domenica 2 aprile 2017

Chat su WhatsApp? Una copia di un romanzo epistolare, parola di Choderlos de Laclos

La vita mette assieme particolari costantemente connessi o forse siamo noi a cercare in essi una connessione per dimostrare che la nostra esistenza abbia un senso. 


Giovedì sera scorrevo la versione on line del Guardian e i miei occhi da talpa testarda hanno messo a fuoco un articolo su Douglas Coupland (scrittore canadese divenuto famoso per il romanzo Generazione X) che, intervenendo al Konica Minolta’s Spotlight a Berlino, ha raccontato la sua idea sul mondo del lavoro di oggi e di domani, affermando che presente e futuro sono la stessa cosa, poiché la linea che li divide è ormai scomparsa. 
Il tema dell’incontro era il superamento del ‘barbarico’ «nine to five», ossia dell’orario di lavoro fisso (dalle 9 alle 5), spostandosi sempre più verso una giornata in cui momenti lavorativi e momenti di piacere saranno alternati e interconnessi, servendosi di quello che lo scrittore canadese definisce un «internet brain». Un cervello internet che ci permetterà, grazie alla tecnologia che ci ha abituato a fruire di contenuti provenienti da tempi e luoghi diversi, di unire e assaporare presente e futuro, integrandoli con la vita ‘reale’. 


Ammeto di aver sollevato lo sguardo dal PC, cercando una fonte di realtà non virtuale a rassicurarmi. Davvero i messaggini, chattini, twitterini, facebookini, utubbini che gestiamo in contemporanea mentre dovremmo ‘vivere’ ci stanno facendo evolvere? E se sì, davvero il nostro cervello non aveva mai provato prima l’ebrezza del ‘multitasking’ che io preferisco chiamare versatilità?  
Ogni buona domanda (e spesso anche quelle pessime) porta a un nuovo pensiero, il mio si è catalizzato in un ricordo: quello stesso giovedì, un bel po’ di ore prima, cercavo di salvare dalla furia barbarica di mio figlio di 3 anni una manciata di libri che avevo impilato a terra in attesa di trovare loro una collocazione nella mia ingolfatissima libreria. Il mio piccolo distruttore, veloce e letale come un velociraptor di Spilberghiana memoria sotto cocaina, si è lanciato su un libro che aveva stampate sulla copertina immense biglie colorate: Il ladro di gomme di Douglas Coupland. 

Dopo una corsa di risate (da parte di mio figlio) e di lividi (da parte mia) mi riapproprio dell’opera che più ho amato dello scrittore canadese che ha fatto della contaminazione fra scrittura, visual art, giornalismo, design e formazione il suo marchio di fabbrica. Ne Il ladro di gomme (Random House - 2007) Coupland narra la storia di Roger, quarantenne alcolizzato che scenderebbe a qualsiasi compromesso pur di fuggire dalla propria vita, e del suo incontro con Bethany, con cui inizia a dialogare attraverso un diario su cui scrivono a turno le loro paure, le loro idee e ogni stupidaggine che si affaccia alla loro mente, senza mai incontrarsi di persona. Una chat di WhatsApp direte voi. 


Sì, anche se all’epoca WhatsApp non era stata ancora inventata (2009), ma le potenzialità del dialogo asincrono erano state ampiamente sfruttate dai narratori fin dal Settecento. La curiosità morbosa per il messaggino bippante, che ci costringe a mollare tutto pur di decodificare l’emoticon che il nostro compagno di chat ci ha inviato, non è una novità del XXI secolo. Pensate a Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, vi ricordate il fittissimo scambio di messaggini in ‘vetusta’ forma cartacea che scandiva le vite del visconte di Valmont e di Madame de Tourvel? Inganni, sfide, scherzi, drammi, abbandoni, struggimenti, emozioni, informazioni, tutto convogliato nell’unica Rete a disposizione dei nostri antenati, quella postale. Chat, semplici, fittissime, a volte invasive, da cui i protagonisti del romanzo di Choderlos de Laclos fanno dipendere la loro vita ‘reale’. 
Che il pre-internet brain funzionasse allo stesso modo dell’internet brain? Chissà cosa ne penserebbe Coupland.



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