domenica 29 dicembre 2013

Pausa natalizia di imago2.0 - riprenderemo domenica 12 gennaio 2014


Imago2.0 andrà in vacanza per un paio di settimane, la prossima uscita è prevista per domenica 12 gennaio 2014.

Nel frattempo se ci fosse fra voi qualche romano, residente, d'adozione o semplice turista che proprio non ne potesse più di andare avanti e indietro per via del Corso in cerca di pre-saldi, consigliamo una visita, accompagnata da qualche lettura gratuita, alla biblioteca Casanatense, splendido esempio settecentesco di biblioteca europea, aperta alla consultazione già dal 1701, che (con i suoi 350.000 volumi, di cui 60.000 antichi contenuti nel favoloso salone monumentale) renderà la vostra sosta un incipit di anno difficile da dimenticare. 
Io ci sarò.
Buon 2014 a tutti.

domenica 22 dicembre 2013

I pilastri della terra e l’arte del “fregare” – Ibsen e la politica del compromesso.

Al primo piano del teatro Argentina di Roma, in concomitanza con le grandi finestre di legno verdastro che affacciano su una delle aree archeologiche più antiche e trascurate di Roma (l’area sacra di Largo Argentina di età Repubblicana), ci troviamo al cospetto di uno spazio studio per incontri con drammaturghi e attori. Filari di sedie da regista nere che fronteggiano un piccolo palco, anch’esso nero, e alle pareti resti di maschere del teatro greco che fissano imperturbabili lo spazio, in attesa che si riempia di ascoltatori, di pubblico insomma, cui far udire forse la loro antica voce e alcune domande ben riposte nelle loro bocche candide.

In un angolo di questa sala, una strana statuetta raffigura un omino seduto su un pilone, con le gambe incrociate, cappello a cilindro e strane basette giganti. È la statua di Henrik Ibsen, posta in quel salone nel 2006 a ricordo del centenario della sua morte e poi spostata in un angolo, in disparte, a osservare. E osservare, senza essere notato, a Ibsen dev’essere sempre piaciuto, se proviamo a leggere le sue opere teatrali più conosciute a cominciare da Casa di Bambola e I pilastri della società, testi che pur essendo stati scritti alla fine dell’Ottocento, contengono dialoghi che sembrano essere stati “rubati” agli uomini e alle donne che ci circondano, a cominciare da chi governa il nostro paese, che evidentemente non è molto diverso dalla borghesia norvegese ottocentesca, sfatando così il mito della corruzione e del compromesso come doti tipicamente italiche. Ma attenzione a gioire del mal comune: «se la politica è corrotta, è perché la società è corrotta.»
È una battuta del protagonista de I pilastri della società (proprio in questi giorni in scena con Gabriele Lavia all’Argentina) o una frase retorico-populista di un esponente del nostro parlamento? Entrambi sono pronti a tutto per il denaro e il potere e sanno che sull’immagine e sulla menzogna si può costruire un impero, i fatti glielo hanno sempre dimostrato. Vivono il compromesso come la via per il benessere (il loro) e sono pronti a dire tutto e il suo contrario, sostenendo che quello è sempre stato il loro unico punto di vista. Allora il politico italico non è più corrotto del console norvegese di più di cento anni fa? Forse, ma Ibsen ci rivela che nel suo intimo, il politico norvegese sa che ciò che ha fatto è sbagliato, è immorale, è barbarie, è «sempre più basso», per questo (e Lavia nella sua interpretazione incarna perfettamente questo saliscendi emozionale) trova continue ragioni di stato e di denaro per giustificare le sue azioni, per poi ricadere in nuovi dubbi e in sempre più fantasiose giustificazioni.
E il nostro politico? Il nostro populista d’assalto? Pensate che abbia bisogno di giustificare con se stesso le sue azioni? O è ormai già oltre? In una terra desolata dove il “fregare” non solo è necessario, ma somma espressione del bene (il proprio).

Un bel pensierino su cui riflettere per il nostro Natale.

domenica 15 dicembre 2013

Il capitano della propria anima. La scelta secondo Mandela.

«Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente
Questa conclusione di uno dei Pensieri di Giacomo Leopardi mi è venuta alla mente mentre ascoltavo il presidente degli Stati Uniti d’America mentre tentava, in 19 minuti, di dare una forma alla vita di un uomo davanti a una folla bagnata, stretta dentro (e attorno) la ciambella multicolore che racchiude lo stadio di Soweto in Sud Africa. È il 10 dicembre 2013, Nelson Mandela è morto da cinque giorni e il suo popolo canta e si colora di gesti e di bandiere per non sentire ancora, è troppo presto davvero, la solitudine della sua assenza.
In un articolo apparso sul The New Yorker, il numero andato in stampa prima della morte di Mandela, James Wood ci offre il suo punto di vista sulla morte nella vita e nei romanzi, ricordandoci che la morte di uomo, a differenza di quella di un personaggio, non ha una sua forma definita fin dall’inizio della storia. E se nel libro che portiamo in mano la fine è stata già scritta e non può essere cambiata, nella vita che portiamo addosso il finale è sempre aperto, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima scelta. E solo quando una persona svanisce possiamo fare qualche passo indietro, come se fossimo di fronte a un quadro di Jackson Pollock, in continuo divenire nei suoi strati di materia apparentemente antitetica e disarmonica a cui non siamo ancora riusciti a dare un senso definitivo. Allora e solo allora lo guarderemo prendere forma, capendo che da quel momento in poi non potrà più cambiare e, proprio in quel momento, inizierà a mancarci, in tutte le sue età, le sue fasi, le sue scelte.
Le migliaia di persone che hanno viaggiato per giorni pur di essere presenti alla giornata di commemorazione di Nelson Mandela quel passo indietro non l’hanno ancora fatto, nessuno di noi l’ha fatto, né lo poteva fare, perché la tela che ci ha offerto Madiba (così era chiamato e conosciuto dal suo popolo Mandela) è così vasta e dai colori così intensi che l’occhio non riesce a comandare al cervello di fare quel passo indietro, è immerso nel colore e non se la sente di tornare in una comoda area grigia. Mandela da quella tela continua a osservarci, noi miseri per necessità e non per accidente, noi adattivi e adattabili a qualsiasi arrogante violenza pur di sopravvivere, pur di continuare a respirare, di nascosto, sotto la melma, dentro la melma che facciamo nostra pur di continuare a essere. Ebbene questa scelta Mandela ha deciso di non farla e in questo sta la sua forza e la sua domanda. Madiba ci ricorda che «sembra sempre impossibile fino a che non viene fatto.» e che sta anche a noi farlo, ce lo chiede, ce lo impone e non è facile ignorare la sua richiesta. In un articolo dedicato a Mandela (Mandela,
my countryman) Nadine Gordimer ricorda il suo incontro con Madiba e le fasi più dure e necessarie del suo percorso di libertà che è diventato poi il percorso di libertà del suo popolo. Fra le scelte che ha deciso di non fare, la scrittrice ricorda quella che lo aspettò nel 1985, quando l’allora presidente del Sud Africa (P.W. Botha) offrì a Mandela la libertà dopo 23 anni di prigionia in cambio della rinuncia alla lotta armata contro l’apartheid. Mandela rifiutò rispondendo «Let him renounce violence. Let him say that he will dismantle apartheid. […] I cannot and will not give any undertaking at a time when I and you, the people, are not free. [1] » e di quella rinuncia e della paura di non vedere mai la libertà fece la sua motivazione, regalando poi cinque anni dopo il primo presidente nero al Sud Africa e la fine di un regime di odio, segregazione e violenza che aveva seviziato lo spirito di milioni di persone per decenni. Ora Mandela ha lasciato definitivamente al suo popolo la possibilità e l’onere del prossimo rifiuto, lo ha lasciato a tutti noi, lo ha lasciato anche a Mr. Obama chiedendogli di essere il «capitano della propria anima», non sarà un’impresa facile, ma non staremo solo a guardare.






