domenica 30 aprile 2017

I gauchos insopportabili di Roberto Bolaño


Adelphi ha pubblicato a inizio anno una raccolta di racconti e riflessioni di Roberto Bolaño che prende il nome da uno degli scritti che la compongono (Il gaucho insopportabile).  Si tratta di un insieme di scritti eterogenei, i primi cinque sono racconti, gli ultimi due sono estratti da conferenze dello scrittore cileno che ha fatto prima del Messico e poi della Spagna la sua casa. Consegnato in questa forma dallo scrittore al suo editore spagnolo poche settimane prima di morire, Il gaucho insopportabile ci fa entrare in un territorio dove immaginazione e scrittura sembrano in continua lotta per sintetizzare schegge di poesia che Bolaño conficca nei suoi racconti e nelle sue riflessioni, sfidando il lettore a estrarle per vedere se l’intero castello letterario verrà giù.

I

n ogni racconto si nasconde l’autore che regala ai personaggi che crea le sue domande più intime. Lo vediamo fin dal primo racconto (JIM) in cui al sesto rigo il lettore affronta la domanda: «Che cos’è la poesia, Jim?» e poi qualche rigo più in basso tentativi di risposte: «Lessico, eloquenza, ricerca della verità. Epifania […] cerco lo straordinario per dirlo con parole normalissime». E inevitabilmente un’altra domanda: «Tu credi che esistano parole normalissime?» Bolaño avvisa il lettore di ciò che lo aspetta. Non ci saranno trame serrate o dialoghi rivelatori nei suoi racconti e spesso il flusso di coscienza dei suoi personaggi (che non fa altro che ricalcare quello del loro creatore) conquisterà troppo spazio, trasformando la narrazione in puro fondale per le domande cui l’autore sente di non potersi sottrarre: il significato della vita, le ragioni per cui valga viverla, se ciò che è giusto per sé debba prevalere su ciò che è giusto per gli altri.



Domande, certezze abbattute, ricostruite, abbattute nuovamente. Accade nel racconto Il gaucho insopportabile, in cui Hector Pereda, avvocato irreprensibile e perfetto padre di famiglia, rifiuta la vita che ha preservato per anni, rifugiandosi nel deserto insieme ai gauchos, dove si troverà ad osservare notti buie «come la bocca di un lupo». Lo stesso tema ritorna ne Il viaggio di Alvaro Rousselot, uno scrittore argentino alla ricerca di un successo che non arriva mai. Dopo l’ennesima delusione Alvaro partirà per Parigi alla ricerca di un regista che (Alvaro ne è sicuro) ha plagiato un suo romanzo per farne un film. Lo fa perché ha paura che la sua passione per la scrittura si sia atrofizzata, mossa solo dal desiderio di diventare famoso e non da una reale necessità a scrivere. Necessità che Bolaño mette in discussione: «Diventiamo tutti vittime dell’oggetto della nostra adorazione, forse perché ogni passione tende – più velocemente delle altre emozioni umane – alla sua fine, forse per un’eccessiva frequentazione dell’oggetto del desiderio». Dubbio che si amplifica quando Alvaro incontrerà il piccolo editore che ha tradotto un romanzo di Rousselot in francese. «Da Camus in poi l’unica cosa che interessa qui sono i soldi» gli dirà l’editore, eppure sarà proprio in quel momento che Rousselot capirà di non essere andato a Parigi alla ricerca della fama né di un nuovo romanzo, ma solo di qualcuno capace di ascoltarlo.


Stile giornalistico e descrizioni di emozioni smussate si alternano a periodi in cui le frasi sono tentativi di bloccare il pensiero, funzionali in alcuni racconti, meno riusciti e baroccheggianti in altri. Questo può confondere e demoralizzare anche il lettore più scaltro, ma ogni lettura è un viaggio e (come ci ricorda proprio Bolaño) Baudelaire diceva: «Per il bambino innamorato delle mappe e delle stampe – e noi diremmo anche per il lettore -  l’universo è pari alla sua immensa voglia».

domenica 23 aprile 2017

Succhiare una frase come una caramella, l’intuizione di Bohumil Hrabal



Avete mai provato a succhiare una frase come se fosse una caramella? Ognuno avrà le sue preferite e difficilmente cederà ai gusti altrui. Se siete persone da liquirizia, non sarete amanti del limone, se siete tradizionalisti che succhiano fino all’ultima goccia il ripieno denso delle ‘Rossana’, sarete incapaci di adattarvi a una ‘Dietorella’ dalla consistenza di un grumo di silicone. L’intuizione di Bohumil Hrabal (poeta, romanziere, adoratore di libri ed esperto succhiatore di frasi altrui) è proprio quella di considera una frase al pari di una caramella.



