domenica 31 maggio 2015

Diseguaglianza e ingiustizia sono insostenibili. Dialogo con Grammenos Mastrojeni

Siamo a Piazza Euclide a Roma per incontrare Grammenos Mastrojeni e per parlare di ambiente. Chi ha letto il suo ultimo libro L’Arca di Noè  sa che le idee di questo diplomatico italiano, che ha insegnato soluzione dei conflitti all'Università di Ottawa ed è sostenitore del Climate Reality Project fondato da Al Gore, non sono cambiate, fin da quando negli anni Novanta iniziò a parlare di interdipendenza fra ambiente, economia e politica, portando avanti la tesi che la riduzione delle emissioni di CO2 nell'atmosfera non fosse solo sostenibile, ma necessaria per salvare il sistema Terra così come lo conosciamo e fonte (e qui la svolta) di uno sviluppo sociale ed economico più importante e duraturo di quello che avremmo proseguendo con l'attuale sfruttamento del pianeta. Difficile da credere?
Bene, per dimostrarci la sua tesi, Grammenos Mastrojeni ha accettato un incontro per parlarci della “sua” Arca e di come ognuno di noi può contribuire a questo cambiamento di approccio.
Il suo libro parte dal principio dell’interdipendenza globale, dimostrando che il degrado ambientale non danneggia solo balene, pinguini e api ma porta al collasso dell’eco-sistema nella sua complessità e sarà il preludio a guerre e carestie, arrestando lo sviluppo degli esseri umani.  È da questo che deriva il titolo (L’arca di Noè)? Siamo tutti sulla stessa barca, ma non ci siamo accorti che il diluvio è già in corso?
Siamo alla prima avvisaglia del diluvio, ma sta per piovere sul serio. Siamo molto vicini a un punto di svolta, le previsioni del mondo scientifico dicono che ci potrebbe essere un tracollo sistemico già nel 2030. Abbiamo quindi poco tempo, ma non è troppo tardi, soprattutto perché la gente comincia a reagire. Questo libro nasce dalla voglia di scrivere un testo che possa arrivare non solo a chi conosce il tema ambientale, ma soprattutto a chi ignora a questo argomento. Per far toccare con mano con esempi concreti quello che sta accadendo al mondo intorno a noi, ho fatto un lungo lavoro di semplificazione del linguaggio tecnico per evitare che questo diventasse l'ennesimo saggio di 700 pagine che avremmo letto in venti. 