[1] = tradotto liberamente: “Lasciate che sia lui a rinunciare alla violenza. Lasciate che sia lui a dire che smantellerà l’apartheid. […] Io non posso e non voglio dare qualsiasi tipo di impegno in un momento in cui né io ne voi, il mio popolo, siamo liberi”.

domenica 8 dicembre 2013

La grande avventura di mettersi in gioco – National Geographic e Shoot4Change.

 
Un bambino con un grosso cappello di paglia in testa si muove a piedi nudi sulla polvere di una strada guatemalteca. Il busto è inclinato e la mano tesa, forse leggermente tremante, in quel misto di eccitazione e paura che i piccoli uomini sono capaci di ritrovare anche nei gesti più comuni.
La paura cresce man mano che si avvicina a un tacchino così gonfio e imponente, da sembrare uno di quelli che gli americani hanno appena riempito di castagne per il loro Thanksgiving. Siamo nel 1936 e lo scatto che stiamo studiando con tanta attenzione fa parte delle 125 fotografie esposte nella mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma dedicata ai 125 anni del National Geographic. 
Per arrivare alle sale espositive dovrete percorrere l’ottocentesco scalone monumentale in marmo bianco che si trova all’interno del Palazzo delle Esposizioni e, salendo le scale basse e larghe, non potrete che alzare gli occhi al muro di fronte a voi su cui campeggia, a lettere rosse, il titolo della mostra: “La Grande Avventura”. Un’avventura appunto quella intrapresa a Washington 125 ani fa da un gruppo di studiosi e mecenati (e qualche arguto mercante) che ha portato a rivedere completamente il modo di fare e soprattutto di osservare una fotografia, cambiando il suo ruolo da compagna silenziosa di un testo scritto a vera illuminazione sensoriale per il suo spettatore, capace non solo di sensibilizzare ma anche di generare una serie di azioni concrete nei suoi osservatori. 
E non pensiamo soltanto agli scatti di artisti come Bresson, Salgado, Harvey, Doisneau, McCurry o Jodice, ma anche a chi, animato dalla voglia di scoprire il “vero habitat” di un essere umano, magari insieme a organizzazioni come Shoot4Change, è partito con pochi preconcetti e molti obiettivi (e cavalletti al seguito) per cercare di capire e mostrare un altro punto di vista. Soprattutto a chi è disposto a guardare, dritto negli occhi, la realtà rappresentata, a chi crede che anche un singolo scatto possa fare la differenza, soprattutto se l’habitat che si scopre è un “non- habit”, ossia un luogo di perenne attesa, in cui uomini, come personaggi di un testo teatrale di Beckett, vengono confinati in un limbo fisico e psicologico (pensiamo al sempre più comune status di rifugiato in paesi dove la guerra è divenuta la regola) dove l’attesa, per una normalità di cui non si ricordano più forme e dimensioni, diventa l’intera vita.  
E se J. M. Coetzee con il suo romanzo Aspettando i barbari (Einaudi – 2005) ci ha fatto capire quanto sia facile passare dal mondo delle certezze, al di qua delle mura economiche e sociali che ci difendono dai barbari, a quello della fuga continua e dell’attesa beckettiana, spetta forse a Zygmunt Bauman ricordarci quanto sia pericolosa la spinta innata dell’essere umano a non voler conoscere ciò che ha intorno.

Proviamo allora a rompere qualche muro, alla ricerca di sensazioni “inquiete”, magari con il progetto di Annamaria Bruni su Shoot4Change

domenica 1 dicembre 2013

Le anime morte di Berlusconi.

Sulle gaffe di Silvio Berlusconi si potrebbe scrivere un libro in più volumi (e in molti l’hanno già fatto) che farebbe concorrenza (solo per lunghezza) alla Recherche di Proust, anche se le storie e i personaggi sarebbero più vicini a quelli racchiusi ne Le anime morte di Nikolaj Vasil'evič Gogol' e forse anche Berlusconi ha sentito questo richiamo quando, nel 2010, in una conferenza stampa con il presidente egiziano Mubarak, ha parlato delle grosse potenzialità di strumenti come “gogol”, sebbene dei maligni abbiamo voluto sottolineare che si trattasse di un palese errore di pronuncia del motore di ricerca Google. Eppure, se andassimo a ripercorrere le pagine de Le anime morte, ci imbatteremmo nell’ingegnoso (almeno per le invenzioni truffaldine che metteva in campo) Pavel Ivanovič Čičikov che, fatti propri i dogmi paterni sulla sacralità dell’amicizia e dell’amore (per il denaro), nonché sulla necessità di non affaticare troppo le virtù etiche di un individuo per non consumarle, continua la sua ascesa costruita su sotterfugi e ipoteche su braccianti morti (le anime del titolo dell’opera di Gogol', morti fisicamente ma vivi ai fini fiscali) per potersi così accaparrare con il ricavato contadini vivi e quindi maggiori terre (nell’Ottocento in Russia vigeva lo stato feudale, perciò possedere più braccianti voleva dire possedere più terre); insomma ci troveremmo di fronte a un genial-furbacchione, attento osservatore dei comportamenti dei gruppi di potere in cui vuole entrare e abile comunicatore, capace di adattarsi rapidamente a ciò che gli altri vogliono sentirsi dire. Proprio qualche giorno fa, nel corso di un ciclo di incontri dedicati alla letteratura russa dal XIX secolo ai nostri giorni,  all’auditorium Parco della Musica di Roma, si è tenuto un pirotecnico reading de Le anime morte di Nikolaj Vasil'evič Gogol' offerto dall’abilissima Ottavia Piccolo e accompagnato dalle gustose storie gogoliane di Cesare G. De Michelis, che Valerio Magrelli ha ricondotto, con la consueta abilità alla contaminazione fra generi ed epoche, la storia di Čičikov a eventi così contemporanei per lo spettatore da lasciarlo stupito e voglioso di riprendere in mano l’opera incompleta di Gogol' (inveterato piromane delle proprie opere).

