domenica 26 luglio 2015

SPQR non è solo un’offesa


Image result for spqrRoma è afflitta in tempi recenti da persone ed eventi che ne dilaniano l’immagine, tentando di consolidare l’idea che SPQR sia soltanto l’acronimo di un’offesa a chi vive questa città (Sono Porci Questi Romani). Non dobbiamo dimenticare però che, a dispetto di quanto riporta anche il New York Times, oltre ai romani incapaci di custodire le bellezze della propria città, pronti a tutto pur di sollevare l’asticella degli euro sottratti alla comunità, ci sono anche romani che questa tumultuosa e disordinata signora, un tempo meraviglia di un Impero, ancora amano e sono pronti a difendere.


Creato proprio da Cesare, poi saccheggiato, bruciato e ferito dalla storia, ma ancora lì a ricordare che SPQR non è solo un’offesa ma anche un’idea che ci piaccia o meno è stata la base di tutte le strutture sociali e politiche dell’Europa Occidentale (e non solo). SPQR sta per Senatus Popolusque Romanus (Il Senato e il Popolo di Roma) ed è con quel popolo che sollevava gli occhi alle colonne illuminate, convinto che si possa ancora fare qualcosa di buono per questa città, che io mi schiero. A quel popolo i politici romani dovrebbero guardare. È più vasto di quello che credete.


SPQR non è solo un’offesaIl lettore diffidente non deve credere a me, ma lo invito a passeggiare in una notte umida e rovente di fine luglio per la città e osservare, oltre ai monumenti anche le persone. Ci saranno quelle nervose e urlanti che strombazzano dall’alto delle loro bighe-fuoristrada o dai loro cavalli-motorini, pronte a falciare il turista incerto che osi rallentare la loro corsa per uscire fuori dalla città, ma ci saranno anche quelle che procederanno lentamente e a piedi, pronte a gioire di un pezzetto della loro città che per una volta non è sotto i riflettori per ruberie e vessazioni, ma per un sapiente lavoro di recupero.


Ci riferiamo ai Fori Imperiali, una delle grandi meraviglie artistiche della Capitale, che molte giunte hanno cercato di trasformare in qualcosa in più di una visita secondaria rispetto a quella del vicino Colosseo. Ma girare per rovine di duemila anni fa non è cosa facile a meno di avere una forte immaginazione e possenti nozioni dell’architettura dell’Impero. Senza questi requisiti, si rischia di sentirsi spersi fra mucchi di resti addossati gli uni agli altri, piante di capperi e gramigne varie, un po’ di gatti e tanto, tanto caldo. Si pensa a un bel gelato e si cerca l’uscita più vicina, perdendo un’occasione.

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Fori di Traiano da cui parte la visita a quello di Cesare
Qualcosa però è cambiato. Che qualcuno sia andato finalmente a copiare le idee degli inglesi o dei francesi per valorizzare il loro patrimonio (sul podio della top-ten dei musei più visitati al mondo ci sono proprio questi due Paesi) poco importa, ciò che conta è che oggi parte dei Fori Imperiali (Foro di Augusto e Foro di Cesare) è visitabile in notturna con un percorso di luci e ricostruzioni digitali che permette al turista e al romano di comprendere la maestosità e l’arditezza dei templi e delle basiliche che a cominciare da Cesare furono eretti fra il 46 a.C. e il 113 d.C.

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Senato Romano - Fori di Cesare
Ciò che rassicura è che in mezzo a gruppetti di americani, tedeschi, giapponesi e cinesi, avidi di assorbire ogni immagine nei loro smart-phone e speriamo anche ogni informazione su come vivevano i romani duemila anni fa dalle loro cuffie, ci sono anche molti romani, curiosi e soddisfatti nel vedere valorizzato un pezzo della città che, giustamente, sentono anche loro. Nei cinquanta minuti del giro in notturna nel Foro di Cesare, scopriamo come funzionava una banca, cosa si studiava a scuola, come si costruiva un tempio, come ci si comportava in un bagno pubblico e cosa voleva dire riuscire a entrare nel Sanato di Roma.


domenica 19 luglio 2015

Go set a watchman: il secondo romanzo di Harper Lee è arrivato nelle librerie (americane)

Go set a watchman, il secondo romanzo della scrittrice americana Harper Lee, che esce a distanza di 55 anni dal primo e famosissimo To Kill a Mockingbird  del 1960 (tradotto in Italia con il titolo Il buio oltre la siepe - Feltrinelli), è arrivato nelle librerie di mezzo mondo lo scorso 14 luglio con una tiratura di due milioni di copie solo negli USA e un numero di prenotazioni su Amazon che si erano registrate solo per l’ultimo Harry Potter.

