domenica 28 aprile 2013

una parola, un verso: trentatreesima - unico...figlio


Cosa vuol dire essere figli unici?
Essere unici perché “speciali” o unici solo perché appartenenti a una determinata specie?
Le opinioni in materia si sprecano e certamente in Italia prevale l’idea che essere figlio unico voglia dire essere viziato, solitario, silenzioso, supponente, introverso. E quest’ultima caratteristica soprattutto è vista con terrore dai genitori, un destino da evitare a qualunque costo, pur di rispettare l’equazione socialità = felicità che ci viene imposta fin dai primi sbilenchi passi nel mondo. 
Equazione che si ribalta in altre equivalenze: silenzio/riflessione/pensiero/sensibilità = tristezza, da cui aggressività/chiasso/azione = felicità/intelligenza
Piccole massime distillate parlando con genitori ansiosi.
Sul tema dell’unicità, intesa come diversità, è incentrato il romanzo di Haruki Murakami, appena ripubblicato in Italia con Einaudi (ma edito nel 1992 in Giappone e la prima volta in Italia con Feltrinelli nel 2000) A sud del confine, a ovest del sole (Einaudi – 2013). Nel primo capitolo il protagonista, Hajime, inizia a raccontarsi, partendo proprio dalla sua unicità, primo e ultimo figlio di una famiglia borghese nel Giappone degli anni ’50, periodo in cui essere figlio unico era cosa abbastanza rara e non solo in Giappone.
A dodici anni Hajime si sente diverso, «un essere incompleto»[1], un bambino che ascolta Nat King Cole che canta Pretend insieme a un’altra figlia unica. L’unica con cui può condividere la sua diversità, per sentirsi finalmente uguale a qualcuno, anche solo per la durata di una canzone, una canzone che spiega che «fingere di essere felici quando si è tristi non è poi un grande sforzo»[2]. Finite le note della canzone e con esse il primo capitolo del romanzo di Murakami, ci siamo già sistemati sulle spalle di Hajime e non intendiamo scendere fino alla fine del racconto per «attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato»[3] e che Murakami sa così bene fertilizzare dentro i nostri pensieri. E se l’autore non delude i suoi lettori, offrendo anche in questo romanzo tutta una serie di soffuse «vibrazioni che sono capaci di diventare l’asse portante del racconto»[4], dimostrando come grandi emozioni possano nascondersi nelle piccole cose (pensiamo alla poesia di Wisława Szymborska che spesso Murakami ha il potere di richiamare alla mia mente), in A sud del confine, a ovest del sole l’onirico lascia molto più spazio al reale; alla reale insoddisfazione incardinata nell'animo umano, che ci porta a desiderare un "qualcosa" che poteva essere e non è stato, costruendo su questa malinconia una torre di rabbia da cui è facile lanciare le persone che ci sono accanto e che hanno la colpa di essere difformi dai nostri sogni.
Così Murakami ci dimostra di essere tutti figli unici, indipendentemente dall’aggressività/chiasso/azione che abbiamo dimostrato e, sebbene il tema del figlio unico sembri a volte eccessivamente presente e claustrofobico, andando a saturare dinamiche e dialoghi fra i personaggi, bastano alcune immagini per dimostrare da sole il valore del libro, che alla fine pur essendo partito dall'apparente certezza socialità = felicità, ne dimostra chiaramente l’inadeguatezza e la debolezza.

  

Una parola, un verso: unico...figlio

ùnico agg. [dal lat. unĭcus, der. di unus «uno, uno solo»] (pl. m. -ci).
a. Che è il solo esistente, che non ha uguali nel suo genere o nella sua specie; b. In frasi enfatiche, eccellente, ineguagliabile; c. Nel linguaggio filosofico, per lo più sostantivato, l’individuo o soggetto personale, o io, in quanto singolare, irripetibile, inconfondibile, eccezionale.

unigènito agg. [dal lat. tardo, eccles., unigenĭtus, comp. di uni- «uno solo» e genĭtus, part. pass. di gignĕre «generare»]. – Che è l’unico generato, l’unico figlio;

(fonte: www.treccani.it)


[1] da A sud del confine, a ovest del sole (Einaudi – 2013), pag. 4.
[2] da A sud del confine, a ovest del sole (Einaudi – 2013), pag. 12.
[3] da un’intervista a Murakami Haruki apparsa su La Repubblica del 5 novembre 2011.
[4] vedi nota 3. 

domenica 21 aprile 2013

Galleggiare nel Vapore. Una possibilità che ci offre l’ultimo romanzo di Marco Lodoli.