Fra le tante suggestioni della serata, agli spettatori è sicuramente rimasta impressa una parola che sembra la più adatta alla nostra contemporaneità e all’ultima battaglia in cui è impegnato il Berlusconi nazionale. La parola è Poshlost, un termine russo difficile da tradurre con un corrispettivo univoco nella nostra lingua. Potremmo provare con banalità, grettezza, volgarità soddisfatta e compiaciuta per aver ottenuto ciò che desiderava senza meritarselo. Di poshlost si occuperà spesso Gogol' nel suo viaggio fra i mali della società russa e forse di poshlost dovremmo occuparci un po’ di più anche a noi prima che si radichi fin nel midollo del nostro sentire. 

domenica 24 novembre 2013

La letteratura americana si celebra – assegnati i National Book Awards 2013

Waldorf-Astoria New York
Waldorf-Astoria. Un nome che fa subito pensare a New York e alla Fifth Avenue (una volta era lì, ora è in Park Avenue), al glamour di Marilyn Monroe che vi abitò nel 1955, alla musica di Cole Porter che citò il Waldorf e la sua insalata nella sua famosissima canzone You’re the Top del 1934, alle prime trasmissioni televisive americane (nel 1926 la NBC vi trasmise il suo primo programma) o ai balli delle debuttanti che si tenevano proprio al Waldorf per presentare giovani ragazze dell’alta società newyorkese. I più romantici avranno subito pensato all’hotel dove non si incontreranno i due protagonisti del film Serendipity o alla stanza dove ha alloggiato un Al Pacino non vedente per il suo Scient of Woman. Gli altri avranno pensato a un costoso e storico hotel della grande mela, dalla moquette polverosa e dai lampadari scintillanti. Tutto esatto, ma il Waldorf-Astoria è anche il luogo dove si tenne la prima premiazione dell’NBA (che non sta per National Basketball Association, ma per National Book Award), uno dei più importanti premi letterari del mondo anglosassone, nato nel 1950 «to celebrate the best of American literature, to expand its audience, and to enhance the cultural value of great writing in America», ossia per celebrare il meglio della letteratura americana, aumentare il numero dei suoi lettori, accrescere il valore culturale della scrittura di qualità in America.  Il premio (che ha anche un’importante sezione dedicata alla poesia, oltre a quelle per la narrativa) è andato negli anni ad autori come Saul Bellow, Elizabeth Bishop, William Faulkner, Allen Ginsberg, Bernard Malamud, Marianne Moore, Flannery O’Connor e Gore Vidal, solo per citare alcuni fra gli scrittori e poeti più rappresentativi del Novecento ed è sempre stato caratterizzato da una particolarità: un premio per gli scrittori assegnato dagli scrittori. Fino al 2013, infatti, sono stati gli autori selezionati dalla
fondazione NBA fra i più rappresentativi nelle varie sezioni del premio a decidere quale autore meritasse il National Book Award, niente critici letterari, editori o esperti del settore, solo scrittori, perché, come ci ricorda uno dei finalisti all’NBA di quest’anno Rachel Kushner, addentrarsi in una nuova storia è come tentare di smuovere l’inamovibile, si entra in un’imponente empasse, e mentre chiunque altro dopo un po’ rinuncerebbe, lo scrittore persevera e persevera. Questo è stato l’anno del cambiamento per l’NBA, con giurati scelti anche fra librai, bibliotecari e critici letterari. Il risultato è stato una cinquina di finalisti per la sessione fiction che, oltre alla Kushner con il suo The Flamethowers (Scribner/Simon & Schuster, in uscita in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo de I Lanciafiamme), storia ambientata negli anni settanta a New York, con impensabili escursioni nel mondo della politica italica, ha messo a confronto Jhumpa Lahiri (The Queen of Realism secondo la critica statunitense) con il suo The Lowland (storia di 4 generazioni fra l’India e il Rhode Island, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo de La Moglie), George Saunders che, con la sua terza persona ventriloqua, sempre più dinamica e inattaccabile ci offre una nuova raccolta di racconti dal titolo Tenth of December (Random House, pubblicato in Italia da minimum fax Dieci Dicembre), Thomas Pynchon che, a cinquant’anni esatti dalla pubblicazione di V, ci offre il suo settimo romanzo (Bleeding Edge, in corso di pubblicazione in Italia con Einaudi), un’analisi della società americana post 9/11 con tutte le sue paranoie, attorcigliate in un sistema narrativo che ricorda L’incanto del lotto 49. E per finire l’autore che lo scorso 20 novembre ha vinto il premio: James McBride
James McBride
(compositore, sassofonista e scrittore, che forse conoscerete per il suo saggio Il colore dell’acqua – Rizzoli) che, con il suo romanzo The Good Lord Bird (storia di uno schiavo nel Kansas del 1857 in chiave immaginifica e caricaturale), sfida i suoi lettori sicuro che farli ridere e conoscere al contempo non sia un’impresa impossibile. Pur avendo tifato per George Saunder e per Jhumpa Lahiri, siamo pronti ora a leggere tutti e cinque i finalisti, sperando che qualche editore italiano osi proporci anche la traduzione di qualche autore della sezione poetry, altrimenti avremo una scusa in più per andare a prendere un aperitivo al Walforf, magari solo davanti al Waldorf, visti i prezzi, per immaginarcelo pieno di storie ancora da raccontare e da leggere.


Link alla news su Sul Romanzo

domenica 17 novembre 2013

Riscrivere se stessi, ma con la calligrafia adatta.

