domenica 9 aprile 2017

I difetti fondamentali di Luca Ricci (e non solo)

Nell’autunno del 2015, durante un pranzo a Milano, la Rizzoli ha avuto l’ardire di proporre l’improponibile (almeno per il mercato editoriale italiano), ossia chiedere a un autore, Luca Ricci, di scrivere una raccolta di racconti. 


È lo stesso autore a dire che questa proposta «è l’equivalente culturale di Frau Blücher in Frankenstein Junior». Ve la ricordate? Nel film di Mel Brooks bastava pronunciare il suo nome perché i cavalli nitrissero spaventati. Allo stesso modo basta citare la parola ‘racconto’ per far imbizzarrire gli editori, assai preoccupati dal risultato commerciale di questo genere. Rizzoli avrà indossato dei copri orecchie spessi prima di presentarsi all’incontro con l’autore, perché dopo circa un anno ha pubblicato I difetti fondamentali, raccolta di quattordici racconti di Luca Ricci. Tema: gli scrittori e aspiranti tali. Cinici, repressi, depressi, dispersi, incapaci di orientarsi nel mondo ‘reale’ e quindi rinchiusi in un cantuccio, emotivo o fisico, con la speranza che il brutto sogno del mondo esterno si esaurisca in fretta. 

Con questa raccolta, Luca Ricci prende in esame molti dei problemi e dei ‘vizi’ dello scrittore contemporaneo, abbiamo quindi l’invidioso, l’eccitato, lo stregato (dal premio omonimo), il rifiutato, il solitario e naturalmente il folle. E lo fa senza voler dare un giudizio in merito, aprendo delle feritoie da cui il lettore può sbirciare la vita dei personaggi, scegliendo di valutarli come meglio crede. 


Fra i miei racconti preferiti c’è l’affittacamere. Storia di un aspirante scrittore che, dopo il trentacinquesimo rifiuto opposto dagli editori al suo romanzo, trasforma la casa della sua fanciullezza in un bed & breakfast. Dopo le prime pagine che Ricci sembra usare come una sorta di riscaldamento per il lettore prima di fargli affrontare l’emotivo che si nasconde dietro ogni cinico che si rispetti, la narrazione si infiltra nella memoria dell’affittacamere, mostrando al lettore cosa si cela dietro ogni mattonella, angolo o fantasma che solo l’affittacamere può percepire. Qui la narrazione è viva, solida, coinvolgente, capace di costringere il lettore a staccarsi dalla pagina per pensare ai suoi di fantasmi: «nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a chiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E i cicli mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? […]  Tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella […] Ma adesso tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt-à-porter di Ikea. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché ci si resta in contatto pur non potendoli più abitare pienamente, perdendone l’esclusiva, compromettendone la sconcia intimità». 

A un certo punto però, accade qualcosa, l’autore sembra accorgersi di questa bellezza e cede alla tentazione di estenderne i contorni oltre le pagine che merita. Questa tentazione, in cui Ricci è caduto anche in altri racconti, fa innervosire il lettore che, dopo una epifania narrativa, come quelle che l’autore è indubbiamente capace di costruire, non accetta prolungamenti puramente estetici. Peccato, perché alcuni passaggi di questa raccolta di racconti resteranno stampati nella vostra memoria per precisione e grazia stilistica, ma forse è proprio questo a mettere in difficoltà il resto della narrazione.


Nel racconto Lo stregato, rappresentazione della splendida rovina in cui si dibatte la narrativa italiana, Ricci fa dire allo scrittore in attesa dell’esito delle votazioni del premio Strega: «deve pensare allo scrittore come a un tizio che non ha vertigine della frase, e che può sporgersi tranquillamente dall’alto di quanto ha scritto senza provare paura, per prendere fiato e riattaccare a salire scrivendo». Ecco, per questa visione ‘cognettesca’ della scrittura sono grato come lettore a Luca Ricci. 


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