domenica 20 settembre 2009

Scavando nelle miniere...dietro i personaggi


Cosa accadrà a Clarissa?
Uscirà dalla sua casa insonorizzata?
Spiegherà perché ha scelto proprio i bonsai per il suo terrazzo?
Capiremo perché è così importante per lei riuscire a scegliere, imponendo il suo volere a qualcun altro?
Clarissa sarà il nostro protagonista o semplicemente uno dei tanti personaggi che sorvolerà la nostra storia, tentando di picchiettarla di verosimile essenza?



Lo scrittore che è in noi ha già deciso. Dovrebbe aver già deciso, almeno secondo le logiche dei boschi narrativi di cui abbiamo accennato la settimana scorsa. È giusto pensare che ogni particolare, ogni vezzo addossato ad un nostro protagonista dovrebbe essere figlio dell’idea principale che sottende alla nostra storia? Giusto, nulla dovrebbe essere casuale.


Giusto. Eppure, in imago2.0, la tentazione di sconvolgere le logiche è così violenta da smussare le più solide fra le regole di scrittura creativa. Dopo tutto chi decide l’evoluzione della nostra storia? Non una sola testa. Non un unico “Io”narrativo intrappolato nella mente dello scrittore. Qui di decisori ne abbiamo potenzialmente tanti e l’unica modalità che possiamo usare per andare avanti è il maggioritario corretto. Ossia vince la maggioranza, se decide di esprimersi con un post, con la possibilità, da parte mia, di correggere il tiro, per garantire al lettore di capirci qualcosa.


Quindi, prima di proseguire con il nostro racconto, vi consiglio di rileggere le domande con cui abbiamo iniziato questo post, cercando di trovare più di una risposta possibile per ogni quesito, fermandovi solo quando sarete sicuri di aver scavato il più possibile nelle miniere di emozioni e idee confuse che si agitano dietro il nostro personaggio. Solo allora, scrivetemi e rivelatemi come proseguiremo.


Sono molto curioso!

lunedì 14 settembre 2009

Boschi narrativi con o senza regole?

Stroncati dall’emozione?

Paralizzati dalla miriade di idee incontrollate che l’incipit vi ha costretto a generare?
Interdetti fra due possibili capoversi, entrambi perfetti per continuare la nostra storia?

No, vi prego, non lasciate che la vostra emotività prenda il sopravvento. Il lavoro dello scrittore è, ahimè, soggetto a numerose regole di pura razionalità, fra cui la necessità di nutrirsi della propria emotività, ripulendola però di ogni possibile eccesso, di ogni potenziale distrazione dall’obiettivo: portare a casa la storia. Nulla vi deve fermare. Una volta attivata, la vostra immaginazione tenterà più volte di depistarvi, proponendovi decine di strade diverse da percorrere per arricchire/modificare l’idea originale che vi ha fatto iniziare a scrivere la vostra storia. Nuovi intrecci, personaggi, caratterizzazioni da inserire nel vostro racconto.
Attenzione! Dovreste sempre chiedervi: “E’ in linea con la mia storia?”
Se non riuscite a rispondere, buttate tutto e ricominciate daccapo.

“Ma come? - direte voi a questo punto (o almeno lo spero) – ci hai rimbambito con la necessità di liberare la nostra immaginazione, senza vincoli o preconcetti, partendo da qualsiasi idea potesse sorvolarci la mente e ora ci parli di regole?”

Prima libertà assoluta, poi, quando siete abbastanza sicuri di aver centrato un tema su cui avete tanto da dire, su cui non potete fare a meno di dire, qualche regola è necessaria, tanto per non rimbambire l’incauto lettore che oserà curiosare nelle vostre menti.
Tenete conto che ha sicuramente già tanti problemi con la sua.

Quindi lasciate libero sfogo alle vostre visioni narrative e poi scegliete e proseguite il cammino, avrete sempre la possibilità di perdervi al successivo incrocio.

A questo proposito vi consiglio un testo che mi ha chiarito molti dubbi. Si tratta di “ Sei passeggiate nei boschi narrativi” di Umberto Eco. Lo so, avete deglutito con difficoltà leggendo titolo e autore, ma vi assicuro che pur non disdegnando approfondimenti tecnici sulla struttura di un testo, Eco mette in relazione approcci stilisti apparentemente contrapposti, dimostrando l’esistenza di regole comuni o abbozzi di esse tra Omero e Shakespeare, passando per Cappuccetto Rosso e Molly Bloom.

Mi fero qui e aspetto vostre. Come al solito anche di totale disaccordo.

lunedì 7 settembre 2009

L'incipit

Siete pronti?
Beh, in ogni caso ci siamo. Quindi mettetevi comodi sulle vostre poltroncine ergonomiche, questa volta tentando di evitare di sedervi tutti incurvati, tirate fuori le vostre cuffiette, selezionate la musica che preferite, qualcosa di essenziale e dal ritmo costante, qualcosa che scorra nella vostra testa predisponendovi all’ascolto, alla scoperta di un nuovo modo di essere che vi permetta di essere liberi da ogni pregiudizio o almeno disposti a riconsiderarlo.

Ci siete?
OK, allora partiamo.


“Clarissa amava guardare il rumore della città mentre tentava invano di entrare nella sua casa. Nelle prime ore del pomeriggio, soprattutto se di una giornata assolata, si metteva seduta sul suo divano in pelle gialla, le gambe incrociate in posizione yoga, il palmo delle mani ben piantato sulla superficie del divano intorno a lei, le braccia tese, spingevano senza sosta in direzioni contrapposte, quasi fossero tiranti di un’asta troppo alta piantata su un terreno troppo ventoso.
Nessun rumore. Solo riflessi di esso. La casa di Clarissa era stata completamente insonorizzata per scelta del suo architetto, in modo che nessun suono potesse disturbare la pace dei suoi pazienti. Enormi vetrate correvano lungo il suo appartamento, mostrando agli occhi dei visitatori una vasta raccolta di bonsai, posizionata su una struttura piramidale appositamente creata da un fabbro toscano su disegno di Clarissa, il tutto incastonato da un immenso terrazzo ovale, che si apriva senza ritegno su una distesa di vecchi coppi.
Clarissa amava guardare quella frenesia ovattata, quei continui movimenti silenziosi con cui il mondo voleva dimostrare di esistere, con o senza di lei. A volte si fissava su un particolare, le bastava un minuto, l’ombra della mantovana della tenda corteggiata dal vento, l’insistenza di una bustina di plastica che continuava a spingere contro le vetrate per entrare, la minuscola foglia di un bonsai che stentava a staccarsi dal ramo, aspettando che gli occhi della sua padrona fossero pronti a coglierne il balzo. Tutto sembrava uno spettacolo ideato per lei dal rumore. Il goffo tentativo di un prigioniero di essere liberato, riportato alla vita attraverso l’ascolto. Clarissa allora sorrideva, pensando che era piacevole decidere per qualcun altro. Se solo ci fosse riuscita anche fuori da quel minuto.”


Ed ora a voi, cari “imagisti” attendo riscontri e idee per continuare.