Beautiful Letters Handwriting. Che letteralmente potrebbe essere tradotto con “Servizio di scrittura a mano di belle lettere”, ossia una società che si sostituisce ai suoi clienti per scrivere le loro lettere più personali, usando la loro calligrafia riprodotta perfettamente dal computer attraverso un sistema di algoritmi. É in questa ipotetica società (ma non così futuristica) che lavora lo scrittore Theodore Twonbly, protagonista di her, nuovo film di Spike Jonze presentato in concorso e in anteprima europea al Festival Internazionale del Film di Roma, dopo aver ricevuto critiche entusiastiche al 51st New York Film Festival. Theodore è il miglior hand writer della società, perché è il più attento ai particolari, perché quando guarda il volto di una persona, che sia sullo schermo di un pc o dal vivo, cerca di percepirne il carattere, i desideri, le paure per condensarle poi nella pagina che sta per scrivere. E sebbene nessuno dei suoi destinatari saprà mai chi ha deciso di dedicare uno spazio dei propri sospiri a loro e solo a loro, Theodore continua a regalare un pezzetto delle sue emozioni a degli sconosciuti, senza aspettarsi nulla in cambio. E se per secoli l’uomo è dovuto ricorrere al supporto di altri esseri umani, custodi dell’arte della scrittura, in quanto, pur consapevole delle proprie emozioni, non era in grado di trasporle su carta perché analfabeta, con questo film Spike Jonze ci propone un prossimo futuro in cui l’analfabetismo non sarà sostanziale ma emozionale. Tutti saremo in grado di scrivere, anche perché assistiti da pc a comando vocale, che correggeranno dinamicamente la nostra grammatica senza interpellarci, ma non saremo più in grado di analizzare e comprendere le nostre emozioni, rischiando di dettare solo silenzi (o sospiri come fa spesso Thoeodore) a pc che ci incalzeranno con domande mirate a decodificare e trascrivere l’intrascrivibile.
Forse allora qualcuno inventerà un sistema operativo, come quello che scoprirà Thedore, capace di adeguarsi agli input emozionali del suo owner, diventando un risolutore emozionale, che organizza la vita e le speranze del suo partner corporeo, donandogli così l’inattesa sensazione che esista qualcuno (in questo caso qualcosa) in grado di comprenderlo e amarlo, un’entità cui è possibile rivelare tutte le proprie ansie, le insoddisfazioni, le recriminazioni, sentendosi “capiti” e spronati a migliorare. Incontreremo allora il partner perfetto, più sicuro, simpatico ed empatico, meno egoista e individualista. Ma, come ci dimostrerà Theodore (mirabilmente interpretato da Joaquin Phoenix che copre il 90% del film in solitaria, con solo la voce del suo sistema operativo a fargli compagnia), quel noi stessi non esiste davvero. Quella proiezione ideale, assoluta e perfetta di come dovrebbe essere la nostra vita per renderci davvero felici, è solo nella nostra testa e non riusciremo mai a trovare una persona corporea che ne sia la copia perfetta. Vivremo allora per anni con un’idea di altro da noi che non esiste e ci porterà a parlare con serenità del nostro dolore su Facebook, ma non alla persona che dorme vicino a noi da anni.

Il merito di questo film non è soltanto di portare, con estrema naturalezza e leggerezza, il pubblico a immaginare la propria vita in una versione 2.0 di se stessi, ma anche a farlo sembrare la cosa più necessaria per poter poi riscoprire cosa si ha davvero intorno e capire che si finisce sempre per deludere qualcuno e allora è meglio iniziare prima possibile, magari non da se stessi.      

domenica 10 novembre 2013

Rosso fuori, bianco e nero dentro: si apre l’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

I tre coleotteri giganti che circondano il Parco della Musica creato da Renzo Piano nel 2002, facendo di Roma uno dei centri più interessanti d’Europa  per l’offerta di musica classica (e non solo) e attirando più di un milione di persone all'anno, sono colorati di rosso nella notte dell’8 novembre. Riflettori giganti proiettano la parola “cinema” sulle corazze dei coleotteri, sui muri di mattoncini che li sostengono, sulle scale di travertino che li circondano. 

Coperte di una leggera nebbia rossa sembrano anche le teste delle persone stipate intorno al tappeto, anch’esso rosso, che accompagnerà le star all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che è iniziato ieri sera con la proiezione de L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi e si concluderà il 17 novembre  con le proiezioni dedicate ai film premiati dalle due giurie del Festival e dal pubblico. Il Festival di Roma ha previsto, fin dalla sua creazione, un forte coinvolgimento degli spettatori, offrendo loro la possibilità di scegliere quale fra i film in concorso meritasse un premio. 

Ma se il rosso è sempre stato il colore del festival, è entrando con un po’ di anticipo rispetto all’inizio delle proiezioni nel lungo corridoio che porterà gli spettatori nella pancia dei coleotteri che vi troverete immersi in una curiosa tranquillità, in un silenzio fatto di cordoni rossi ancora tesi e di guardaroba ancora vuoti, ma soprattutto di pareti di mattoni ricoperte di fotografie in bianco e nero. Fotografie di attori e registi, naturalmente. A cominciare da Massimo Troisi che nel 2013 avrebbe compiuto 60 anni

Una mostra lo fa parlare ancora attraverso i suoi profondi e imbarazzati silenzi, attraverso i suoi occhi scuri sempre sospesi fra i suoi mondi immaginifici. Bianchi e neri che non si possono proprio ignorare e accendono il ricordo, il pensiero, le domande che, dopo aver visto i suoi film, ancora gelosamente conserviamo. Avremmo voluto raccontarvi le prime sensazioni del pubblico dopo la proiezione de L’ultima ruota del carro di Veronesi, avremmo voluto dirvi se il suo regista è riuscito a trasformare la storia di un uomo qualsiasi che si trova a barcamenarsi negli ultimi quarant'anni di storia italiana in qualcosa in più di una base sottile su cui costruire l’ennesima commedia italiana. Insomma avremmo voluto raccontarvi se dietro il film di Veronesi si nascondeva anche un po’ di quel bianco e nero che lo avrebbe fuso alla memoria del suo pubblico. Purtroppo, a causa del sistema organizzativo del Festival, che ha bisogno di migliorare molto in fatto di comunicazione e gestione degli accrediti stampa e culturali, se vuole guadagnarsi un posto nel panorama dei festival cinematografici, insieme a tanti altri, il vostro uomo non è riuscito ad accedere alla sala dove si proiettava il film. 
Fuori, in una fila disordinata e inutile, con centinaia di persone, a parlare di cinema e a domandarsi il perché di un sistema così carente in fatto di comunicazione. Ma non è andata così male, qualcuno di noi ha riso e tanto alla fine, perché la fila era sotto le foto di  Massimo Troisi regista, mentre lavorava al suo Non ci resta che piangere
Forse l’organizzazione del Festival ha creato questo disguido per farci apprezzare meglio i suoi bianchi e neri. 
Per la prossima edizione consigliamo qualche sfumatura di grigio in meno.  

domenica 3 novembre 2013

Libri da gustare e cibo da leggere. Siamo davvero pronti per la "gastroletteratura"?


