sabato 30 luglio 2011

Una parola, un verso: ventiduesima - pausa (estiva)

pàua s. f. [dal lat. pausa]. – 1. In genere, arresto, sosta, fermata; 2. Intervallo di silenzio che si fa parlando; 3. In musica, cessazione temporanea del suono; 4. Nel linguaggio medico, pause del cuore, gli intervalli tra un tono cardiaco e l’altro.



imago2.0 vi saluta (eccezionalmente di sabato) e si prende una pausa, solo per l’estate ovviamente. Ritorneremo a disseminare dubbi sul vostro cammino a partire dall’ultima settimana di agosto (con la consueta uscita domenicale). Nel frattempo, non vorrete davvero rimanervene sdraiati “a quattro di bastoni” (gergale per “stesi in panciolle senza inibizioni e rimorsi”) in riva ad un mare congestionato da migliaia di nullafacenti, mentre il vostro cervello si annoia? Come? Non riesco a sentirvi…No?! Certo che no, ne ero sicuro. Per questo vi propongo qualche spunto per una passeggiata a base di libri e di scrittori, che come cavallette assetate di lettori, si spostano in estate fra un evento letterario e l’altro, pronti a firmare autografi anche su una palafitta in mezzo al mare (e non è un esempio casuale)...
Oltre al celebre e sempre più ricco appuntamento del Festivaletteratura di Mantova dei primi di settembre (http://www.festivaletteratura.it - dal 7 all’11, con ospiti che vanno da Baricco a De Luca, dalla Mazzantini a Koch), varrebbe la pena soffermarsi anche su realtà più piccole, ma altrettanto interessanti, magari perché si spingono verso la contaminazioni fra arti e autori. Penso per esempio al Festival di Ravello (http://www.ravellofestival.com - dall’8 luglio al 24 agosto), che mette insieme un interessante programma di musica e letteratura con audaci commistioni fra le due arti sul tema scelto per l’edizione 2011 (il viaggio) . Da ricordare poi il Festival della mente a Sarzana (http://portale.festivaldellamente.it dal 2 al 4 settembre), dove solo l’intervento di Zygmunt Bauman varrebbe un viaggio nelle splendide terre liguri, in questo caso a base di possenti dubbi in mezzo ai quali navigare.  Per gli appassionati dei piccoli borghi, magari con tanto di festival monografico, vi segnalo dal 19 al 21 agosto il FestivalDio di mio padre dedicato allo scrittore John Fante, originario proprio del paesino abruzzese in cui si svolge l’evento (http://www.johnfante.org). Per gli amanti dell’alta montagna, invece, ricordiamo Un libro un rifugio, Festival delle dolomiti in cui non sarà possibile avvicinarsi ad un libro sotto i 1.300 metri (http://www.altabadia.org/1812.pdf).
Insomma le occasioni per generare e soprattutto per ascoltare nuove idee non mancheranno, quindi godetevele e tornate pieni di domande a visitare imago2.0 a partire da domenica 28 agosto.
A presto e grazie per le vostre visite.     

