domenica 24 aprile 2016

Zero K: come si sfugge alla morte secondo Don DeLillo

La notizia è del novembre scorso, ma con l’avvicinarsi della “K-date” (il 3 maggio 2016), sale l’agitazione fra gli adepti di Don DeLillo per il suo ultimo lavoro: Zero K. Un romanzo il cui protagonista, Ross Lockhart, tenta di sfidare la morte, finanziando un laboratorio scientifico dove si lavora all’animazione sospesa. 

In questo luogo che assomiglia a una base spaziale, scienziati al servizio di quell’1% della popolazione mondiale che controlla il 90% della ricchezza del pianeta, portano i corpi dei loro “ospiti” a basse temperature (il titolo del romanzo si riferisce allo zero Kelvin, lo zero assoluto, la temperatura più bassa che si possa ottenere in qualsiasi sistema macroscopico, pari a –273,15 °C). L'obiettivo è conservarli in uno stato di quiescenza a metà strada fra la vita e la morte fino a che la scienza e il denaro riuscirà a trovare una cura per il destino che incombe sulle loro teste. Così Lockhart, per salvare sua moglie dalla sclerosi multipla, è certo di superare l’ultimo bene che il denaro non poteva comprare: il tempo.
Don DeLillo
Questo l’impianto del nuovo romanzo di DeLillo che in molti critici hanno paragonato per intensità a Underworld, uno dei più grandi successi di pubblico e critica dell’autore americano di origine abruzzese, successo che ha aperto a DeLillo nel 1985 le porte del pantheon della letteratura nord americana, facendolo ricomprendere dal critico Harold Bloom nella stretta cerchia di autori viventi che lasceranno un segno nelle future generazioni di scrittori. Lista che comprende Roth, Pynchon e McCarthy, ma esclude autori come Jonathan Frenzen o Toni Morrison. E mentre alcuni hanno già avuto il privilegio di leggere un’anteprima di Zero K (Matteo Persivale per La Lettura), vivendo un’illuminazione fin dall’incipit del romanzo (“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”), dal Guardian al Los Angeles Times, dal New Yorker alla piattaforma Goodreads, l’ansia degli “underworldiani” (tutti i gruppi di followers che si ripettino hanno un nome, non vedo perché quelli di uno scrittore debbano essere da meno rispetto a quelli di una band) cresce e circolano le prime citazioni: “We are born without choosing to be. Should we die in the same manner?” (Siamo nati senza aver scelto di esistere. Dovremmo morire nello stesso modo?) 

Domande che sembrano arrivare da un luogo in bianco e nero, dove la morte e un uomo giocano a scacchi, come se DeLillo, che in un’intervista con Karin Badt per l’Huffington Post Books ha dichiarato che tutti i suoi romanzi sono partiti da un’immagine precisa che ha cambiato la sua idea di realtà, avesse visto Il Settimo Sigillo di Bergman prima di mettersi a lavorare a questo romanzo. 


Domande sul significato della nostra esistenza e quindi anche sulla sua fine cui non ci aspettiamo di trovare risposta in Zero K, ma certo, come accade per la migliore letteratura, non ci permetteranno di addormentarci subito dopo aver scoperto se Ross Lockhart riuscirà nel suo intento, lasciandoci alle prese con i regali in forma di parole che ha confezionato per noi DeLillo. Regali di cui un underworldiano che si rispetti (parola di Jennifer Egan) non può fare a meno. 

domenica 17 aprile 2016

Ansia: percorso di scrittura o pesante fardello?


«L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia.» Se Sigmund Freud decreta che il legame fra essere umano e ansia è un cordone che parte dall’utero materno, di cui non ci si libererà per tutta la vita, è l’utilizzo che si fa di questa emozione e lo spazio che ad essa si concede che può trasformarla in quello che gli psicologi definiscono un ‘disturbo’.