Vi siete mai trovati ad assaporare l’aria, come se fosse una ghiottoneria? O a capire come si diventa matti davanti a una fetta pane con sopra pancetta e uova? O ancora a fare di un’aragosta il centro delle vostre ossessioni oppure a pensare che le dita di una persona di fronte a voi siano fatte di panna?
Se la risposta è affermativa, siete pronti per un assaggio di gastro-lettura, fenomeno commercial-letterario che si sta spandendo per l’Europa e gli USA a ritmo sempre più insistente. L’idea è (non così nuova in verità) tentare di risollevare le sorti del mercato librario attraverso la contaminazione fra cibo e libri. Se anche Kafka, che di certo non era un feticista del buon cibo (era vegetariano e considerava nutrirsi come un’interruzione necessaria), immaginava di vivere in una cantina dove dedicarsi alla scrittura, mentre qualcuno gli portava con regolarità del cibo, il passo verso le libro-gastronomie o i gastro-bookshops è assai breve.
Il cibo ha sempre offerto spunti interessanti alle trame narrative e di gastroletteratura si discute fin dall’antichità, pensiamo al Simposio di Platone, per non parlare di più recenti gustosissimi testi come La zuppa di Kafka di Mark Crick (Ponte alle Grazie – 2006, in cui Calvino, Omero o Proust vi elencano i loro ricordi culinari) o i Racconti Gastronomici curati da Laura Grandi e Stefano Tettamanti per Einaudi (2012), in cui sono raccolti tutti i testi a sfondo culinario che la loro insaziabile golosità narrativa è riuscita a scovare.
Così proprio nel 2012 Feltrinelli lanciava a Roma il suo book-gastro-shop con il
brand “RED”(acronimo di Read Eat Dream), libreria con spazio ristorante annesso, dove era possibile gustare la sinuosità di un tiramisù intinto in una metafora di Maupassant. Il progetto ebbe un grande successo, anche se poi la sede romana ha dovuto chiudere per problemi strutturali dell’edificio in cui era ospitato. Prontamente lo scorso settembre è stata aperta una RED anche a Milano e altre ne seguiranno. Sempre a Roma troviamo la libreria-ristorante-cafè Settembrini, altro esempio di commistione libro-enogastronomica in cui è possibile scoprire le caratteristiche del personaggio omonimo (l’umanista Settembrini appunto) creato da Thomas Mann per la sua Montagna incantata, mentre si degusta un buon rosso.
Se però, prima di iniziare la vostra ricerca di gastro-librerie, volete essere preparati al meglio sulle manie mangerecce dei vostri autori preferiti, fate un salto su Paper and Salt o su Alimentum, siti specializzati su tali prelibatezze, oppure provate a visitare il Food&Book festival che si terrà a Montecatini dall’8 al 10 novembre.
Oppure potreste tentare di indovinare a quali scrittori fanno riferimento le domande che ho utilizzato a inizio post. Buona ricerca e buon appetito.



domenica 27 ottobre 2013

Gli ultimi saranno i primi? Il problema della lettura matematica

Qualche settimana fa l’OCSE ha pubblicato uno studio che ha generato molte polemiche nel nostro paese. Si tratta del Programme for the International assessment of adult competencies (Piaac), con il quale si esamina, con cadenza triennale, i livelli di conoscenze e capacità delle popolazioni adulte (16-65 anni) in tre aree ritenute fondamentali per lo sviluppo di una nazione e dei suoi abitanti: literacy (lettura/comprensione/scrittura di testi), numeracy (comprensione e risoluzione di problemi matematici) e problem solving (utilizzo delle proprie conoscenze linguistiche e matematiche per risolvere problemi inattesi).
Le polemiche sono nate da una frase del nostro ministro del lavoro Giovannini

sulla scarsa “occupabilità” degli italiani. L’OCSE ci dice che l’Italia è al 23° posto per la literacy e al 22° per la numeracy, mentre per il problem solving non è riuscita a completare l’indagine. Davanti a noi oltre al Giappone, primo al mondo sia per capacità di lettura e scrittura dei suoi abitanti che per risoluzione di problemi matematici, troviamo i consueti paesi dell’Europa settentrionale (Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca), alcune nazioni asiatiche emergenti, come la Corea del Sud, ma anche piccole realtà del sud dell’Europa come Cipro, oltre al blocco anglofilo (Australia, UK, Irlanda, USA). Non va bene per i cugini latini, come la Francia o la Spagna, che condividono con noi le ultime posizioni. In un articolo intitolato Molte storie per analfabeti apparso sul settimanale Internazionale del 18 ottobre, Tullio De Mauro cerca di approfondire la questione, andando oltre le levate di scudi che i sindacati prima e i social network poi hanno issato a difesa della nostra italianità. Fra i vari spunti interessanti offerti da De Mauro c’è il confronto fra il Giappone virtuoso e l’ Italia peccatrice che tentarono di diventare uno stato moderno negli stessi anni dell’Ottocento, con risultati molto diversi. L’Italia diede priorità alla creazione di un esercito e di un’industria militare, il Giappone puntò invece sull’alfabetizzazione generale e all’inizio del Novecento non c’era giapponese privo di licenza elementare, risultato che l’Italia ha raggiunto solo negli anni Settanta. Eppure mentre gli italiani s’indignavano e protestavano per cielo e per twitter, offesi e incapaci di accettare il risultato dell’indagine OCSE, i giapponesi, come ci racconta Yomuri Shimbun, cercavano di capire come potevano ancora migliorare, soprattutto nell’area del problem solving in cui sono risultati “soltanto” decimi. Un modo di vedere le cose che deriva da un concetto di partecipazione collettiva allo sviluppo della nazione che, sebbene in Giappone sia spesso troppo spinto, basta dare una lettura ai romanzi di Haruki Murakami per capirlo, ci dovrebbe insegnare l’arte della tenacia, della visione prospettica e della messa in discussione di noi stessi, abitudine da cui può nascere solo qualcosa di buono (Zygmunt Bauman insegna). Vorremmo evitare di trovarci in un futuro prossimo, mentre stringiamo fra le mani uno smart-phone a comando mentale, che si piega come un fazzolettino di seta nelle nostre tasche, e non sapere cosa farne.


Viene alla mente la frase di Karl Kraus «ci ritroviamo accanto a opere che ci sono costate così tanta intelligenza per inventarle che non ce n’è rimasta più per utilizzarle.» Una previsione sul nostro futuro che rischia, come ha scritto Jonathan Frenzen nel suo Kraus Project (in uscita per Einuadi nel 2014), di passare dall'apocalittico al realistico nello spazio di un pensiero.  

  


domenica 20 ottobre 2013

Un umido pomeriggio per i 90 anni di Calvino.