Non va letta, ma succhiata, a lungo, per soppesarne ogni sfumatura e capire se siamo golosi di Schiller o Goethe, infastidendoci per la durata eccessiva del retrogusto delle frasi di Kant o per la gommosità nascosta dentro un avverbio usato da Nietzsche. È quello che fa Hanta, protagonista del poema in prosa di Hrabal dal titolo Una solitudine troppo rumorosa (edito in Italia da Einaudi), che, nel ventre di un vecchio palazzo di Praga, lavora alla distruzione di migliaia di libri destinati al macero, ma prima di darli in pasto alla sua fidata pressa, ne assapora ogni sfumatura di gusto, scegliendone alcuni da salvare, poiché in essi si nascondono le sue frasi preferite. Hanta allora ha due opzioni: rubare i libri o nasconderli intatti al centro di uno dei suoi cubi di carta macerata, così da mantenere l’illusione della distruzione.

Entrambi i metodi nascondono delle insidie.



La casa di Hanta è diventata una trappola mortale: «Ogni giorno a sera mi porto a casa nella borsa i libri e la mia casa al secondo piano di Holesovice è colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c’è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water, all’altezza di un metro e cinquanta, già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri».

I suoi cubi di carta compressa preservano alcuni libri dalla distruzione, ma la possibilità che qualcuno scopra che al loro interno c’è una caramella tutta da succhiare è davvero minima, sebbene Hanta non manchi in creatività, decorando i lati dei cubi di carta da macero con ritratti di Rembrandt.




Quello di cui è sicuro il protagonista di questo piccolo gioiello letterario è che non può fare a meno di succhiare, costringendo anche il lettore a cercare nuovi gusti in nuove frasi, come se fosse dipendente dal pensiero acuminato. Risposte il protagonista della raccolta di frasi di Bohumil Hrabal non ne offre, ma se, come me, siete amanti del gusto dolce e piccante di una domanda forgiata con cura, Una solitudine troppo rumorosa non vi deluderà.

Scoprirete che gli uomini sono come olive, che balene e libri hanno una cosa in comune, che un topo che rosicchia un libro non è sempre un male e che è possibile amare un oggetto fino in fondo solo quando è stato distrutto.

E allora leggete e siate golosi. Di caramelle e di frasi. Provate e riprovate gusti, marche, dimensioni e forme inconsuete, l’unica cosa che le calorie che assorbirete faranno crescere sarà il vostro cervello. In più gli involucri delle frasi da succhiare (i libri) sono di carta e non di plastica, come quelli delle caramelle, così ingolosirete la mente senza inquinare.

domenica 16 aprile 2017

Un minuto intero di beatitudine e forse anche due con Louise e Renée al teatro Piccolo di Milano


«Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?»

Lo chiedeva Fëdor Dostoevskij ne Le notti bianche. La risposta è ovvia per chi decide di isolarsi in una grande stanza buia a osservare quali emozioni saranno in grado di suscitare i singolari individui che fanno della realtà finzione e della finzione realtà. Uomini e donne che noi chiamiamo attori. Sostantivo che trova la sua etimologia nel vocabolo latino ‘actore’ che deriva da ‘actus’, participio passato di ‘àgere’, letteralmente ‘mettere in moto, far andare avanti un'azione’.
Ed è proprio questo che fanno Isabella Ragonese e Federica Fracassi in scena fino al 30 aprile al teatro Piccolo di Milano con Louise e Renée, pièce nata da un adattamento di Stefano Massini dell’unico romanzo epistolare di Honoré de Balzac (Memorie di due giovani spose, testo del 1842, pressoché introvabile nelle librerie italiane). Servendosi di una scena nuda, in cui solo dei candidi pannelli mobili scandiscono il mutare di spazio e tempo, le due attrici mettono in moto tutti i loro sensi, amplificando nei loro dialoghi e nei loro gesti le aspirazioni, i fallimenti e le domande che i due personaggi creati da Balzac vivono nella Francia della prima metà dell’Ottocento.


Due donne che si incontrano in un convento dove hanno vissuto la loro fanciullezza e da cui usciranno per tornare a casa e non incontrarsi mai più. Eppure la loro amicizia, quella basata su una spietata necessità di dirsi sempre la verità, quella «capace di ridere dei mostri altrui», resiste. Iniziano a scriversi raccontando quanto il ‘fuori’ sia diverso da quello che avevano immaginato chiuse in un convento. Lo fanno come lo possono fare due donne, senza risparmiarsi, pronte ad ascoltare, condividere, comprendere, motivare, ma anche ad attaccare con estrema e strategica violenza l’amica che prova a deviare dal patto che hanno firmato.