 


Attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, stress post-traumatico, fobie, sbalzi umorali, disturbi alimentari, indecisione cronica, la lingua parlata si arricchisce di termini che entrano nel dizionario comune, fornendo spunti ai film di Woody Allen,  format a serie TV o a reality show. Il 20% della popolazione statunitense è affetta da disturbi collegati all’ansia, l11% in Italia, ma i numeri sono ben lontani dal circoscrivere il fenomeno, poiché molte persone alle prese con le poliedriche facce dell’ansia non si rivolgono a uno specialista e quindi non vengono tracciate.

Ma l’ansia è un male? E perché non ci è mai capitato di avvistare un maiale alle prese con l’iperventilazione o una mucca che si scusa con la vicina di mangiatoia perché non può gestire un attacco di cleptomania erbivora?

 


Qualche risposta per interrogarci sul nostro stato di salute e farci prendere dall’ansia (positiva) di capire di cosa si parla quando si parla di ansia, possiamo cercarla nel libro di Joseph E. LeDoux (neuroscienziato americano, professore alla NYU, direttore dell’Emotional Brain Institute ed esperto nei meccanismi che regolano la paura e l’ansia) Ansia. Come il cervello ci aiuta a capirla, appena tradotto in italiano da Raffaello Cortina Editore. «Anche se siamo nel presente, viviamo per il futuro. Questa autoconsapevolezza  - ci spiega LeDoux - è la nostra benedizione e la nostra maledizione. Essa ci permette di sforzarci per realizzare qualcosa, ma anche di preoccuparci del possibile fallimento.» Ed è qui che l’ansia, quella negativa, quella che ci blocca dall’interno, che ci fa sembrare inutile qualsiasi azione o decisione, quella che ci fa vedere come gli altri riescono dove noi puntualmente falliamo, quella che alla fine ci paralizza, chiudendoci a doppia mandata in noi stessi e ingoiando la chiave, trova terreno fertile e cresce. Come l’albero di fagioli magici della favola, non sembra avere limiti, saltando al giorno successivo, all’anno successivo, alla fine della nostra esistenza, costringendoci a voltarci indietro e prendere atto che nulla è andato come volevamo. E allora ognuno di noi inventa i propri modi per smettere di guardare. Cose che può pensare, fare o non fare perché ciò che ha visto non si realizzi.

Joseph E. LeDoux
A volte, per superare quella che LeDoux definisce «assemblaggio cognitivo» fra reazioni innate, esperienze memorizzate e proiezioni future, bisogna inventare realtà così diverse dalla propria da rendere il salto da compiere per raggiungerle troppo ampio persino per l’ansia. È così che sono nati molti grandi e innovativi romanzi del Novecento: dall’ansia dei loro autori, dalla depressione, dagli sbalzi umorali e dalla certezza ossessiva di non essere ancora arrivati lì dove sarebbero potuti arrivare per fuggire a loro stessi. Virginia Woolf, Franz Kafka, Ezra Pound, Edgar Allan Poe, Philip K. Dick, Sylvia Plath, solo per citare alcuni grandi scrittori diversi per genere e stile letterario, tutti preda dell’ansia nelle sue forme più aggressive.

 


Si potrebbe pensare che l’ansia sia ingrediente necessario per un buon romanzo, percorso di scrittura che porta a esplorare le paure più recondite di un essere umano, restituendo al lettore personaggi intensi, pieni di sfumature. Virginia Woolf sosteneva che i personaggi erano delle miniere in cui scavare e scavare, senza fermarsi, senza mai accontentarsi delle sensazioni che da essi poteva estrarre, usando nei loro confronti lo stesso feroce ed implacabile giudizio che applicava a se stessa. «Quella eccitantissima perversione di vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe.» Diceva Hemingway per spiegare il tentativo di spostarsi più rapidamente della sua mente. E allora se l’ansia può essere vista anche come un quid pluris, un dono darwiniano che ha permesso all’uomo di immaginare futuri eventi e pericoli mai incontrati sul suo cammino e su questo ha costruito la sua curiosità e la sua evoluzione, lo è ancor di più per uno scrittore, che in quei luoghi mai sperimentati non solo porta se stesso, ma vorrebbe risucchiare tutti i suoi adepti-lettori. Lettori che diventano dipendenti dalle creazioni dell’ansia degli scrittori in un gioco continuo di creazione e abbattimento che Kafka spiega in un verso alla perfezione: «come un sentiero d’autunno: appena tutto è spazzato, si copre nuovamente di foglie secche.»

