domenica 17 aprile 2016

Ansia: percorso di scrittura o pesante fardello?


«L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia.» Se Sigmund Freud decreta che il legame fra essere umano e ansia è un cordone che parte dall’utero materno, di cui non ci si libererà per tutta la vita, è l’utilizzo che si fa di questa emozione e lo spazio che ad essa si concede che può trasformarla in quello che gli psicologi definiscono un ‘disturbo’.

 


Attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, stress post-traumatico, fobie, sbalzi umorali, disturbi alimentari, indecisione cronica, la lingua parlata si arricchisce di termini che entrano nel dizionario comune, fornendo spunti ai film di Woody Allen,  format a serie TV o a reality show. Il 20% della popolazione statunitense è affetta da disturbi collegati all’ansia, l11% in Italia, ma i numeri sono ben lontani dal circoscrivere il fenomeno, poiché molte persone alle prese con le poliedriche facce dell’ansia non si rivolgono a uno specialista e quindi non vengono tracciate.

Ma l’ansia è un male? E perché non ci è mai capitato di avvistare un maiale alle prese con l’iperventilazione o una mucca che si scusa con la vicina di mangiatoia perché non può gestire un attacco di cleptomania erbivora?

 


Qualche risposta per interrogarci sul nostro stato di salute e farci prendere dall’ansia (positiva) di capire di cosa si parla quando si parla di ansia, possiamo cercarla nel libro di Joseph E. LeDoux (neuroscienziato americano, professore alla NYU, direttore dell’Emotional Brain Institute ed esperto nei meccanismi che regolano la paura e l’ansia) Ansia. Come il cervello ci aiuta a capirla, appena tradotto in italiano da Raffaello Cortina Editore. «Anche se siamo nel presente, viviamo per il futuro. Questa autoconsapevolezza  - ci spiega LeDoux - è la nostra benedizione e la nostra maledizione. Essa ci permette di sforzarci per realizzare qualcosa, ma anche di preoccuparci del possibile fallimento.» Ed è qui che l’ansia, quella negativa, quella che ci blocca dall’interno, che ci fa sembrare inutile qualsiasi azione o decisione, quella che ci fa vedere come gli altri riescono dove noi puntualmente falliamo, quella che alla fine ci paralizza, chiudendoci a doppia mandata in noi stessi e ingoiando la chiave, trova terreno fertile e cresce. Come l’albero di fagioli magici della favola, non sembra avere limiti, saltando al giorno successivo, all’anno successivo, alla fine della nostra esistenza, costringendoci a voltarci indietro e prendere atto che nulla è andato come volevamo. E allora ognuno di noi inventa i propri modi per smettere di guardare. Cose che può pensare, fare o non fare perché ciò che ha visto non si realizzi.

Joseph E. LeDoux
A volte, per superare quella che LeDoux definisce «assemblaggio cognitivo» fra reazioni innate, esperienze memorizzate e proiezioni future, bisogna inventare realtà così diverse dalla propria da rendere il salto da compiere per raggiungerle troppo ampio persino per l’ansia. È così che sono nati molti grandi e innovativi romanzi del Novecento: dall’ansia dei loro autori, dalla depressione, dagli sbalzi umorali e dalla certezza ossessiva di non essere ancora arrivati lì dove sarebbero potuti arrivare per fuggire a loro stessi. Virginia Woolf, Franz Kafka, Ezra Pound, Edgar Allan Poe, Philip K. Dick, Sylvia Plath, solo per citare alcuni grandi scrittori diversi per genere e stile letterario, tutti preda dell’ansia nelle sue forme più aggressive.

 


Si potrebbe pensare che l’ansia sia ingrediente necessario per un buon romanzo, percorso di scrittura che porta a esplorare le paure più recondite di un essere umano, restituendo al lettore personaggi intensi, pieni di sfumature. Virginia Woolf sosteneva che i personaggi erano delle miniere in cui scavare e scavare, senza fermarsi, senza mai accontentarsi delle sensazioni che da essi poteva estrarre, usando nei loro confronti lo stesso feroce ed implacabile giudizio che applicava a se stessa. «Quella eccitantissima perversione di vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe.» Diceva Hemingway per spiegare il tentativo di spostarsi più rapidamente della sua mente. E allora se l’ansia può essere vista anche come un quid pluris, un dono darwiniano che ha permesso all’uomo di immaginare futuri eventi e pericoli mai incontrati sul suo cammino e su questo ha costruito la sua curiosità e la sua evoluzione, lo è ancor di più per uno scrittore, che in quei luoghi mai sperimentati non solo porta se stesso, ma vorrebbe risucchiare tutti i suoi adepti-lettori. Lettori che diventano dipendenti dalle creazioni dell’ansia degli scrittori in un gioco continuo di creazione e abbattimento che Kafka spiega in un verso alla perfezione: «come un sentiero d’autunno: appena tutto è spazzato, si copre nuovamente di foglie secche.»



Nessun commento:

Posta un commento