E lo stesso autore dell’adattamento teatrale (Stefano Massini) a raccontarcelo: «Su un ring di lucidissima crudeltà, si tiene di fatto un’inchiesta sull’essere donna, sulla contraddizione dell’amore, sulla disperazione di una socialità negata. […] Spietato analista della condizione umana, Balzac come pochi altri ha saputo puntare la lente del microscopio sul labirinto della femminilità». In giorni in cui i teatri restano vuoti e l’attore tiene il punto per rispettare il testo da cui la sua vita dipende, il teatro Piccolo, gremito anche di martedì sera, fa ben sperare sulla capacità che più amo nell’essere umano: mettersi in discussione.

Peccato però che, almeno nella platea del martedì, il 90% del pubblico fosse femminile. Testi come questi, possono rappresentare una svolta nella comprensione delle donne, perché entrano nelle loro anime con un’ansia di scoperta che non trova pace, che le divora per restituircele molto più simili a noi uomini di quanto ci sia stato insegnato o di quanto ci piaccia ammettere.  

domenica 9 aprile 2017

I difetti fondamentali di Luca Ricci (e non solo)

Nell’autunno del 2015, durante un pranzo a Milano, la Rizzoli ha avuto l’ardire di proporre l’improponibile (almeno per il mercato editoriale italiano), ossia chiedere a un autore, Luca Ricci, di scrivere una raccolta di racconti. 


È lo stesso autore a dire che questa proposta «è l’equivalente culturale di Frau Blücher in Frankenstein Junior». Ve la ricordate? Nel film di Mel Brooks bastava pronunciare il suo nome perché i cavalli nitrissero spaventati. Allo stesso modo basta citare la parola ‘racconto’ per far imbizzarrire gli editori, assai preoccupati dal risultato commerciale di questo genere. Rizzoli avrà indossato dei copri orecchie spessi prima di presentarsi all’incontro con l’autore, perché dopo circa un anno ha pubblicato I difetti fondamentali, raccolta di quattordici racconti di Luca Ricci. Tema: gli scrittori e aspiranti tali. Cinici, repressi, depressi, dispersi, incapaci di orientarsi nel mondo ‘reale’ e quindi rinchiusi in un cantuccio, emotivo o fisico, con la speranza che il brutto sogno del mondo esterno si esaurisca in fretta. 

Con questa raccolta, Luca Ricci prende in esame molti dei problemi e dei ‘vizi’ dello scrittore contemporaneo, abbiamo quindi l’invidioso, l’eccitato, lo stregato (dal premio omonimo), il rifiutato, il solitario e naturalmente il folle. E lo fa senza voler dare un giudizio in merito, aprendo delle feritoie da cui il lettore può sbirciare la vita dei personaggi, scegliendo di valutarli come meglio crede. 


Fra i miei racconti preferiti c’è l’affittacamere. Storia di un aspirante scrittore che, dopo il trentacinquesimo rifiuto opposto dagli editori al suo romanzo, trasforma la casa della sua fanciullezza in un bed & breakfast. Dopo le prime pagine che Ricci sembra usare come una sorta di riscaldamento per il lettore prima di fargli affrontare l’emotivo che si nasconde dietro ogni cinico che si rispetti, la narrazione si infiltra nella memoria dell’affittacamere, mostrando al lettore cosa si cela dietro ogni mattonella, angolo o fantasma che solo l’affittacamere può percepire. Qui la narrazione è viva, solida, coinvolgente, capace di costringere il lettore a staccarsi dalla pagina per pensare ai suoi di fantasmi: «nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a chiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E i cicli mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? […]  Tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella […] Ma adesso tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt-à-porter di Ikea. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché ci si resta in contatto pur non potendoli più abitare pienamente, perdendone l’esclusiva, compromettendone la sconcia intimità». 

A un certo punto però, accade qualcosa, l’autore sembra accorgersi di questa bellezza e cede alla tentazione di estenderne i contorni oltre le pagine che merita. Questa tentazione, in cui Ricci è caduto anche in altri racconti, fa innervosire il lettore che, dopo una epifania narrativa, come quelle che l’autore è indubbiamente capace di costruire, non accetta prolungamenti puramente estetici. Peccato, perché alcuni passaggi di questa raccolta di racconti resteranno stampati nella vostra memoria per precisione e grazia stilistica, ma forse è proprio questo a mettere in difficoltà il resto della narrazione.