Werner Herzog

Mi ha colpito molto il riferimento agli aborigeni australiani che considerano sacro il luogo dove, secondo la loro tradizione, le formiche verdi vanno a sognare e mi ha fatto pensare al film ambientalista di Werner Herzog del 1984 che raccontava proprio di questi aborigeni e di come abbiano tentato inutilmente di difendere la propria terra e l’equilibrio che con essa avevano creato contro una compagnia petrolifera. Esistono ancora dei difensori di formiche verdi nella nostra società e chi sono?
Ci sono dei difensori. Tutti quelli che diventano consapevoli di questa situazione. Oggi abbiamo molte inattese formiche. Papa Francesco è un formicone inatteso, perché tre settimane fa ha riunito i maggiori esperti mondiali sull'ambiente alla ricerca delle connessioni fra uomo e ambiente. Certamente Obama si è battuto per far passare messaggi che portano verso la complessità e la circolarità. Mentre in passato era legato a particolari ambiti oggi si è capito che il tema ambientale non è un problema di classe ma collettivo. 
E chi attacca i formiconi?
C'è una forte resistenza dei conservatori americani.
Parliamo dei grandi gruppi industriali degli USA che vedono minacciati i loro guadagni connessi allo sfruttamento diretto o indiretto dei combustibili fossili?
Questo tipo di realtà ha già somatizzato il tema, trasformandolo in un’opportunità di business futuro. No, qui parliamo del cuore antico dell'America del Midwest che non riesce a identificarsi con le responsabilità collettive e di solidarietà che spingono per questa trasformazione. È un blocco culturale, connesso alla cultura calvinista e individualista del sistema capitalistico americano (e non solo), che vede nella remunerazione economica degli investimenti l'unico elemento tangibile del successo di un individuo. Sarà importante lavorare con i media per far capire alle persone l'importanza di cambiare questa posizione. Ma temo possa arrivare prima una sberla ecologica a far loro cambiare drasticamente approccio, sebbene abbiano già subito siccità e alluvioni devastanti.
Che sberla ci dobbiamo aspettare se nulla sarà cambiato?
La disgregazione della società umana. Il mondo scientifico ha certificato che siamo già in mezzo alla sesta estinzione di massa della storia di questo pianeta. E sebbene non sia ripresa dai media, questa è la realtà delle cose. Con due differenze rispetto alle prime cinque estinzioni di massa: la prima è che è stato l'uomo a causarla in questo caso e non un evento esogeno imprevisto e traumatico e la seconda è che questa estinzione procede a ritmi che sono da mille a diecimila volte più rapidi rispetto alle estinzioni precedenti.
Quali sono i sintomi che possiamo riconoscere?
Ci sono centodieci specie animali che perdiamo ogni giorno. Ma se della scomparsa dell'orso polare e del panda ci accorgeremmo subito, dubito che ci accorgeremmo della sparizione di una specie di insetti “minori” o di microorganismi, eppure la loro rilevanza nell'ecosistema non è inferiore. Pensiamo alla ricerca Planetary Boundaries di Johan Rockström che individua i settori in cui abbiamo ucciso maggiormente. Esaminiamo per esempio la biodiversità oceanica e l'acidificazione degli oceani, “il fratello malvagio” dell'inquinamento climatico. La concentrazione della CO2 che immettiamo nell'atmosfera penetra in acqua e la acidifica, rendendo sempre più difficile la sopravvivenza del fitoplancton la creazione dei suoi endoscheletri ed esoscheletro calcarei. Questi organismi si adattano, come noi, all’inquinamento, ma arriva un punto preciso in cui questa capacità cesserà e quindi sparirà la base della catena alimentare degli oceani e ci ritroveremo con vasche giganti di pesci morti, infestate da alghe. Se noi inneschiamo queste mutazioni, ci ritroveremo a fare i conti con aumenti della temperatura media fra i 6 e gli 8 gradi e con l’impossibilità di fare coltivazioni e quindi con una forte carenza di cibo e ben presto dovremo gestire un miliardo di persone in marcia in cerca di cibo. Noi potremo essere fra di loro e non lo faremo in maniera pacifica.
Lei ha proposto un diverso sistema di misurazione della ricchezza e dello sviluppo di un Paese. Perché dovremmo “lasciare a casa” il PIL?
Perché non è solo un’esigenza del Pianeta ma anche di chi lo controlla. È già diventata una scelta ufficiale. Il segretario delle Nazioni Unite ha lanciato un esercizio che si chiama Data Revolution, un progetto che punta a darsi degli strumenti che permettano di misurare la crescita e la performance di un paese non solo in termini monetari. Il presidente di questo gruppo è un italiano: Enrico Giovannini (Presidente dell'ISTAT). Il progetto nasce dall’idea che quello che è redditizio economicamente non è detto che lo sia dal punto di vista sociale e umanitario. Non sarà facile e non sarà veloce, ma non penso che si possa fermare questa evoluzione perché è diventata un tema ufficiale e sentito trasversalmente.
Giacomo Leopardi
Leggendo il suo libro, ho pensato al Dialogo della Natura con un islandese all’interno de Le operette Morali di Leopardi. Lei però sembra invertire i ruoli. Mentre nel dialogo leopardiano è la Natura ad ascoltare passivamente l’uomo, sicura di poter continuare a prosperare indipendentemente dalle scelte dell’uomo, nel suo libro è la Natura a cercare di farsi ascoltare da un essere umano passivo, convinto di poter crescere all’infinito senza conseguenze.  Siamo davvero così indifferenti al futuro?
La Natura ci sta mandando un messaggio che si spiega in termini di coevoluzione. Ci chiama a riequilibrare le fibre di un sistema che abbiamo squilibrato lucrandoci sopra. Ciò che è eccezionale nel suo messaggio è che ci dice che non è la crescita a essere insostenibile né l'espansione demografica, ciò che è davvero insostenibile è la diseguaglianza e l'ingiustizia. La Natura sembra dirci che se ci adopereremo perché ognuno di noi abbia la libertà di vivere e di essere rispettato, lei ci inonderà di abbondanza, se invece continueremo a investire le nostre energie per tenere in piedi un sistema basato sulla sperequazione sociale lei non reggerà. La Natura è sufficientemente ricca per sostenerci se ci fosse una corretta distribuzione delle risorse.  È importante capire e credere che tutti noi possiamo fare qualcosa per modificare questa situazione. Se banalmente usassimo un po' meno le automobili saremmo più in salute, vivremmo immersi in un ritmo di vita più “umano” e libereremmo una quantità enorme di risorse che altri potrebbero utilizzare.   Io ho due bambini di dieci e dodici anni. Quando loro avranno trenta anni il mondo potrebbe essere  quello descritto da film come Mad Max. Lo sappiamo, lo abbiamo capito, sappiamo come potremmo evitarlo e non facciamo nulla?

