domenica 22 gennaio 2017

Jonathan Coe e la predittività della Famiglia Winshaw



«Si arriva a un punto in cui l’avidità e la pazzia diventano praticamente indistinguibili. […] La disponibilità a tollerare l’avidità, a viverci accanto, e anche ad assisterla, diventa una sorta di pazzia». È uno dei personaggi del romanzo La famiglia Winshaw di Jonathan Coe a parlare. Pubblicato ormai 13 anni fa (era il 1994) ed incentrato sulla storia di una famiglia che incarnava il peggio dell’arrivismo e dell’avidità post-thatcheriana, La famiglia Winshaw racchiude in sé tutta la gamma di comportamenti e valori che hanno guidato la Gran Bretagna e gran parte dell’Europa nell’ultimo ventennio del secolo scorso.



Questo romanzo, scritto da Coe con uno stile fluido che passa dal reportage giornalistico al giallo, transitando abilmente attraverso la satira politica, con alcuni spunti di grottesco, si è dimostrato capace di anticipare alcuni ‘estremismi’ morali, sociali ed economici cui si è spinto il capitalismo nei decenni successivi alla pubblicazione di quest’opera: la mercificazione del sistema sanitario, l’aumento delle sperequazione fra pochissimi ricchi e moltissimi poveri, l’amplificazione del potere dei signori della guerra e la loro sempre più stretta connessione con il potere politico, la cultura intesa come sommo disvalore insieme all’accoglienza e alla condivisione.


Il day after l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, scopriamo che romanzi come La famiglia Winshaw o Ho servito il re d’Inghilterra di Hrabal Bohumil non avevano fatto altro che toccare la punta di un iceberg di avidità che sembra non avere confini. È lo stesso Jonathan Coe a ricordarcelo in un articolo pubblicato dal Guardian qualche settimana fa. Chi avrebbe potuto immaginare dieci anni fa che il primo ministro della Gran Bretagna avrebbe portato il paese nel caos indicendo un referendum sull’uscita dalla UE con il solo scopo di rafforzarsi politicamente senza curarsi delle possibili conseguenze?

E ancora chi avrebbe potuto pensare che questo gli avrebbe fruttato un contratto da 120.000 dollari all’ora per parlare degli effetti della Brexit in USA?

Quale mente perversa avrebbe ipotizzato che persone come Alexander Dugin, filosofo neofascista che sta lavorando per lo sviluppo di un «fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente» in Russia, diventasse uno dei consiglieri particolari di Putin o che Steve Bannon, investment banker e editore di Breitbart US, sito di news di estrema destra che ha fatto della xenofobia e del razzismo uno dei suoi pilastri divulgativi, diventasse il chief strategist alla Casa Bianca? Probabilmente nemmeno Edgar Allan Poe si sarebbe spinto a immaginare tale oscuro e perverso scenario.


Forse ha avuto ragione il romanziere Gary Shteyngart, quando ha twittato che l’articolo del NYTimes sulla nomina da parte di Donald Trump di Rick Perry, l’ex Governatore del Texas e grande sostenitore della lobby del petrolio, come capo dell’Energy Department, che gestisce fra l’altro la sicurezza nazionale attraverso l’utilizzo del nucleare e la ricerca nelle fonti di energia rinnovabili, può essere letta come un pezzo satirico.  Quel che è certo è che sta diventando sempre più difficile per giornalisti e romanzieri darsi alla satira politica perché la realtà sembra superare ogni più apocalittica e grottesca immaginazione.



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