Nel racconto Lo stregato, rappresentazione della splendida rovina in cui si dibatte la narrativa italiana, Ricci fa dire allo scrittore in attesa dell’esito delle votazioni del premio Strega: «deve pensare allo scrittore come a un tizio che non ha vertigine della frase, e che può sporgersi tranquillamente dall’alto di quanto ha scritto senza provare paura, per prendere fiato e riattaccare a salire scrivendo». Ecco, per questa visione ‘cognettesca’ della scrittura sono grato come lettore a Luca Ricci. 

domenica 2 aprile 2017

Chat su WhatsApp? Una copia di un romanzo epistolare, parola di Choderlos de Laclos

La vita mette assieme particolari costantemente connessi o forse siamo noi a cercare in essi una connessione per dimostrare che la nostra esistenza abbia un senso. 


Giovedì sera scorrevo la versione on line del Guardian e i miei occhi da talpa testarda hanno messo a fuoco un articolo su Douglas Coupland (scrittore canadese divenuto famoso per il romanzo Generazione X) che, intervenendo al Konica Minolta’s Spotlight a Berlino, ha raccontato la sua idea sul mondo del lavoro di oggi e di domani, affermando che presente e futuro sono la stessa cosa, poiché la linea che li divide è ormai scomparsa. 
Il tema dell’incontro era il superamento del ‘barbarico’ «nine to five», ossia dell’orario di lavoro fisso (dalle 9 alle 5), spostandosi sempre più verso una giornata in cui momenti lavorativi e momenti di piacere saranno alternati e interconnessi, servendosi di quello che lo scrittore canadese definisce un «internet brain». Un cervello internet che ci permetterà, grazie alla tecnologia che ci ha abituato a fruire di contenuti provenienti da tempi e luoghi diversi, di unire e assaporare presente e futuro, integrandoli con la vita ‘reale’. 


Ammeto di aver sollevato lo sguardo dal PC, cercando una fonte di realtà non virtuale a rassicurarmi. Davvero i messaggini, chattini, twitterini, facebookini, utubbini che gestiamo in contemporanea mentre dovremmo ‘vivere’ ci stanno facendo evolvere? E se sì, davvero il nostro cervello non aveva mai provato prima l’ebrezza del ‘multitasking’ che io preferisco chiamare versatilità?  
Ogni buona domanda (e spesso anche quelle pessime) porta a un nuovo pensiero, il mio si è catalizzato in un ricordo: quello stesso giovedì, un bel po’ di ore prima, cercavo di salvare dalla furia barbarica di mio figlio di 3 anni una manciata di libri che avevo impilato a terra in attesa di trovare loro una collocazione nella mia ingolfatissima libreria. Il mio piccolo distruttore, veloce e letale come un velociraptor di Spilberghiana memoria sotto cocaina, si è lanciato su un libro che aveva stampate sulla copertina immense biglie colorate: Il ladro di gomme di Douglas Coupland. 

Dopo una corsa di risate (da parte di mio figlio) e di lividi (da parte mia) mi riapproprio dell’opera che più ho amato dello scrittore canadese che ha fatto della contaminazione fra scrittura, visual art, giornalismo, design e formazione il suo marchio di fabbrica. Ne Il ladro di gomme (Random House - 2007) Coupland narra la storia di Roger, quarantenne alcolizzato che scenderebbe a qualsiasi compromesso pur di fuggire dalla propria vita, e del suo incontro con Bethany, con cui inizia a dialogare attraverso un diario su cui scrivono a turno le loro paure, le loro idee e ogni stupidaggine che si affaccia alla loro mente, senza mai incontrarsi di persona. Una chat di WhatsApp direte voi. 


Sì, anche se all’epoca WhatsApp non era stata ancora inventata (2009), ma le potenzialità del dialogo asincrono erano state ampiamente sfruttate dai narratori fin dal Settecento. La curiosità morbosa per il messaggino bippante, che ci costringe a mollare tutto pur di decodificare l’emoticon che il nostro compagno di chat ci ha inviato, non è una novità del XXI secolo. Pensate a Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, vi ricordate il fittissimo scambio di messaggini in ‘vetusta’ forma cartacea che scandiva le vite del visconte di Valmont e di Madame de Tourvel? Inganni, sfide, scherzi, drammi, abbandoni, struggimenti, emozioni, informazioni, tutto convogliato nell’unica Rete a disposizione dei nostri antenati, quella postale. Chat, semplici, fittissime, a volte invasive, da cui i protagonisti del romanzo di Choderlos de Laclos fanno dipendere la loro vita ‘reale’. 
Che il pre-internet brain funzionasse allo stesso modo dell’internet brain? Chissà cosa ne penserebbe Coupland.