L’Arca di Noè che ci descrive Grammenos Mastrojeni ha davanti a sé una navigazione tutt’altro che tranquilla, spetta anche a noi darle una possibilità.  E a proposito, io dall’incontro con Mastrojeni sono tornato a casa con i mezzi pubblici. 

domenica 24 maggio 2015

Xiaolu Guo, una scrittrice e film-maker cinese al Salone Internazionale del libro di Torino

Xiaolu Guo
Xiaolu Guo è arrivata a Torino per il Salone Internazionale del libro, presentando l’edizione italiana del suo 20 frammenti di gioventù vorace (edito da Metropoli d’Asia). Scrittrice e film-maker cinese trapiantata in UK, Xiaolu Guo è entrata nel 2013 nel “Granta’s Best of Young British Novelists, lista stilata dalla prestigiosa rivista Granta che accende i riflettori sui giovani scrittori più rappresentativi e innovativi della Gran Bretagna (fra loro anche Zadie Smith e Taiye Selasi). Nei suoi 20 frammenti di gioventù vorace racconta la storia di una ragazza (Fenfang) che, come l’autrice, ha trascorso l’infanzia in un piccolo villaggio della Cina e, appena ha potuto, è partita per scoprire la grande città: Pechino.  
A differenza dell’autrice, che quindicenne alla fine degli anni ’80 si cibava dei classici della letteratura occidentale (quelli che riusciva a trovare tradotti in cinese),  a cominciare da F. S. Fitzgerald, Marguerite Duras e Italo Calvino, passione che l’ha portata a passare con naturalezza dalla parola scritta all’immagine, iscrivendosi alla Beijing Film Academy per raccontare cosa accadeva nella realtà che la circondava, Fenfang vive la sua giovinezza nel XXI secolo e vede nel cinema (il romanzo inizia con Fenfang arrivata a Pechino per fare la comparsa) la possibilità di distinguersi dagli altri, di diventare visibile, famosa.  
Proviamo a entrare meglio in questi voraci frammenti di gioventù incontrando Xiaolu Guo. 
Nel suo romanzo, descrive le impressioni di una ragazza che per la prima volta arriva a Pechino dall’entroterra cinese, che non vede l’ora di bere una coca cola ghiacciata e di «tuffarsi nello scintillio» della capitale. Ma lo scintillio è spesso facciata accattivante di un sistema aggressivo e standardizzante. Perché ha sentito di dover raccontare questa storia e quanto di autobiografico c’è nel personaggio di Fenfang?
Questo è il primo romanzo che ho scritto e l’ho ideato proprio quando lasciai il mio paesino nell’entroterra cinese per andare a frequentare la Beijing Film Academy.  Provavo dei sentimenti molto forti e tumultuosi, stavo vivendo una transizione da semplice ragazza a giovane intellettuale. Guardavo i film di Godard e di Pasolini, leggevo Sartre e Simone de Beauvoir. Sentivo il bisogno di raccontare la storia di una giovane donna che riesce a scoprire se stessa. Ma volevo anche parlare dell’abisso che esiste fra la Cina tradizionale in cui ero vissuta prima di arrivare a Pechino e la nuova Cina, così influenzata dall’Occidente.
Leggere questo romanzo è come trovarsi davanti a un rullo cinematografico in cui il regista-scrittore ha selezionato per noi le scene più importanti dell’esperienza di Fenfang, lasciando al lettore l’onere e la responsabilità del giudizio sulle sue scelte e sul contesto in cui la protagonista si muove. Era questa la sua intenzione?