-

domenica 24 luglio 2011

L'influenza di Bloom: un libro e un invidiabile stile di vita

No, non parliamo del Leopold Bloom di Joyce, sebbene i riferimenti al grande scrittore irlandese non mancheranno, né certamente del più (ahimè) famoso attore britannico dal passato picaresco (Orlando Bloom). Il post di questa settimana è invece dedicato ad una delle figure più influenti e temute della critica letteraria statunitense. Parliamo di Harold Bloom, un uomo che ha dedicato l’intera esistenza alla lettura, trasformandola nel suo lavoro ed influenzando con le sue opere di critica letteraria (quasi 40 titoli) l’intero panorama letterario mondiale. Ancora oggi negli ambienti letterari si discute sulla validità del suo “Canone Occidentale”, la famosa lista stilata da Bloom nel 1994, in cui il critico proponeva un dettagliato, ragionato e ridotto elenco di autori da salvare, partendo ovviamente da Omero, il padre del canone occidentale (ammesso che davvero ne esista uno), muovendosi poi attraverso Dante, Chaucer, Molière, Cervantes, Leopardi, senza dimenticare l’autore che più di tutti lo ha appassionato: Shakespeare. Bloom l’ha definito l’unico scrittore davvero capace di “creare con la penna esseri umani”, aprendo a noi lettori un microcosmo vivo e integrato da cui difficilmente ci vorremo staccare. La forza Di Shakespeare sta, secondo Bloom, nella continua esigenza di ridefinire se stesso nei suoi personaggi, per questo forse una delle opere shakespeariane più amate da Bloom è l’Amleto. Carico di passioni e di dubbi, Amleto non ha paura di riversarseli addosso ogni giorno, ogni attimo che il suo respiro scandisce, pur di comprendere la verità della natura umana e condividerla con tutti noi.
In autunno, anche in Italia, sarà pubblicato (da Rizzoli) l’ultimo libro di Bloom: Anatomia dell’influenza. La letteratura come stile di vita. Se non vi siete mai confrontati con Harold Bloom, potrebbe essere l’occasione per ripercorrere le esperienze di lettura di un libro-maniaco d’eccezione come lui, accompagnati dal  caustico ed implacabile giudizio che lo contraddistingue. Scoprirete così che nella ristretta famiglia degli scrittori (veri) ci sono posti limitati, soprattutto per i contemporanei, che spesso Bloom considera troppo sottili per confrontarsi degnamente con lo spessore di Whitman, Shakespeare, Dickinson o Dante. Certo, ci dice il “Bloom lettore”, bisogna leggere e ri-leggere molto (soprattutto la poesia) per poter giudicare, ma è impensabile per il “Bloom critico” il paragone fra autori come David Foster Wallace e James Joyce (più volte tirato in ballo da buona parte della critica anglosassone), così come, pur apprezzando McCarthy e quello che da Bloom stesso viene definito “uno dei romanzi più originali del ventesimo secolo” (Meridiano di Sangue), non sta in piede il confronto fra lo scrittore del Tennessee e William Faulkner, il suo inarrivabile maestro .
D’altronde è sempre Harold Bloom che ci ricorda quanto la letteratura occidentale sia fatta di agonismo incurabile. Quello di Dante verso Virgilio o di Shakespeare verso Marlowe, ricordandoci però che in pochi (e per questo eterni) sono riusciti davvero a superare la prova. 
Ma non voglio svelarvi di più, vi rimando all’Anatomia dell’influenza, aspettando di scoprire che (sempre di più) la letteratura è diventata un invidiabile stile di vita.

-

domenica 17 luglio 2011

Libri come palchi di un teatro

Un bosco, scaffali come alberi e libri come foglie, perché i libri non sono corpi morti…

Qualche settimana fa, su “La Repubblica” è stato pubblicato un articolo su Roberto Roversi, ben due pagine dedicate allo scrittore e poeta italiano, cofondatore della rivista Officina (insieme a Leonetti e Pasolini), nonché creatore di una delle più interessanti librerie storiche d’Italia (Palmaverde a Bologna) aperta nel 1948 e chiusa nel 2006, anno in cui Roversi ha deciso di ritirarsi a vita privata e vendere tutta la sua incredibile collezione di volumi, quelli che ha desiderato, attaccato, riletto, venduto, sempre con una sensazione di perdita, per chi, amando a tal punto i libri, ne ha fatto amici, tutt’altro che silenti; attenti alla vita che gli si consuma attorno, stretti sugli scaffali, comepalchi di un teatro” (è lo stesso Roversi ad utilizzare questa metafora), i libri sono pronti ad attaccare quando l’uomo che si è votato alla loro cura non li soddisfa. 
L’idea dei libri che ha Roversi e simile a quella che l’uomo aveva delle divinità della mitologia greca. Dotati del potere di decidere senza preoccuparsi delle conseguenze, depositari di conoscenza e spavalderia, rendono possibile ciò che l’uomo comune può solo desiderare. Ma stando troppo ad osservare l’essere umano, i libri, come gli Dei dell’Olimpo, hanno assorbito le sue mancanze. Possono essere allora aggressivi, impazienti, arroganti, fino a costringere il loro "proprietario" a darli via, quando non riusce più a misurarsi con la loro vista. Possono essere perfidi i libri, ma come ci racconta il Roversi poeta, provvidenziali. Quando, ad esempio, nel 1944 lo salvarono dalla diserzione. In quel caso fu Goethe a trovare Roversi, instillando nella sua mente, resa inabile dall’orrore della guerra, la speranza, la certezza che anche quella violenza avrebbe avuto una fine. 
La figura di Roversi è quanto mai discussa e atipica nel panorama letterario italiano, non soltanto perché è stato un autore che si è cimentato con tutte le principali forme di scrittura (poesia, narrativa, teatro, testi musicali), dimostrando che la contaminazione spesso è la chiave per l’innovazione, ma anche per la scelta fatta di abbandonare i grandi editori con cui aveva iniziato la sua carriera (Mondadori, Einaudi, Rizzoli). Roversi decise di tenere molte delle sue opere per sé, scegliendo di essere libero di condividerne solo alcune, quando voleva e solo con i suoi amici (noti o ignoti che fossero). Come quando infilava alcuni suoi versi nei libri che spediva in Canada o in Giappone, a suggellare il rapporto che si stava creando fra chi lasciava andare e chi accoglieva un libro. Perché il libro è un universo vivente, come ci ricorda lo stesso Roversi nella frase che ho inserito come incipit di questo post, e come tale dovrebbe essere trattato, anche prima di iniziare a leggerlo. Dedicando un po’ del nostro prezioso tempo ai convenevoli, a predisporre la mente al pensiero, a fare conoscenza con una nuova divinità, che è spettato a noi scegliere e che spetterà a noi vivere e preservare.