E se fino all’anno scorso, tutti avrebbero identificato la scrittrice dell’Alabama (Harper Lee è originaria di Monroeville) con la storia dell’avvocato Atticus Finch che fa di tutto in To Kill a Mockingbird per salvare un afroamericano accusato ingiustamente di violenza sessuale su una ragazza bianca nell’America degli anni ’30, dallo scorso febbraio il mondo editoriale è in fermento per questo secondo romanzo. Scritto da Harper Lee negli anni cinquanta fu messo da parte dall’autrice per dedicarsi alla storia di Atticus Finch e della piccola Scout (figlia di Finch) che l’avrebbe portata, nel 1961, a vincere il premio Pulitzer e a diventare una delle voci letterarie più interessanti degli anni ’60 insieme al suo amico Truman Capote. 



Per leggere la nuova prova di Harper Lee, ambientata venti anni dopo i fatti del suo precedente romanzo, e scoprire cosa è accaduto ai personaggi di Atticus e di Scout, i lettori si sono messi in fila fin dalla sera del 13 luglio davanti alle grandi librerie di New York e di Londra, che per l’occasione hanno previsto un’apertura speciale a partire dalla mezzanotte. E a Monroeville la libreria cittadina ha ordinato una copia per ogni abitante, per assicurare a tutti i concittadini della scrittrice la possibilità di soddisfare un’attesa lunga cinquantacinque anni. 


Intanto la critica si è già divisa fra sostenitori e detrattori di Go set a watchman, con il Telegraph che lo definisce solo una bozza di To Kill a Mockingbird cui l’autrice è stata costretta a dare il via libera suo malgrado (Harper Lee è attualmente in una clinica dopo un serio problema di salute che la colpì nel 2007) per le pressioni del suo legale (la Ms. Carter che ha ritrovato il manoscritto di Go set a watchman), il New York Times che sostiene che porterà a rivedere il valore dell’eredità lasciata da Harper Lee ai suoi lettori e il Guardian che è convinto che a suo tempo si preferì far uscire To Kill a Mockingbird invece di Go set a watchman non per inferiorità letteraria della seconda opera rispetto alla prima, ma per complessità e sistemi di valori che metteva in discussione.




Nel frattempo c’è chi già parla di un terzo romanzo, ripescato, sempre da Ms. Carter, fra gli inediti di Harper Lee. Insomma la trama si infittisce ma solo ai lettori spetterà l’ardua sentenza sul valore dell’opera. L’Italia dovrà aspettare ancora qualche mese (uscita prevista a Novembre 2015 con Feltrinelli) per vedere sugli scaffali il secondo romanzo di Harper Lee, ma la copertina è stata già svelata, ispirata a quella curata dal grafico Jarrod Taylor per l’edizione originale di Go set a watchman, a sua volta ispirata a quella di To Kill a Mockingbird.

domenica 12 luglio 2015

Alla scoperta di Haruki Murakami

Andare alla scoperta di Haruki Murakami, anzi alla giapponese prima il cognome: Murakami Haruki, non è un’impresa facile. Certo, è uno degli scrittori contemporanei giapponesi più conosciuti all’estero, in molti casi è lo scrittore giapponese per i lettori occidentali, con milioni di copie vendute dei suoi romanzi e nugoli di lettori devoti. Dal carattere chiuso, non si sentiva a suo agio a stare con le altre persone, aveva  pochissimi amici, di solito donne, una delle quali è diventata sua moglie (Yoko Takahashi), adorava giocare a Mah-jongg (secondo lui in modo pessimo) e non amava lo studio