Il mio modo di scrivere romanzi è stato molto influenzato dai tantissimi film che ho visto. Ho amato Godard, Pasolini e Truffaut e per questo penso che la letteratura possa avere un futuro solo se lo scrittore si mette continuamente in discussione per modificare la propria lingua, il proprio genere e il proprio stile alla ricerca di nuovi modi per comunicare con il lettore. Non credo nella letteratura convenzionale e tradizionale, ma come intellettuale cerco sempre nuove strade e per questo, sì, ho scelto la via del montaggio cinematografico per la struttura di questo romanzo, ispirandomi a Italo Calvino e a Marguerite Duras perché in ogni romanzo che hanno scritto si percepisce l’energia della ricerca continua. 
Questo è stato il suo primo romanzo, che effetto ha avuto su di lei e sui suoi lavori successivi, penso anche a quelli cinematografici?
Credo che il mio modo di approcciarmi alla scrittura non sia cambiato dopo questo romanzo. È cambiato il contesto e le esperienze che ho fatto e che ho trasferito nei libri successivi. Ho cominciato a parlare di più di politica e della complessità dei rapporti familiari. 
Lei è figlia di un artista, un pittore che ha passato molti anni nei campi di prigionia solo perché voleva continuare a dipingere liberamente, cosa inaccettabile durante la rivoluzione culturale cinese. Suo fratello è stato protagonista insieme con altri studenti degli scontri di Tiananmen e lei ha sostenuto la necessità di cambiamento del sistema sociale, economico e politico del suo Paese con molte delle sue opere, penso per esempio a Concrete Revolution, documentario sullo sfruttamento dei lavoratori per la preparazione della Cina alle Olimpiadi del 2008. Quante generazioni di Guo dovranno ancora lottare per cambiare la società cinese?
Non so se le giovani generazioni di cinesi dovranno ancora lottare contro le posizioni del Governo. Certamente la società cinese ha fatto molto per la propria crescita negli ultimi anni, portando il livello di povertà quasi ad azzerarsi, soprattutto se confrontato con l’India o i Paesi africani. Il problema più importante della Cina di oggi è l’immagine negativa che il Paese ha creato di sé all’esterno. Penso quindi che la Cina debba essere studiata dall’Occidente in maniera più approfondita e con un approccio olistico, guardandola nella sua totalità e non soltanto per le notizie che hanno più risonanza nei Paesi che la osservano dall’altra parte dell’Oceano. La Cina va vista in relazione al potere che oggi ha lo Stato sui suoi cittadini e sul modo in cui può limitare la loro libertà, potere che non ha solo lo stato cinese, ma ogni stato in quanto sistema che organizza e controlla la vita dei suoi cittadini. 
Ho letto che ha pubblicato il suo primo libro (poesia) all’età di quindici anni, com’è nato il suo amore per la scrittura e com’è arrivata dalla poesia alla narrativa?
Sì, la poesia è stata il mio primo amore e la mia prima forma di espressione, poi venti anni fa sono stata sedotta dal romanzo e dalla regia cinematografica perché penso che la scrittura moderna oggi si traduca in tre generi (romanzo, sceneggiatura e giornalismo), ma tutte le mie capacità come scrittrice derivano dalla poesia, che resta la forma più alta di letteratura. Anche il mio cinema è influenzato dalla poesia, senza di essa sarebbe solo una sequela d’immagini e non servirebbe né a me né agli spettatori. 