-


domenica 10 luglio 2011

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Mi trovavo nel passato. In un passato caldo e accogliente. Mi trovavo nel mio habitat: una libreria. Mi trovavo con un amico. Una persona con cui ho condiviso momenti molto importanti. E’ stato lui a consigliarmi questo libro. Io non ho dubitato, ricordo ancora quando a distanza di chilometri io e lui abbiamo comprato lo stesso libro nello stesso periodo. Io la chiamai immediatamente simbiosi, lui la chiamò probabilità associativa dovuta agli sconti Feltrinelli. 
L’ho riportato nel presente questo libro. E non l’ho letto subito. E’ stato lì ad attendermi per qualche mese, a fissarmi, a domandarmi con fare giudicante cosa mi trattenesse dal leggerlo. Probabilmente la paura o la certezza di trovarci un pezzo di dolore ancora troppo recente. Così è stato.

Un giorno questo dolore ti sarà utile” è un romanzo d’iniziazione. Al dolore, s’intende. A quella sensazione di diversità che proviamo e ci spaventa, tanto da venir spesso accantonata, schiacciata dalla ricerca di compiacimento altrui che sembra bastare a placare la nostra mente, almeno per un po’. È la durata di quel po’ che fa la differenza e i pensieri che ci accompagnano in quell’intervallo dagli altri esseri umani, che sembra attaccarci all’improvviso da dietro una siepe di buone intenzioni.

Il protagonista del romanzo di Peter Cameron, dal forte retrogusto Salingeriano sebbene con un’anima meno arrabbiata e più rassegnata del Giovane Holden, è un ragazzo di 18 anni (James Sveck) che si racconta attraverso alcuni eventi che hanno caratterizzato il breve periodo che separa la fine della scuola superiore dall’inizio dell’università. James è un solitario per scelta, almeno così gli piace pensare, e guarda con superiore distacco e disprezzo tutti quelli che lo vorrebbero vedere felice perché socialmente integrato. James rivendica la libertà di coltivare la propria diversità, sebbene questo possa portare al totale isolamento, che lui stesso da un lato fa diventare l’emblema della sua personalità, ciò che lo rende migliore degli altri (perché più onesto con se stesso nel rifiutare un contatto che sente falso e inutile), dall’altro respinge, cercando assiduamente una crepa nel proprio disegno.