Pur essendo un vorace lettore (a dodici anni era già iscritto a due diverse biblioteche), non era uno studente modello e non era amato dai suoi professori. Si orientava verso letture considerate inadeguate dal rigido sistema scolastico giapponese degli anni ’60, preferendo autori americani a quelli giapponesi e non propriamente “classici”. I suoi primi amori furono i romanzi hard-boiled e i polizieschi (Raymond Chandler e Ross Mac Donald) per poi passare con passione e smisurata devozione a Truman Capote «my first piece of real litterature», F. Scott Fitzgerald e Kurt Vonnegut. La passione venne anche alimentata anche dalla sfida di poterli leggere in lingua originale, avendo scoperto che le edizioni in lingua originale costavano molto meno di quelle in giapponese. L’inglese fu per Murakami un porto lontano e accogliente in cui liberarsi dai condizionamenti e dalle regole del suo Paese per addentrarsi in un universo di parole, modi e suoni in cui tutto sembrava possibile, dove tutto sembrava modificabile.  
Quando lasciò il liceo per il college le cose non andarono meglio: «I didn’t study in high school, but I really didn’t study in college». Il tempo lo passava nei jazz clubs. Arrivò anche a possedere un jazz club Peter Cat, dal nome di un vecchio gatto di Murakami. In quel periodo Murakami non pensava di diventare scrittore, ma più probabilmente musicista, sebbene senza l’esperienza del Peter Cat non avrebbe avuto la possibilità di osservare l’umanità che vi entrava e vi suonava, materiale ampiamente usato nei suoi romanzi. Di certo la musica ha sempre occupato un posto centrale nella sua vita. Classica, folk, rock e soprattutto jazz (Murakami ha più di 6.000 dischi nella sua collezione), la musica è parte del lavoro di scrittore fin dal momento della creazione (Murakami scrive ascoltando musica in cuffia), tanto che il ritmo della narrazione diventa il punto cruciale del suo essere scrittore. La musica è sottofondo e vis creativa della scrittura e dei personaggi, la musica pervade e spesso guida la storia, entrando nelle pieghe dell’inconscio e prendendo la forma di uno degli spiriti tanto cari alla tassonomia murakamiana. Gli stessi aggettivi e verbi usati da Murakami prestano una grande attenzione al senso dell’udito. I personaggi dei suoi romanzi sono sempre alle prese con il fine-tuning della loro vita con la realtà che li circonda alla ricerca di una nuova armonia.
Nell’aprile del 1978, all’età di ventinove anni, arriva l’illuminazione: «I felt ready writing a novel.» Murakami era in un campo di baseball a Tokyo, bevendo una birra mentre guardava una partita dei Yakult Swallows e senza preavviso, insieme alla palla colpita nella sua direzione da uno dei giocatori, arrivò anche quell’idea.  A fine partita andò in una cartoleria a comprare una penna e della carta e da quel momento ogni giorno, dopo il lavoro, si sedette in cucina a scrivere per un paio d’ore, bevendo birra. Dopo sei mesi il romanzo era pronto e Murakami lo inviò al premio Gunzo. Lo vinse, era il 1979: «My only thought at the time was this: I can write a much better novel. It might take time, but I can become a much better novelist.» Cominciò a pensare a un “I-novel”, ossia un testo narrato in prima persona, perchè non voleva evitare di sentirsi un Dio infallibile con i suoi personaggi. Nel farlo scelse una modalità molto informale e non utilizzata in Giappone per esprimere la prima persona in letteratura:  il “boku”. Fu un successo che lo portò poi a scrivere il suo romanzo più famoso. 
Parliamo di Norwegian Wood. Il titolo originale in giapponese (Noruwei no mori) significa letteralmente una foresta in Norvegia, ma è anche la traduzione corrente di una canzone dei Beatles e su una melodia pop sembra improntato il ritmo narrativo della storia. Dalle forti connotazioni autobiografiche e nostalgiche, la vicenda è ambientata negli anni ’60 e racconta la storia di un ragazzo che frequenta con poca convinzione un college giapponese e le sue vicissitudini. Come una canzone pop, questa pop-novel ha avuto un successo planetario perché è riuscita a narrare una storia convenzionale, in cui i lettori possono facilmente immedesimarsi, riuscendo al contempo a raccontare qualcosa di vero dell’esperienza umana in un modo nuovo. Il lettore ne rimane toccato ed è questo che Murakami cercava: «I want to write words that actually move people


Sospeso fra subconscio, spiriti del passato e mostri del presente è un altro grande successo di Murakami: Kafka sulla spiaggia, storia di un quindicenne che scappa di casa il giorno del suo compleanno alla ricerca di un’identità e di una madre scomparsa che forse, non lo si saprà mai davvero, incontrerà durante il suo viaggio. Nessuno saprà mai il nome del ragazzo che si farà chiamare Kafka (riferimento letterario principale del romanzo insieme a Fitzgerald), accompagnandosi a un amico immaginario di nome Corvo (Kafka in ceco vuol dire “corvo”). In questo romanzo il sogno è parte integrante della narrazione e dà il ritmo alla storia, intrecciando mondi in continue jam session di personaggi e moventi che lasceranno il lettore dipendente del Murakami pensiero: «In jazz great rhythm is what makes great improvising possible. To maintain that rhythm, there must be no extra weight.» Tagliare, tagliare, tagliare fino a che non sia perfetto. Nel viaggio alla scoperta di Haruki Murakami ritroviamo sempre presente questa ossessione, questa ricerca di note in eccesso nella partitura narrativa che sta preparando per noi. 

domenica 5 luglio 2015

Romanzi inediti rifiutati dagli editori: una palestra per lo scrittore esordiente?