Avremmo avuto tante altre domande da porre a Xiaolu Guo, sul suo lavoro di scrittrice e film-maker, ma i suoi lettori al Salone Internazionale del libro di Torino la reclamavano e quindi, per questa volta, abbiamo dato loro la precedenza.

domenica 17 maggio 2015

Salone Internazionale del Libro di Torino fra Germania, Lazio e Dante.

Cos’hanno in comune la Germania, il Lazio e Dante?  Il Salone Internazionale del Libro di Torino. 
La ventottesima edizione dell’appuntamento librario più importante d’Italia (dal 14 al 18 maggio), dedicato alle meraviglie del Bel Paese, con un occhio all’EXPO e ai suoi visitatori (meno di un’ora in treno dal centro di Milano al Lingotto), vede ruotare molti dei suo 500 appuntamenti (reading, incontri con autori, spettacoli teatrali, concerti e laboratori) intorno a questi tre elementi. 

La Germania è l’ospite d’onore al Salone nel Padiglione 3 e questo permetterà ai visitatori di fare un viaggio nella letteratura tedesca contemporanea, avvicinandosi ai libri di 21 autori selezionati per rappresentare il loro Paese e tutti i generi letterari (dal thriller al romanzo di formazione, dal saggio al libro illustrato). Dall’egittologo Jan Assmann all’autore di thriller psicologici Sebastian Fitzek, dal professore di filosofia Markus Gabriel e il suo impegno nel dibattito sul “nuovo realismo” al romanziere Daniel Kehlmann (autore de La misura del mondo), fino a Isabel Kreitz, fumettista e graphic novelist. 

Dopo Calabria e Veneto, è il Lazio la Regione italiana ospite di questa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino e sempre nel Padiglione 3, troviamo il Salotto Lazio che ospiterà autori pubblicati da case editrici della regione ed eventi che Lidia Ravera, madrina del Salone, nonché assessore alla cultura del Lazio, ha organizzato per far conoscere la realtà editoriale laziale, con un focus particolare sulla figura di Pier Paolo Pasolini, cui è dedicato un incontro/confronto fra Lidia Ravera, Walter Veltroni, Walter Siti e Chiara Valerio.   

E Dante? Beh, proprio quest’anno ricorrono i 750 anni dalla nascita del sommo poeta (nato nel 1265 a Firenze). L’evento viene ricordato al Salone con la presentazione dei volumi di uno dei massimi dantisti del '900, Francesco Mazzoni, ma anche con incontri al Bookstock Village, in cui Valerio Magrelli proverà a scoprire con i lettori come leggere Dante ai tempi di Periscope.

Se questi motivi non vi bastano per andare a Torino, vi ricordo che il 2015 è anche l’anniversario della scomparsa di Aldo Pio Manuzio (morto a Venezia nel 1515), tipografo, umanista e primo editore della storia dei caratteri mobili. Di lui parleranno Cesare De Michelis e Gian Arturo Ferrari.

Buon Salone Internazionale del Libro di Torino a tutti e non dimenticate: Germania, Lazio e Dante.

  

domenica 10 maggio 2015

Le biblioteche più strane del mondo

Le biblioteche più strane del mondo? Sul dorso di un elefante, sospese nell’aria, in una cabina telefonica, in una casetta per uccelli. I libri scuotono la nostra immaginazione, ma questo fermento sta contagiando anche i luoghi che li contengono. Qualche settimana fa in un articolo sul The Guardian, poi prontamente ripreso dalla BBC, Alex Johnson, consulente indipendente di molti magazines e blog inglesi, ha presentato il suo Improbable Libraries (pubblicato in Italia da Logos con il titolo Biblioteche insolite), una riflessione sull’evoluzione del concetto di biblioteca che non dipende solo dalle ardite scelte delle Archistar che ne costruiscono sempre di nuove nelle capitali europee, americane, arabe e asiatiche, ma anche dalle scelte dei suoi frequentatori (i lettori). 
È proprio grazie all’inventiva e alle necessità di questi ultimi che sono nate le biblioteche più interessanti fra quelle citate e fotografate da Johnson in giro per il mondo, a cominciare dal progetto Little Free Library. Nato per caso nel Wisconsin (USA) nel 2009 dal desiderio di Todd Bol di creare nel suo giardino una piccola biblioteca a disposizione dei vicini, per condividere i libri che aveva amato sua madre (insegnante con la passione per la lettura), si è trasformato  in pochi anni in un’idea virale che ha contagiato il pianeta (oggi se ne contano più di 25.000), spingendo i lettori a costruire mini biblioteche dalle forme più strane sparse per le proprie città e aperte a tutti. Un’unica regola: per ogni libro che si prende, se ne deposita un altro in cambio, perché le letture preferite di ogni lettore possano fluire.
Ma le idee non si fermano qui. Le librerie, ci dimostra Johnson, stanno evolvendo, non solo in forma e dimensione, ma anche per gli obiettivi che si pongono. Non basta più diffondere la conoscenza (gratuitamente!), per molti limitarsi a questo vorrebbe dire essere soppiantati da interfacce virtuali su cui possono essere caricati tutti i contenuti delle biblioteche esistenti al mondo. Facendo finta di sorvolare sul pericolo di un’unica interfaccia su cui è caricato tutto il sapere, Orwell e Bradbury ne hanno spiegato molto bene il motivo, oggi le biblioteche sono sempre più centri d’incontro, confronto e interscambio di conoscenze che aiutano i loro lettori a superare barriere sociali, economiche e geografiche
Pensiamo alle biblioteche itineranti di Haiti, nate dopo i vari disastri naturali che hanno colpito l’isola per garantire la possibilità di leggere gratuitamente ai suoi abitanti o alla Garden Library di Tel Aviv, che aiuta i migranti nelle pratiche di asilo e nel loro processo d’integrazione con 3.500 volumi in sedici diverse lingue.