Cameron si destreggia con molta abilità fra i due poli del carattere di James, riuscendo a strappare al lettore più di una risata, grazie all’interazione del suo protagonista con tutta una serie di personaggi minori che il nostro eroe solitario non può fare a meno di cercare, al solo scopo di dimostrare la sua tesi: la fuga dagli altri è l’unica possibilità che gli rimane per essere se stesso. Da segnalare il surreale dialogo fra James e un improbabile agente immobiliare del Midwest (dove il protagonista sogna di comprare una casa con i soldi che i suoi genitori spenderebbero per mandarlo all’università) o i serrati scambi di rocambolesche e giudicanti supposizioni fra il protagonista e la sua psicanalista, che da soli valgono la scelta del libro.

Lo stile di Cameron, preciso, pulito e leggero, rende più credibile e godibile la storia, avendo il merito di far entrare il lettore nella labirintica solitudine di James Sveck con assoluta naturalezza, facendoci trovare almeno un punto di contatto con il protagonista e la sua tanto agognata diversità.    

-

domenica 3 luglio 2011

Il percorso del silenzio.

La mia conoscenza della Transavanguardia italiana, prima di un fortuito incontro con Mimmo Paladino in un infuocato pomeriggio milanese, si limitava ad un vago posizionamento di questo movimento artistico (che teorizzava il ritorno alla manualità e al  gioioso utilizzo dei colori) da qualche parte all'interno degli anni '80 dello scorso secolo. 
Poi qualche giorno fa mi sono ritrovato a camminare senza meta per una Milano chiusa in un forno ventilato che, a giudicare dall'odore, sembrava non essere stato pulito da anni.

Io ero la portata principale di uno chef  sotto effetto di anfetamine, che aveva deciso fosse una buona idea spellare vivo uno scrittore depresso, mischiando le sue sempre fittissime paturnie con il frusciare di buste e sacchetti che, insieme ad un universo di maniaci dello shopping, affollavano piazza duomo alle 18:30 di un martedì qualsiasi (nonostante i 34 gradi celsius e il 95% di umidità).


Fu allora che vidi che Palazzo Reale era aperto ed ospitava la mostra di Paladino. Entrai, senza molta convinzione. Avevo già visto la sua montagna di sale a Napoli qualche anno prima (la stessa che campeggia ora al lato del duomo di Milano) e non mi aveva  convinto. 
Sensazionalismo tout court”. Così l'avevo presuntuosamente schedata a suo tempo, ma quel martedì faceva troppo caldo e il palazzo sembrava antico e dai soffitti alti, probabilmente capaci di abbassare di qualche grado la temperatura al suo interno.
Iniziai a vagare per le sale con il cervello immerso in una vasca di sudore: uomini bruciati che cercavano di entrare in un muro, rami che cercavano di uscire dal dipinto, commistioni fra pittura e scultura che si susseguivano dietro ai miei occhi, senza trovare una ragione. Stavo per abbandonarmi, sempre più depresso, su una delle esili panche bianche che costeggiavano il percorso della mostra, poi la mia inguaribile curiosità “per ciò che è un po' più in là”, mi ha spinto ad entrare in una sala defilata. È lì che ho scoperto "Dormienti", un'opera immensa che Paladino ha presentato per la prima volta a Londra alla fine degli anni '90.
Una serie di corpi in terracotta che, perlopiù rannicchiati a terra in posizione fetale, a volte interi, a volte solo abbozzi delle forme in cui l'osservatore si può facilmente riconoscere, dormono. Tutt'intorno suoni ad accompagnarli, a sfiorarli, ad assaggiarli, a spiarli, a percorrere la strada che il mio stesso occhio sta seguendo in mezzo a loro, incuriosito, spaventato, nel trovarsi da solo, per la prima volta davvero con la testa “in silenzio”.

Mi sono seduto e ho aspettato che passasse quello strano stordimento non più dovuto al caldo ma al mio essere che assorbiva gli angoli di quei volti di terracotta e filtrava i suoni che si diffondevano nella stanza, sminuzzandoli in tasselli che relegavano la mia volontà al silenzio.
Ecco il protagonista di quell'opera per me, aggressivo e furbo, si era impossessato di me attraverso il canto di grilli invisibili che sembravano occupare ogni interstizio, ogni crepa che abbracciava i dormienti. Silenzio, che privava la voce di un senso e la mente di tutti i suoi denti, affinché non potesse più assaggiare il rumore del suo spirito. Silenzio.  

-