lunedì 7 settembre 2009

L'incipit

Siete pronti?
Beh, in ogni caso ci siamo. Quindi mettetevi comodi sulle vostre poltroncine ergonomiche, questa volta tentando di evitare di sedervi tutti incurvati, tirate fuori le vostre cuffiette, selezionate la musica che preferite, qualcosa di essenziale e dal ritmo costante, qualcosa che scorra nella vostra testa predisponendovi all’ascolto, alla scoperta di un nuovo modo di essere che vi permetta di essere liberi da ogni pregiudizio o almeno disposti a riconsiderarlo.

Ci siete?
OK, allora partiamo.


“Clarissa amava guardare il rumore della città mentre tentava invano di entrare nella sua casa. Nelle prime ore del pomeriggio, soprattutto se di una giornata assolata, si metteva seduta sul suo divano in pelle gialla, le gambe incrociate in posizione yoga, il palmo delle mani ben piantato sulla superficie del divano intorno a lei, le braccia tese, spingevano senza sosta in direzioni contrapposte, quasi fossero tiranti di un’asta troppo alta piantata su un terreno troppo ventoso.
Nessun rumore. Solo riflessi di esso. La casa di Clarissa era stata completamente insonorizzata per scelta del suo architetto, in modo che nessun suono potesse disturbare la pace dei suoi pazienti. Enormi vetrate correvano lungo il suo appartamento, mostrando agli occhi dei visitatori una vasta raccolta di bonsai, posizionata su una struttura piramidale appositamente creata da un fabbro toscano su disegno di Clarissa, il tutto incastonato da un immenso terrazzo ovale, che si apriva senza ritegno su una distesa di vecchi coppi.
Clarissa amava guardare quella frenesia ovattata, quei continui movimenti silenziosi con cui il mondo voleva dimostrare di esistere, con o senza di lei. A volte si fissava su un particolare, le bastava un minuto, l’ombra della mantovana della tenda corteggiata dal vento, l’insistenza di una bustina di plastica che continuava a spingere contro le vetrate per entrare, la minuscola foglia di un bonsai che stentava a staccarsi dal ramo, aspettando che gli occhi della sua padrona fossero pronti a coglierne il balzo. Tutto sembrava uno spettacolo ideato per lei dal rumore. Il goffo tentativo di un prigioniero di essere liberato, riportato alla vita attraverso l’ascolto. Clarissa allora sorrideva, pensando che era piacevole decidere per qualcun altro. Se solo ci fosse riuscita anche fuori da quel minuto.”


Ed ora a voi, cari “imagisti” attendo riscontri e idee per continuare.

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