Il libro di Johnson sembra dimostrare che l’apprensione per la creazione della prima biblioteca priva di libri, nata un paio d’anni fa in Texas, vissuto come segno di un sistema in estinzione, era solo l’espressione della continua evoluzione che le biblioteche stanno vivendo. Che siano costruite su una barca o trasportate in biciletta, che chiedano o meno di restituire il libro che abbiamo preso in prestito,  che siano le biblioteche più strane del mondo o semplicemente quelle del nostro quartiere, staranno “facendo” lettori ed è questo che conta.

domenica 3 maggio 2015

Le anime morte al Festival Chiasso Letteraria.


Se si parla di anime morte, si parla di Čičikov. Chi era costui? Il protagonista del romanzo Le anime morte di Nikolaj Vasil'evič Gogol', oggi più che mai d’attualità anche grazie alla rilettura presentata al Festival Chiasso Letteraria, che si conclude proprio oggi (3 maggio) dopo una cinque giorni dedicata al tema del cambiamento. 


Il Festival si è interrogato sulla possibilità che hanno i singoli individui, anche e soprattutto attraverso la parola scritta e letta, di cambiare la realtà economica, sociale e relazionale in cui vivono senza perdere la loro anima. Ma cosa intendiamo per anima?  Ciò che caratterizza nel profondo un essere umano, quello strano miscuglio di valori, ideali, ambizioni e sensazioni, che Douglas Coupland immagina (nel suo romanzo Il ladro di gomme) mettersi in fila a chiedere l’autostop in autostrada dopo essere scappati da uomini che li avevano traditi.

Di anime tradite ha parlato Mikhail Shishkin a Chiasso Letteraria, scrittore russo residente da vent’anni in Svizzera, che ha paragonato, in un articolo uscito su La Lettura lo scorso 26 aprile, i suoi compatrioti a un popolo di Zombie nelle mani di sua “presidenzialità” Vladimir Putin e della «banda di corrotti che ha preso in ostaggio il Paese». Ma Shishkin non risparmia critiche neanche alle nuove anime morte che popolano la russia, se quelle gogoliane erano create dalla mente truffaldina e inventiva del proprietario terriero Čičikov, che spacciava braccianti morti per vivi per avere così assegnate più terre, gli zombie a cui si riferisce Shishkin sono vivi che si  spacciano per morti, pur di non vedere e denunciare ciò che accade sopra le loro teste, seguendo «l’usanza nazionale di leccare gli stivali ai più forti».

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Mikhail Shishkin
E se Shishkin assume il ruolo di Cassandra, prevedendo la fine di questo sistema di potere corrotto, ricordando che se il grande impero russo è crollato in pochi mesi nel 1917 e il colloso sovietico in soli tre giorni nel 1991, Putin si potrebbe polverizzare in qualche ora, lo scrittore teme al contempo gli effetti di quest’auspicabile caduta, che nella “migliore” tradizione russa potrebbe dare vita ad anni di guerre fratricide per colmare il possibile vuoto di potere o fare da incubatore a un sistema di controllo ancora più invasivo dell’attuale.


Di fronte alle lucide preoccupazioni di Mikhail Shishkin, vengono alla mente le parole di un’altra scrittrice impegnata ad analizzare e contrastare il sistema di corruzione del suo Paese (Anabel Hernandez, autrice de La terra dei narcos), che parlando del sistema di corruzione messicano e della difficoltà nell’estirparlo afferma che «il cambiamento deve venire dalla società. È la gente che deve esigere un governo che lavori nel suo interesse. Servirebbero quindi più proteste, molte più manifestazioni di quelle che ci sono state fino ad ora.» Forse di questo avrebbero bisogno anche le anime morte di cui si è parlato al Festival Chiasso Letteraria, per essere anche zombie, ma a caccia di chi li tiene in ostaggio nel loro stesso Paese.