domenica 10 aprile 2016

Milano e il quadrilatero del Silenzio


Milano è moda, design, grattacieli arrotolati su se stessi, bianco e nero, biciclette, tram e inaspettatamente silenzio. Un luogo efficiente e squadrato agli occhi di un viaggiatore ebbro delle forme sinuose e magnifiche della Roma lucente, così abituata al suo stratificato splendore da divenire indifferente alla sua stessa bellezza, tanto da sporcarla in ogni modo e misura possibile. 

Milano con i suoi palazzi, parallelepipedi allineati ai lati dei grandi viali, che scorrono senza incertezze attorno al centro storico, come se lo tenessero d’assedio, come se fossero una versione futurista di quel biscione visconteo che ammanta la città dal XIII secolo, come se nella loro essenzialità dovessero ipnotizzare coloro che quei viali percorrono, perché non si accorgano che stanno correndo in circolo più veloci dei loro connazionali. 


Certo, ci sono delle eccezioni. Una di queste è Corso Venezia, che queste cinte di viali spezza, tagliando il centro cittadino da San Babila a Porta Venezia, costeggiando musei, planetari, giardini e possenti palazzi. Elegante accesso alla Milano napoleonica prima e austriaca poi, usato per parate e saluti a vecchi e nuovi signori, oggi Corso Venezia è un largo viale denso di auto e moto rombanti. Eppure pochi passi più in là, la città sorprende il viaggiatore che si muove a piedi, avvolgendolo nel silenzio e nella sperimentazione. 


palazzo Berri Menegalli

Dal lato opposto del palazzo Bovara, dove lo scrittore Marie-Henri Beyle (conosciuto con il nome d’arte di Stendhal) visse nel suo periodo milanese che lui stesso definì «l’aurora del suo vivere», e dietro il palazzo neoclassico Saporiti con i suoi elefanti di pietra, si apre un quadrilatero di strade dove l’architettura liberty, futurista ed eclettica ha fatto di Milano un luogo di sperimentazione nella prima metà del Novecento. Il viaggiatore avvertirà qualcosa di strano non appena inizierà a camminare su via Cappuccini, sarà a solo cento metri da Corso Venezia, eppure qualcosa sarà già mutato. Un compagno discreto e inatteso, lo avrà raggiunto: il silenzio. 

Le persone non lo amano. Dichiarano di averne bisogno, di desiderarlo sopra ogni cosa, ma ne hanno una paura folle. Il silenzio è il sacerdote del pensiero. Il silenzio non ammette distrazioni e scava nelle nostre scelte alla ricerca dell’errore sanabile e con esso dell’azione che sappiamo essere dentro di noi e non vogliamo vedere. Per salvare il viaggiatore via Cappuccini, gli offrirà palazzo Berri Menegalli, con i putti giganti a reggere le grondaie di pietra, i mattoni impazziti, che si rincorrono sulla facciata, i mosaici smaltati, gli intarsi in ferro battuto a forma di drago. Rumore visivo per proteggere chi sarà entrato nel quadrilatero del silenzio. 


Il viaggiatore deciderà di continuare e girerà in via Vivaio, dove visse il pittore metafisico Carlo Carrà ed ebbe il suo studio lo scultore pre-espressionista Adolfo Wildst, ma il silenzio si sarà fatto più aggressivo. Il viaggiatore non potrà più sfuggirgli. Svolterà ancora in via Mozart e poi ancora in via Serbelloni, dove in preda a se stesso, si siederà sotto un portone al civico 10. Il collo sarà indolenzito dal peso delle orecchie che avranno cominciato a bruciare per le parole che il silenzio avrà iniziato a pronunciare senza sosta, pretendendo una risposta a tutti i suoi dubbi. Il viaggiatore solleverà lo sguardo, trovandosi a osservare un immenso orecchio di bronzo: troppo tardi per scappare, il silenzio avrà preso la sua forma. 

domenica 3 aprile 2016

E se passeggiando per Milano vi trovaste di fronte uno struzzo con 92 collane?