Faceva caldo. Perché a Roma a metà ottobre c’è ancora il clima di metà giugno, perché quando piove in questa città, che sembra affacciarsi sul fiume Huangpu (quello di Shanghai) e non sul ben più striminzito Tevere, l’umidità ti entra nel cervello oltre che nelle ossa, portandoti a quello che Italo Calvino avrebbe definito uno stordimento leggero, favorevole alle fantasticherie. Tutto sembra ovattato, sospeso, e Roma diventa una delle città invisibili calviniane in cui viaggiare senza muovere un passo, rifugiandosi nell’alienazione e nel convulso immobilismo della città, che diventa luogo perfetto di osservazione dell’altrui nevrosi. Probabilmente Calvino avrebbe gradito questo personale regalo che il clima romano gli offriva lo scorso 15 ottobre, a novant’anni esatti dalla sua nascita, data che in molti hanno voluto festeggiare nel ricordo di uno degli autori italiani più conosciuti, letti (si vendono circa 160.000 copie di libri di Calvino ogni anno) in Italia e all’estero. La Casa delle Letterature di Roma e la rivista Orlando esplorazioni hanno deciso di organizzare un pomeriggio di osservazione condivisa, in cui scrittori, poeti, fotografi e illustratori hanno presentato il risultato della loro personale osservazione dell’universo calviniano a un pubblico foltissimo che ha gremito la sala dell’evento, i corridoi limitrofi e alla fine tutto il porticato che circonda il giardino degli aranci interno alla struttura borrominiana in cui è ospitata la Casa delle Letterature. 
Paolo Di Paolo (in questo caso anche direttore della rivista Orlando esplorazioni) e Maria Ida Gaeta (direttrice della Casa delle Letterature) hanno coinvolto nel progetto Errico Buonanno, Sandra Petrignani, Nicola Lagioia, Paolo Mauri, Chiara Valerio e Rosetta Loy, che si sono alternati nella condivisione delle domande che avrebbero voluto porre a Calvino se fosse stato ancora vivo, lì, pronto ad ascoltarli. Probabilmente senza guardarli, sedendosi, come ha ricordato Sandra Petrignani, nel luogo più lontano dagli oratori, aspettando che si distraessero, presi dalla loro vita, per iniziare finalmente a osservare con precisione scientifica ogni sensazione, desiderio e dubbio che gli avessero offerto, con l’unico obiettivo di farne una nuova storia.


Le illustrazioni e i disegni rimarranno in mostra fino al 25 ottobre presso la Casa delle Letterature, mentre le riflessioni e le domande di scrittori e critici le potremo ritrovare sul numero 4 di Orlando esplorazioni dedicato interamente a Calvino e distribuito gratuitamente in cinquemila copie presso librerie indipendenti, associazioni culturali e scuole in concomitanza degli eventi che saranno dedicati a Italo Calvino nei prossimi mesi.

domenica 13 ottobre 2013

Kafka vs Pita – immaginazioni a confronto.

Un uomo è al centro di una stanza glaciale, è semi nudo e si contorce. Allunga le dita fino allo spasimo e si accartoccia schiena a terra come un insetto, come l’insetto per eccellenza della letteratura del Novecento. Parliamo di Gregor Samsa, un nome che forse non vi dirà niente, eppure è il protagonista di uno dei racconti più famosi degli ultimi cento anni, che tutti conoscono, anche se non l’hanno mai letto. Parliamo de Le metamorfosi di Kafka, del commesso viaggiatore Samsa che una mattina si sveglia tramutato in un orribile insetto e della sublime angoscia che Kafka instilla in ogni suo gesto tentato e mancato, in ogni suo pensiero, in ogni sua realizzata paura.
Ma parliamo anche di un azzardo immaginativo realizzato da Arthur Pita (coreografo dalle origini portoghesi, nato in Sud Africa e divenuto famoso a Londra) con l’aiuto del primo ballerino del Royal Ballet (Edward Watson), trasformatosi in un Gregor Samsa privo di parole, ma soffocato dai gesti che lo spingono a contorcersi fino a esplodere sul palco del Joyce Theater di New York con lo spettacolo the Metamorphosis. È lo stesso Pita a dirci cosa l’ha spinto a scegliere un racconto basato sull'incapacità di affrontare la diversità, invece della “consueta” storia di amori negati da cui nascono molti dei più famosi balletti dell’Ottocento e del Novecento: «Ho realizzato quanto viscerali e potenti fossero le immagini offerte da Kafka e subito ho pensato a cosa avrebbe voluto dire trasformare queste parole in movimento. Dovevo provare.» [1]


Sembra essere la necessità quindi, come ci ricorda 
anche Scott Fitzgerald, a guidare le scelte dello scrittore e in questo caso del coreografo. Eppure, quando Kafka immaginò che il disegnatore Ottomar Starke avrebbe provato a rappresentare visivamente l’insetto, protestò con il suo editore, perché solo all'immaginazione e alle paure di ogni lettore toccava dar forma a quella trasformazione. Forse Kafka non avrebbe gradito il risultato del lavoro di Pita, ma ne avrebbe apprezzato l’arditezza, la voglia di scavare nel corpo di un ballerino come si scava in un melone, cucchiaio dopo cucchiaio, movimento dopo movimento, fino alla buccia, fino alla spina dorsale delle nostre paure.


[1] - Traduzione dall’intervista ad Arthur Pita di Phyllis Goldman, realizzata per il Joyce Theater di New York – settembre 2013.  

domenica 6 ottobre 2013

La valanga dei peppa-children. Il Roma Fiction Fest fra cartoons e libri per bambini.

“La luce si spegne. La sedia m’inghiotte. È rossa e punge. La mamma continua a chiedermi se voglio il succo, ma io non lo voglio, io voglio Peppa! Quando arriva? Aspetta.., sta succedendo qualcosa. Ecco, è lei! Sì, battiamo le mani. Anch’io la chiamo: PE-PPA, PE-PPA, PE-PPA!”
È questo che avranno pensato le centinaia di bambini urlanti che hanno accolto il tour di Peppa Pig (personaggio onnipresente e onnisciente della tv per bambini) alla sua apparizione domenica scorsa al Roma Fiction Fest?
Osservarli mentre l’ansia cresce, le urla si rincorrono e le manine iniziano a muoversi incontrollate, come accadeva alle groupies dei Beatles negli anni ’60, lascia senza fiato.
Il fenomeno Peppa Pig, nata dalla fantasia di Neville Astley e Mark Baker solo una manciata di anni fa (primo episodio trasmesso in UK nel 2004), con i suoi disegni bidimensionali e la struttura narrativa sempre uguale a se stessa, ha guadagnato fans (non possiamo che chiamarli così) in tutto il mondo, diventando spesso il punto di riferimento privilegiato per l’acquisizione della conoscenza da parte del bambino
Cos’è la natura? Perché la notte è buia? Perché è importante riciclare o condividere? Ce lo racconta Peppa, tanto che, se l’incauto genitore prova a offrire una diversa spiegazione al fenomeno in questione, il bambino si irrigidisce, protesta e poi si astrae, pronto a correre fuori di casa e a saltare nel fango, il gesto che secondo Peppa risolve ogni problema, perché saltare nel fango piace a tutti.
È vero che il successo di Peppa Pig ha portato anche a quello dei libri collegati (editi in Italia da Giunti) ed è vero che questo vuol dire che migliaia di piccoli italiani passeranno un po’ più di tempo con un libro fra le mani, ma qualcuno sta pensando a come mettere in discussione il “peppa-pensiero”?
Mentre ascoltavo i cori osannanti alla dogmatica pepposità era questo che mi domandavo. E vogliamo parlare dei ruoli uomo-donna in Peppa pig? Perché
Papà pig è dipinto come un perfetto incapace, che staziona per ore sul divano del soggiorno e non appena viene spinto a fare qualcosa fallisce miseramente? Possibile che il suo contributo familiare si limiti alla rassegnazione per la propria inabilità? E soprattutto, è possibile che il ruolo assegnato a Papà Pig non susciti stupore nei vari nuclei familiari di gazzelle, volpi, elefanti, pecore e asini che frequentano i Pig? Sono i maschi dei maiali a non essere particolarmente svegli (George,il fratellino di Peppa, non fa che giocare con lo stesso dinosauro tutto il tempo), oppure sono i maschi in generale che negli ultimi decenni hanno perso qualche colpo? 
Ai peppa-children l'ardua sentenza.

