domenica 15 gennaio 2017

L’eterna liquidità di Zygmunt Bauman e la sua mappa per abbattere i muri




La prima volta che ho visto Zygmunt Bauman la ricordo distintamente. Non fu un incontro esclusivo, si sarebbe adattato poco alle idee di questo libero pensatore che ha fatto della lotta ai privilegi una delle basi portanti del suo lavoro, ma collettivo. Era il maggio del 2011, sedevo in silenzio in una platea gremita dell’Auditorium costruito da Renzo Piano a Roma. Davanti a me un ometto magrissimo e ricurvo, con i suoi vaporosi ciuffetti di capelli bianchi a incorniciare le ampie orecchie, quasi il suo corpo volesse compensare in qualche modo il divario fra le capacità recettive del suo sistema uditivo e quelle assai più vaste del suo cervello. Bauman presentava Vite che non possiamo permetterci (edito da Laterza), uno dei tanti saggi (ne ha pubblicati più di 50) che offrono al lettore l’opportunità di interrogarsi sul proprio modo di vedere e giudicare le cose e le persone.


Fra i testi che l’inventore del concetto di ‘società liquida’ (una società caratterizzata da forte instabilità ed incertezza, in cui l’essere umano è passato da “produttore” a mero “consumatore”, che trova la sua ragion d’essere e il suo riconoscimento esclusivamente nell’atto del consumo) ha scritto, quello che però ricordo con maggiore affetto, perché generatore di armate di dubbi pronte ad abbattere le mura che il nostro cervello ama costruire intorno alle nostre certezze, è un piccolo libretto intitolato Lo spettro dei barbari - Adesso e allora , edito nel 2010 dall’editore bevivino, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi e i nostri pensieri sulle impervie colline dell’etimologia.


Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è ‘barbaro’. Per gli antichi greci i ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) diverse da quelle in uso presso i greci. Non aveva quindi una connotazione negativa. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno applicato in pieno il concetto di antropofagia proposto dall’antropologo francese Lévi-Strauss: divorare lo straniero, inglobandolo e digerendo nel proprio sistema sociale in modo che sia prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Ma questo assorbimento era tutt’altro che pacifico e alcuni popoli resistettero per secoli, diventando così i ‘barbari’. I diversi, i cattivi, coloro che avevano osato impostare la loro vita su un sistema alternativo a quello dominante. Se ‘esageravano’ nel difendere il loro punto di vista andavano isolati, allontanati, in molti casi sterminati. Andavano eretti muri per difendersi dalla loro presenza e dal loro pensiero ‘contaminante’, muri che diventavano sempre più stretti per loro, fino a farli protestare, dando così una scusa al pensiero dominante per farli scomparire.


Vi suona familiare? Che Donald Trump abbia mentito quando ha dichiarato di non leggere libri? Lo speriamo vivamente, vorrebbe dire che è il seme del dubbio sulle proprie granitiche convinzioni potrebbe germogliare persino in lui. Di certo questo saggio dimostra come le dinamiche socio-economiche che viviamo oggi non siano poi così diverse da quelle vissute dai nostri predecessori migliaia di anni fa. Questo però non ci deve far pensare che la battaglia contro il pregiudizio basato sulla diversità sia persa in partenza, la ripetitività delle dinamiche ci permette di conoscere meglio il funzionamento di una lotta alla diversità che nasce sempre dalla paura di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere. Paura da affrontare per evitare di risvegliarci fra qualche anno in un nuovo tipo di impero fatto non di sudditi, ma di debitori/consumatori, così abilmente spaventati da rimanere incollati alla loro schiavitù pur di non oltrepassare un muro (qui il romanzo di J. M. Coetzee Aspettando i barbari, ci può insegnare come resistere).




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