma questo assorbimento era tutt’altro che pacifico e alcuni popoli resistettero per secoli, diventando così i ‘barbari’. I diversi, i cattivi, coloro che avevano osato impostare la loro vita su un sistema alternativo a quello dominante. Se ‘esageravano’ nel difendere il loro punto di vista andavano isolati, allontanati, in molti casi sterminati. Andavano eretti muri per difendersi dalla loro presenza e dal loro pensiero ‘contaminante’, muri che diventavano sempre più stretti per loro, fino a farli protestare, dando così una scusa al pensiero dominante per farli scomparire.


Vi suona familiare? Che Donald Trump abbia mentito quando ha dichiarato di non leggere libri? Lo speriamo vivamente, vorrebbe dire che è il seme del dubbio sulle proprie granitiche convinzioni potrebbe germogliare persino in lui. Di certo questo saggio dimostra come le dinamiche socio-economiche che viviamo oggi non siano poi così diverse da quelle vissute dai nostri predecessori migliaia di anni fa. Questo però non ci deve far pensare che la battaglia contro il pregiudizio basato sulla diversità sia persa in partenza, la ripetitività delle dinamiche ci permette di conoscere meglio il funzionamento di una lotta alla diversità che nasce sempre dalla paura di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere. Paura da affrontare per evitare di risvegliarci fra qualche anno in un nuovo tipo di impero fatto non di sudditi, ma di debitori/consumatori, così abilmente spaventati da rimanere incollati alla loro schiavitù pur di non oltrepassare un muro (qui il romanzo di J. M. Coetzee Aspettando i barbari, ci può insegnare come resistere).

domenica 8 gennaio 2017

Lehman Trilogy. Il testo di Stefano Massini torna al Piccolo di Milano per raccontare il crepuscolo di un’epoca



Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo. 


A distanza di due anni, il Piccolo Teatro, per festeggiare i suoi primi 70 anni (fu fondato nel 1947 da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi) e ricordare l’ultimo lavoro di Ronconi (scomparso il mese dopo la prima messa in scena di questa pièce al Piccolo), ripropone Lehman Trilogy offrendo la rara opportunità a chi andrà a vedere questo spettacolo (in scena fino al 21 gennaio) di concedersi un momento di riflessione, senza pregiudizi,  su quali cause (e sono molte più di quelle con cui i media hanno liquidato il fallimento di Lehman Brothers) hanno portato una delle banche di investimento più grandi e potenti del mondo a sparire insieme alla famiglia che quella banca aveva creato partendo da un negozietto di tessuti in Alabama, con l’insegna gialla e nera dipinta a mano dal proprietario per risparmiare e la maniglia della porta che si incagliava.


In un allestimento spogliato di ogni riferimento spaziale e temporale, ad eccezione di un orologio che scorre avanti e indietro su una carrucola sopra le teste degli attori, a dimostrare che il tempo in questo testo è un fattore relativo cui gli attori e il pubblico possono fare ricorso a loro piacimento, si muovono  i tre fratelli Lehman: Henry, il maggiore, la ‘testa’, il primo che arriverà in America dalla Baviera alla ricerca di una vita nuova, Emanuel, il ‘braccio’, l’irruenza necessaria alla famiglia per ottenere ciò che desidera e Mayer (interpretato magistralmente da Massimo Popolizio), la ‘patata’, il più giovane dei tre, ignorato dagli altri due fratelli, ma capace di creare un lavoro nuovo (il mediatore) che proprio i Lehman Brothers porteranno in America. Con la sua autoironia e la capacità di trovare una soluzione che possa accontentare i due fratelli, Mayer metterà le basi per la svolta che trasformò i Lehman da commercianti in cotone a 'commercianti in denaro'.


Ma come ci racconta Stefano Massini (uno degli autori contemporanei più interessanti nel teatro italiano, succeduto a Luca Ronconi come consulente artistico del Piccolo e vincitore proprio con Lehman Trilogy del premio Ubu) si va oltre la saga familiare: «studiando [la storia dei fratelli Lehman NdC] mi resi conto che era molto più importante raccontare cosa era morto insieme a quel marchio. È come se un passante si trovasse ad assistere a un corteo funebre: non sentirà alcun trasporto se il defunto è un estraneo. Io tento di informare il pubblico su chi è stato sepolto sotto la lapide con su scritto Lehman, e questo illumina in modo del tutto diverso la stessa cerimonia funebre». La morte è un attore sempre presente sul palcoscenico di Lehman Trilogy. Che sia fisica, etica, spirituale poco importa, la morte è lì ad assistere alla costruzione delle piramidi di monetine che i fratelli Lehman impilano, sempre più alte, sul palcoscenico. Anche il pubblico la percepisce muoversi in mezzo agli altri attori, in attesa di agire. Cosa è stato così potente da renderla invisibile ai fratelli Lehman?


La risposta non è così banale come potrebbe sembrare. Il denaro, sì, il potere che da esso deriva, anche, ma c’è qualcosa di più. La pretesa di essere intoccabili. Commentando il lavoro di Massini, Sergio Romano, ricorda un passaggio del testo in cui i due fratelli Lehman sono intervistati da Charles Dow, futuro fondatore del Wall Street Journal e ideatore dell’indice Dow Jones. Dow chiede ai due fratelli come funziona la loro banca, ma è Philip, figlio di Emanuel e nipote di Mayer, a rispondere: «non ho il timore di dirle che siamo commercianti in denaro. Ma chi, come noi, ha una banca, usa i soldi per comprare i soldi, vendere i soldi, prestare i soldi e scambiare i soldi». Romano si interroga sull’evoluzione di questo processo: stampare i soldi? Ma la differenziazione è andata ben oltre, portando le banche a proiettare ologrammi di soldi mai esistiti.


Mentre i Lehman Brothers si muovono sul palco, narrando attraverso il testo di Stefano Massini le loro stesse gesta (il dialogato in questo testo teatrale è quasi inesistente e questo giova inaspettatamente al ritmo narrativo), non possiamo evitare di domandarci: cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati al posto dei fratelli Lehman? Avremmo retto all’illusione dell’onnipotenza monetaria?