Entrare nell'ultimo romanzo di Marco Lodoli è come immergersi in un lago di latte. Mentre leggevo Vapore (Einaudi – 2013) mi è venuto subito alla mente il film di Emanuele Crialese Nuovomondo. Mi riferisco alla scena finale in cui alcuni personaggi entrano in un universo liquido fatto di latte e compiono l’ultimo (o forse il primo, dipende dai punti di vista) passo del loro lungo viaggio verso un nuovo mondo fatto di verità molto diverse da quelle che avevano sognato.
Ecco, muovendosi fra le memorie di Maria Salviati, l’anziana signora protagonista di Vapore, si ha l’impressione di essere insieme a lei in mezzo a quel lago, alla fine di un viaggio in solitaria che diventa l’ultima possibilità per lei di osservare con occhio malinconico gli uomini che hanno solcato la sua vita (suo marito e suo figlio), senza mai riuscire a radicarsi davvero nel mondo che lei ha sempre sognato. Un mondo semplice, fatto di «un lavoro utile, un bambino che gioca, un uomo che bada ai conti». Un mondo che non è mai esistito, che è stato invece avvolto dal vapore prodotto dalla fantasia del marito e dal muro che il figlio a un certo punto decide di erigere per difendersi da quel vapore.



Maria è accompagnata in questo viaggio da Gabriele, un agente immobiliare che sembra uscito da un film di Fellini o da un libro di Murakami Haruki, tanto l’aspetto onirico e indefinito di questo personaggio lascia spiazzato il lettore, che si potrebbe anche indisporre per la sua assoluta strumentalità. È come se Lodoli l’avesse immerso nel latte della storia con l’unica funzione di costringere Maria ad aprire le dighe della sua memoria. Il gioco è fin troppo scoperto e questo fa pensare a una precisa volontà di Lodoli di evitare al lettore qualsiasi distrazione che un Gabriele più concreto avrebbe certamente offerto. L’attenzione dev'essere tutta per Maria, anzi per i suoi uomini che non sono mai stati come li avrebbe creati per se stessa e in questo sta il suo stupore e il suo amore. Narrato in prima persona da Marco Lodoli e lastricato di un utilizzo sapiente della metafora, con ampie concessioni al verso poetico tradotto in prosa, Vapore è un romanzo che leggerete in poche ore e grazie al quale, a poche pagine dalla riva del lago scelto da Maria, proverete un forte disagio, accorgendovi che la concreta e normale Maria (così amerà descriversi al lettore) è stata forse la più fantasiosa e magica dei personaggi della storia, creando per loro infinite motivazioni, giustificazioni e giochi di prestigio verbali, pur di farli apparire sempre speciali. E se padre e figlio si saranno scontrati spesso per dimostrare chi fra fantasia e realtà debba prevalere, Maria non ha mai avuto dubbi: la realtà della sua fantasia, quella e nessun’altra potrà mai prevalere. Almeno «finché le parole resistono […] briciole strette nel pugno macchiato degli anni: poi il pugno si apre e tutto cade.».

domenica 14 aprile 2013

Nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani


Vi ricordate il film di Woody Allen Hannah and her sisters (Anna e le sue sorelle)? Fu uno dei più grandi successi del poliedric-nevrotic-affubulator-genial regista, sceneggiatore e attore americano e raccontava la storia di tre sorelle nella Manhattan anni ’80 (il film è del 1986). Hannah, donna praticamente perfetta (“È duro avere accanto una che dà tanto e ha bisogno di così poco". Le dirà suo marito Elliott, scaricando sulla solidità e sicurezza della moglie la responsabilità del proprio tradimento), cerca di tenere insieme la sua famiglia, rispondendo alle richieste di tutti, per poi essere accusata di godere delle difficoltà altrui. Uno dei flussi narrativi è incentrato su Elliott che si invaghisce della sorella di Hannan: Lee, spirito libero e irrisolto. In uno dei suoi appostamenti per corteggiarla, Elliott si trova con Lee in una libreria di New York, di quelle che chi ama leggere spesso invidia alla New York alleniana, ossia una di quelle zeppe di libri fino all'inverosimile, incastrati in orizzontale e verticale in ogni scaffale e angolo disponibile, dove è possibile piluccare per ore senza che nessuno ti infastidisca, dove è possibile trovare una prima edizione delle poesie di E.E. Cummings vicino ad "un’economica" di un romanzo di fantascienza di Kilgore Trout. Un posto in cui la poesia potrebbe essere sparsa in un’intera ala e non venire compressa in un mezzo scaffale. Un posto in cui Elliott troverà il coraggio di dichiararsi a Lee proprio attraverso una poesia di Cummings (Somewhere I have never travelled[1], di cui riportiamo a fine post l’estratto) che Lee leggerà la notte dell’incontro, sussurrandola. 