Niente paura, Milano non è stata appena staccata dal suolo italico per finire nella ‘tolkieniana’ terra di mezzo, né ha preso il posto del castello di Hogwarts, assediato dalle immaginifiche fiere create dalla penna di J. K. Rowling. Siamo nel serissimo Corso Magenta, a pochi passi dal chiostro bramantesco di Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo di Leonardo. Qui, in un altro chiostro, dalle fogge moderne, si è aperta una mostra assai particolare. 


Lo struzzo in questione è quello di Einaudi e le 92 collane sono quelle che nella sua storia il prestigioso marchio editoriale ha creato per dare voce alle tendenze che di decennio in decennio, dalla fondazione ad opera di un Giulio Einaudi ventunenne nel 1933, nascevano, crescevano, si sgonfiavano e morivano nel panorama letterario italiano e mondiale. 


In una lunga sala rettangolare dalle pareti ‘bianco Einaudi’, è stata allestita la mostra “I libri Einaudi 1933-1983”. 50 anni di romanzi, poesie, traduzioni, copertine e book design (siamo a pochi giorni dalla settimana del design milanese del Fuorisalone) raccolti con pazienza e passione dal collezionista Claudio Pavese che ha accumulato ben 3.000 volumi di cui questa mostra espone 300 pezzi di particolare fascino. Si parte con Moby Dick del 1932 e Topolino del 1933, entrambi tradotti da Cesare Pavese per Frassinelli, considerati gli antesignani del lavoro che iniziò poi Einaudi. Un salto di qualche anno e il visitatore si troverà di fronte a Le occasioni di Eugenio Montale del 1939 (il primo numero della collana Poeti), alla prima edizione dell’ultima opera di Cesare Pavese (La luna e i falò del 27 aprile 1950, con la copertina di un opera di Carlo Carrà), per poi arrivare ai Sonetti di Shakespeare nell’edizione del 24 dicembre 1952 (primo volume della collana dedicata ai poeti stranieri con testo a fronte). Solo due anni separano quest’ultimo volume da Se questo è un uomo di Primo Levi del 1954,  sistemato in una teca a pochi passi da Il giovane Holden di J. D. Salinger del 1961 (prima edizione con disegno di Ben Shahn e non con copertina tutta bianca come avrebbe voluto l’autore). 

E se nella scelta di un libro la copertina gioca spesso un ruolo importante, si resta in contemplazione davanti alle arti grafiche di Albe Steiner, Max Huber e Bruno Munari. Proprio Munari sosteneva che: «se l’editore è un editore di qualità (piuttosto che di quantità) allora anche il lettore è di qualità e ha abitudini non soltanto letterarie, ma anche estetiche particolari. Sa distinguere colori raffinati da colori disneyani, caratteri tipografici classici da quelli bastardi». È questo che, soprattutto in quegli anni, ha fatto Einaudi: ha offerto una grande varietà di stimoli e di punti di vista di elevata qualità letteraria, uniti a copertine che ne sapessero sintetizzare l’essenza. Ha creato quello che molte case editrici poi avrebbero tentato di sperimentare e inseguire: una precisa identità. 


Come suggerisce il curatore de “I libri Einaudi 1933-1983” (Andrea Tomasetig): «mettere in mostra i libri della casa editrice Einaudi storica, quella che va dal 1933 al 1983, significa citare una porzione notevole della cultura italiana […], raccontare l’intrecciarsi fruttuoso di storia, pensiero, letteratura, arti e scienze in un catalogo che ha lasciato il segno in almeno due generazioni di italiani.» Io sono fra quelli.