domenica 13 ottobre 2013

Kafka vs Pita – immaginazioni a confronto.

Un uomo è al centro di una stanza glaciale, è semi nudo e si contorce. Allunga le dita fino allo spasimo e si accartoccia schiena a terra come un insetto, come l’insetto per eccellenza della letteratura del Novecento. Parliamo di Gregor Samsa, un nome che forse non vi dirà niente, eppure è il protagonista di uno dei racconti più famosi degli ultimi cento anni, che tutti conoscono, anche se non l’hanno mai letto. Parliamo de Le metamorfosi di Kafka, del commesso viaggiatore Samsa che una mattina si sveglia tramutato in un orribile insetto e della sublime angoscia che Kafka instilla in ogni suo gesto tentato e mancato, in ogni suo pensiero, in ogni sua realizzata paura.
Ma parliamo anche di un azzardo immaginativo realizzato da Arthur Pita (coreografo dalle origini portoghesi, nato in Sud Africa e divenuto famoso a Londra) con l’aiuto del primo ballerino del Royal Ballet (Edward Watson), trasformatosi in un Gregor Samsa privo di parole, ma soffocato dai gesti che lo spingono a contorcersi fino a esplodere sul palco del Joyce Theater di New York con lo spettacolo the Metamorphosis. È lo stesso Pita a dirci cosa l’ha spinto a scegliere un racconto basato sull'incapacità di affrontare la diversità, invece della “consueta” storia di amori negati da cui nascono molti dei più famosi balletti dell’Ottocento e del Novecento: «Ho realizzato quanto viscerali e potenti fossero le immagini offerte da Kafka e subito ho pensato a cosa avrebbe voluto dire trasformare queste parole in movimento. Dovevo provare.» [1]


Sembra essere la necessità quindi, come ci ricorda 
anche Scott Fitzgerald, a guidare le scelte dello scrittore e in questo caso del coreografo. Eppure, quando Kafka immaginò che il disegnatore Ottomar Starke avrebbe provato a rappresentare visivamente l’insetto, protestò con il suo editore, perché solo all'immaginazione e alle paure di ogni lettore toccava dar forma a quella trasformazione. Forse Kafka non avrebbe gradito il risultato del lavoro di Pita, ma ne avrebbe apprezzato l’arditezza, la voglia di scavare nel corpo di un ballerino come si scava in un melone, cucchiaio dopo cucchiaio, movimento dopo movimento, fino alla buccia, fino alla spina dorsale delle nostre paure.


[1] - Traduzione dall’intervista ad Arthur Pita di Phyllis Goldman, realizzata per il Joyce Theater di New York – settembre 2013.  


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