domenica 29 settembre 2013

Il viaggio per pordenonelegge parte da lontano, comincia da un uovo e da una manciata di domande.

Sull’ultimo numero de L’Espresso è apparsa la consueta bustina di Minerva di Umberto Eco, dedicata questa volta ai festival letterari e al loro successo crescente. Eco s’interroga sul motivo che porta “folle da stadio” (ipse dixit) a partecipare a lunghe maratone di parole, in cui scrittori, giornalisti, filosofi e registi si interrogano e ci interrogano sul significato di una storia, di un personaggio o di un semplice aggettivo. Una delle possibili risposte che Eco ci propone è l’inadeguatezza della socializzazione virtuale. La necessità della folla di cinguettanti e facebookanti unità a interfaccia umana di interagire dal vivo. Sarà vero? Come avrebbe fatto uno scienziato, sono partito dall’osservazione sul campo e nella notte di venerdì ho lasciato Roma e attraverso un frastagliatissimo network di treni, aerei e auto, sono arrivato a Pordenone per la quattordicesima edizione di pordenonelegge, festa del libro con gli autori. Mentre viaggiavo pensavo: ma cosa distinguerà queste folle da quelle che si precipitano allo stadio, ai provini di un reality o a sentire un concerto di LadyGaga? Tutto, forse niente. Sono sempre persone, sono sempre desiderose di esserci ed essere. E io perché stavo andando a Pordenone? Per scoprire qualche nuovo autore da leggere? Per rimanere deluso da uno che già leggevo o per tentare di scoprire che faccia avessero gli editor che decidevano ciò che avrei dovuto leggere da qui al 2017? Per riuscire a farmi autografare il maggior numero di libri dai rispettivi autori? Per mettermi in fila con gli altri e sentire di aver preso parte a qualcosa d’importante?

Tutte domande corrette. Risposte però di notte me ne sono arrivate ben poche e spesso non erano quelle che avrei voluto sentire e così ho aspettato il sabato. Sono uscito alle 8:30 dal mio albergo fuori dal centro di Pordenone e mi sono incamminato verso piazza San Marco, C.so Vittorio Emanuele II, Piazza della Motta e gli altri luoghi del centro storico di Pordenone infiocchettati di giallo canarino (il colore scelto dalla manifestazione) e mi sono messo ad aspettare.
La rivelazione ha bisogno di tempo. Guardavo le vetrine ricolme di poster neri con un uovo fritto al centro (lo slogan della XIV edizione era: meglio un uovo anche domani), cercando di covare tutto lo stupore di cui disponevo per accogliere la verità. Intanto iniziavo a fare file, dapprima piccole e scomposte, poi sempre più regimentate e lunghe, man mano che le ore si susseguivano e gli autori ospitati diventavano più conosciuti: Nassif, Durastanti, Ravera, Tamaro, Amis, Saviano. Per l’ultimo la fila era divenuta chilometrica già prima che finisse l’incontro precedente, costringendo i volontari del festival a tentare di dissuadere le persone in fila: “ Guardi che non ce la si fa. Rischia di aspettare tre ore e rimanere fuori. Io fossi in lei andrei a farmi un aperitivo.” Quest’ultimo consiglio in molti lo avevano già seguito, ma il loro spritz se lo bevevano in fila, con tanto di calice di vetro e parlavano, parlavano davvero, con la bocca intendo e con le mani, senza mettere mano allo smart-phone. Amicizie nuove e dimenticate si mescolavano, mentre la fila cresceva e i volontari si addossavano alle pareti cercando di capire come potevano farsi portare un bicchiere di qualcosa, di qualsiasi cosa.

Io guardavo la scena dall'esterno della fila, per esaminare non si deve vivere insieme agli altri e per un attimo ho pensato: “Eureka, ma allora Eco aveva ragione!” Forse fra un po’ gli smart-phone avranno una crisi di vendite e le persone inizieranno a parlarsi come nelle file di pordenonelegge, solo di libri e di storie, loro o altrui, inventate o reali, poco importa, perché per raccontarle dovranno prima ascoltare, senza poter passare a un’altra pagina mentre il proprio interlocutore parla, sebbene mi sembra di aver visto qualcuno che tentasse di cambiare argomento con un veloce gesto della mano, come sul suo i-phone. A questo, per ora, non siamo arrivati, ma non facciamo avere un’idea alla Apple, non si sa mai.