Beh, in un posto simile mi sono imbattuto qualche settimana fa, il fatto che fosse una libreria itinerante (ossia una bancarella), non ha fatto che aumentare la mia curiosità. E poi, come è accaduto a Elliott (ma senza Lee), tra una vecchia raccolta di Dylan Dog e un libro sul fascismo, ho visto spuntare due piccoli libri tenuti insieme da un elastico. Fuoriuscivano già per metà dallo scaffale in cui erano stati spinti a forza e da cui i loro “vicini” ora stavano tentando di espellerli. Per i "reietti" ho sempre avuto una passione, quindi mi sono affrettato a salvarli, trovandomi fra le mani una imprevedibile e completa raccolta di poesia americana dal 1850 al 1950 in due volumi, in cui, fra le varie chicche tradotte in italiano con testo originale a fronte (Frost, Stevens, Crane, Barnes), c’era anche la poesia di E.E. Cummings usata da Allen per il suo film. Eccoci quindi al motivo di questo post: condividere con voi il testo di Cummings e magari spingervi a soffermarvi davanti a una bancarella da cui un altro “reietto” è in attesa di cadervi fra le mani.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’estratto della poesia di Cummings (lo stesso Cummings che ha abitato a Patchin Place nel Greenwich Village nella Manhattan tanto amata da Allen), vi chiedo di assaporarne ogni verso mentre ascoltate I’ve heard that song before suonata da Henry James e la sua orchestra, con la voce di Helen Forrest, pezzo utilizzato da Woody Allen proprio per Hannan e le sue sorelle
Chissà se il film sarebbe piaciuto a Cummings?

(non so che cosa sia di te che chiude
e schiude, ma qualche cosa dentro di me comprende
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani. [1]    

[1] Somewhere I have never travelled (In un luogo dove non ho mai viaggiato) – Dalla raccolta Poesia Americana 1850-1950 a cura di Carlo Izzo (Garzanti editore – 1971).

domenica 7 aprile 2013

L’orso che bloccava il cambiamento


La gestione del cambiamento è una capacità che tutti oggi cercano di sintetizzare in ricette alla Dukan, in cui i risultati arrivano subito e con la stessa fretta scivolano via. Per molti gestire bene il cambiamento significa essere sempre pronti a cambiare, ad adattarsi rapidamente e senza troppi traumi al contesto in cui si vive che però (come affermò a suo tempo Zygmunt Bauman) è diventato liquido. Liquido il lavoro, liquidi gli affetti, liquido il tempo, liquidi quindi anche noi.
Veloci, bisogna riadattarsi, resettarsi, rinnovarsi, moto perpetuo, per non diventare il colesterolo di tanta oleosa liquidità, che a volte sommerge per lasciare tutto inalterato.
Se però osiamo pensarci, solo per un attimo, non per fermare il cambiamento, ma per contribuire, per capire dove è meglio scorrere via, arriverà subito qualcuno con il probiotico più adatto a farci dissolvere, perché il flusso non si deve fermare, mai.
Qualche giorno fa ho riletto per l’ennesima volta a mia figlia una delle sue (anche mie in verità) favole preferite L’orso che non lo era di Frank Tashlin (Donzelli editore – 2011). La storia è metafora perfetta del condizionamento della società sul pensiero individuale, in nome di un’adattabilità perpetua alla maggioranza. Un orso si addormenta nella sua caverna per l’inverno e quando si sveglia, qualcuno gli ha costruito attorno una fabbrica. L’orso è ancora lì, mezzo addormentato, che cerca di capire cosa è accaduto, che subito arriva il “fluidificatore” nelle vesti di capo reparto che gli dice che non è un orso ma un operaio, «un babbeo, col cappotto di pelliccia e la barba da tagliare». L’orso tenta di resistere, di spiegare il proprio punto di vista e così inizia a girare nel bailamme burocratico procedurale della fabbrica, salendo di livello in livello, dal direttore al terzo vice presidente, dal vice presidente fino al presidente. Tutti gli ripetono cos'è e cosa non è.
Persino alcuni orsi, interrogati sulla natura del protagonista non riconoscono il lui un loro simile, perché lo vedono in mezzo agli uomini e quindi decidono che l’orso non è altro che un uomo: un babbeo, col cappotto di pelliccia e la barba da tagliare. Alla fine il probiotico ha successo e l’orso si convince che se tutta quella liquidità gli continua a ripetere che non è un orso, forse davvero è soltanto un babbeo.
La fine della storia non ve la racconto, ma se qualcuno insiste a chiedere di mutarvi in un orso, in una pecora o in coleottero, dicendo che quel cambiamento (e non un altro) potrà portarvi soltanto vantaggi, prendetevi un momento per riflettere e cercate di capire voi cosa ne pensate, veloci però, mi raccomando.