domenica 22 settembre 2013

Lo Zibaldone 2 e il voyeurismo


E se il vostro scrittore preferito si materializzasse di fronte a voi e, mentre passeggiate per la sua città, vi raccontasse come è nato il suo ultimo romanzo? Lì, a vostra disposizione, per svelarvi da dove è venuta la sua necessità di scrivere quella storia o perché ha pensato di creare proprio quel personaggio. Se quel luogo tanto abilmente descritto lo ha inventato o esiste veramente. Insomma aver accesso al backstage dello scrittore per soddisfare quel voyeurismo naturale che abbiamo come essere umani e che sembra essersi gonfiato negli ultimi anni come un palloncino di acqua, sempre più grosso, sempre più pesante, pronto a scoppiare sulle nostre vite lasciandoci ancora affamati di segreti altrui. Sì che vi piacerebbe.
E allora ecco una possibilità in più: Rcs Libri ha messo a disposizione su youtube interviste e racconti dei suoi autori, per permettervi di entrare nelle loro vite e nelle loro idee, a cominciare dalla scrittrice Silvia Avallone, il cui nuovo, secondo e attesissimo romanzo Marina Bellezza (dal nome della protagonista) è appena uscito con Rizzoli.  È la stessa autrice che, mentre si muove in macchina fra le “praterie” piemontesi , fatte di silos, fabbriche e paesi abbandonati, racconta cosa l’ha spinta a scrivere il suo secondo romanzo. Così, come in un social visuale, possiamo sapere tutto, tutto quello che l’autrice ci vuole dire, tutto quello che vogliamo ascoltare, saltando anche parti che non ci interessano o riascoltando quelle che ci hanno colpito, in un gioco di ascolto selettivo e unilaterale che ci lascia sempre insoddisfatti.
Chissà cosa avrebbe pensato al riguardo Giacomo Leopardi, se, finito il suo Zibaldone (collezione di pensieri, idee, proposte ed emozioni filosofiche del grande poeta ottocentesco), gli avessero chiesto di registrare un videomessaggio ai suoi potenziali lettori per raccontare da dove era venuto lo spunto e la necessità di ogni suo pensiero. Forse ne avremmo ricavato uno Zibaldone 2 ancor più ricco e attuale di quello in nostro possesso o forse il sommo poeta avrebbe interrotto a metà la registrazione perché preso dall’impulso di sintetizzare l’idea che la nostra morbosa richiesta gli aveva appena fatto venire alla mente. Quanti “mi piace” avrebbe generato il suo comportamento sotto la sua pagina web e a lui sarebbe interessato?
Si sa che a lui piaceva porsi mille domande, lo scopriamo anche avvicinandoci alla prima traduzione completa in inglese (più di 2.500 pagine) del suo Zibaldone di Pensieri, risultato di sette anni di paziente lavoro di un team di studiosi di tre diversi paesi, animati dalla necessità di far conoscere al mondo anglosassone (la raccolta è appena stata pubblicata da Penguin in UK e da Farrar, Straus and Giroux in USA) l’imponente lavoro del poeta e filosofo italiano, ritenuto da Schopenhauer un “fratello spirituale” e dalla critica europea uno dei pilastri del pensiero occidentale del diciannovesimo secolo, al pari di Goethe o di Baudelaire.
E allora apriamoci alle proposte di backstage visuale di Rcs Libri, ma non lasciamo che un video ci spieghi cosa dovrebbe suscitare la nostra curiosità, relegandoci così in quella pace fatta di nulla che proprio a Leopardi non era congeniale.

Giacomo Leopardi

  «La noia è la più sterile delle passioni umane. Com'ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina.»
Dallo Zibalzone di Pensieri – anno 1821.

domenica 15 settembre 2013

Il giusto protagonista: la scelta di Douglas Coupland

Scrivere un romanzo epistolare ai nostri giorni sembra un’impresa impossibile.


Questa forma narrativa ci fa pensare ai grandi romanzi del Settecento (penso a Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos) o del Novecento (L’età dell’innocenza di Edith Wharton), per non parlare dei cartoni animati anni’80 come Lady Oscar. Immagineremo mani pallide e morbide, mentre, parzialmente coperte dal candido pizzo del polsino della camicia che sbuffa dalla giacca, sono impegnate a chiudere lettere scritte con la penna d’oca su carta spessa, per poi sigillare il tutto con ceralacca e fremiti da passione negata.



Beh, non affezionatevi troppo a tale leggiadra amabilità e nemmeno a tali personaggi. Anche perché nel caso del libro di cui stiamo per parlare passione, vendetta e orgoglio non sono al centro della storia, bensì è l’incomunicabilità fra gli esseri umani a essere dimostrata, combattuta e attaccata dai personaggi creati da Douglas Coupland e dal suo Il ladro di gomme, romanzo rintanato nelle nostre librerie nell’angolo dedicato ai piccoli editori. E voi? Se doveste scrivere una storia sull’incomunicabilità fra gli esseri umani con la struttura di un romanzo epistolare chi usereste come protagonista?
Un ragazzino pensoso e assorto che viene costantemente ferito dall’aggressività del mondo cui continua a opporre la sua inviolabile integrità o un quarantenne alcolizzato che scenderebbe a qualsiasi compromesso pur di scappare dalla propria vita?

Se avete scelto la prima ipotesi avete sbagliato.
Il romanzo di Coupland sembra un’antica città su cui si sono stratificati negli anni tutte le idiosincrasie e le paure del protagonista che non parla più con nessuno, non perché non sia interessato a comunicare con gli altri, ma proprio perché ha bisogno di una vera comunicazione.
È come se, a differenza di “tutti gli altri”, Roger (questo il nome del protagonista del romanzo di Coupland) non si fosse arreso a parlare senza dire, a comporre pensieri di cui nessuno s’interesserà mai. Roger non cede, Preferisce tenersi tutto dentro e parlare in maniera asincrona con l’ipotetico lettore del taccuino cui affida le sue paure, le sue recriminazioni e i suoi desideri. Se la comunicazione non è contemporanea, se l’ascoltatore non è li, con lui, nel momento in cui esprime i suoi pensieri, allora c’è qualche speranza di essere realmente ascoltato. È per questo Roger scrive tutto quello che sente in un taccuino e lo lascia al lavoro, lì dove potrà essere trovato da qualcuno che Roger sente simile a lui, qualcuno che leggerà le sue idee, provando a capirle.

Roger è quindi un romantico di prim’ordine. Non si piega dove decine di ragazzini pensosi avrebbero già buttato la spugna ed è per questo che il lettore gli si affeziona. E quando una sua collega di lavoro (Bethany) trova il taccuino e lo legge e inizia a dialogare con lui usando la stessa modalità asincrona di comunicazione (non si parleranno mai direttamente, ma solo attraverso un sistema epistolare) tifiamo per loro. Perché quella sensazione di enorme vuoto contro cui dibattiamo, quella consapevolezza scacciata di inutilità del tempo che impieghiamo, diventa sempre più forte e feroce con il passare degli anni e ci fa sentire come i vermi del racconto di Stefano Benni Lombritticoetica, che, davanti alla paura di essere mangiati dal pesce, reagiscono a modo loro (accelerando o tentando di rallentare la propria fine), ma tutti sono in cerca di in un intervento esterno che li salvi dal loro amo o che gli spieghi almeno il perché di quel destino.

Certo, non tutti i vermi accetteranno la risposta che alla fine troveranno in se stessi, se avranno la necessità di scavare, ma avranno almeno compreso se la loro anima è ancora lì o è stata rilasciata su cauzione perché hanno superato la soglia minima di decenza barando all’ultima partita di minigolf. Come dice Roger «Credo che nessuno superi niente nella vita. Ci si abitua e basta