Quanti romanzi inediti siete disposti a farvi rifiutare dagli editori prima di mollare? Almeno cinque secondo Joel Dicker, che ha fatto della sua esperienza di rifiuti prolungati una palestra per lo scrittore esordiente.


Cominciamo dai fatti: Joel studente di legge all’Università di Ginevra, pensava fin da piccolo di scrivere il suo primo romanzo (a dieci anni aveva fondato anche una rivista sulla Natura, sua altra grande passione).
A 20 anni decide di essere pronto e lo scrive. Come molti autori esordienti, dopo una stesura in preda al fuoco della “santa ispirazione” e una rapida revisione, stampa, impacchetta e invia il suo primo figlio a tutti gli editori del Paese, già sognando il suo nome stampato a lettere fluorescenti su una copertina satinata.

Risultato: rifiutato da tutte le case editrici.  Dopo aver assorbito il colpo, lo scrittore esordiente Joel Dicker ha due strade davanti a sé: crogiolarsi in mesi di autocommiserazione, perdendo uno a uno tutti gli amici che non ce la fano più a ripetergli quanto sia bravo come scrittore e quanto sia chiuso il mondo editoriale per chi non abbia le giuste conoscenze o iniziare subito il secondo romanzo. Joel ha scelto la seconda strada: «mi dissi che non potevo bloccarmi su un fallimento e che avrei continuato a scrivere finché non fossi stato pubblicato almeno una volta.»  Scrisse un nuovo romanzo e lo inviò alle case editrici.

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Risultato: rifiutato da tutte le case editrici.  Ancora. Ma Joel non cedette e ne scrisse un terzo e poi, dopo il rifiuto del terzo, un quarto. E dopo il rifiuto del quarto, un quinto. Ancora fioccarono solo rifiuti. Di colpi gli scrittori ne devono assorbire tanti e forse la capacità di assorbimento e la tenacia, che dopo questo assorbimento deve spuntare fuori più forte di prima, rappresenta una delle armi necessari per chi voglia intraprendere questa strada accidentata fatta di privazioni, lotte con se stessi e ipotetici e lontani successi. La tenacia, da sola, non basta. Così Joel decise di rileggere tutte le lettere di rifiuto e tutti i commenti negativi che aveva avuto sui suoi romanzi (il masochismo è altra dote importante per uno scrittore), cercando di distillare un vademecum di tutti gli errori che aveva fatto nei suoi primi cinque romanzi.

E poi Joel, ha scritto un sesto romanzo e durante la scrittura non ha pensato ad altro, facendosi assorbire completamente dalla necessità di scrivere: «Farmi assorbire dal mio progetto tanto da perdere la nozione del tempo e del prossimo. Finché l’equazione non sarà risolta, non ci sarà riposo possibile, e anche se mi legassero a forza in un letto, il mio cervello continuerebbe a lavorare. E se mi costringeranno a dormire, il mio progetto lo continuerò nei sogni. È ovunque, è sempre, è incessante. È ossessivo.»

Romanzi inediti rifiutati dagli editori: una palestra per lo scrittore esordiente?Risultato: un successo. Pubblicato in 45 Paesi e tradotto in 30 lingue. Parliamo de La verità sul caso Harry Quebert (Bompiani – Vintage 2015) che ha trasformato uno scrittore esordiente in un autore di successo. Un uomo che ha fatto della scrittura l’ossessione perfetta, quella che nasce dalla passione, quella che è «indispensabile alla riuscita. […] Spesso le persone mi chiedono cosa debbano fare per scrivere un romanzo. Io rispondo che devono averne l’ossessione. Più che l’aspirazione, più che la voglia, più che il desiderio, più che la passione.»

Ora Joel Dicker sta lavorando al prossimo romanzo (il settimo) sottoponendosi a una palestra per lo scrittore ancora più intensa (si alza ogni giorno alle 4:30 del mattina per dedicarsi alla scrittura ricordandoci le levate di Amélie Nothomb), fornendo ad altri scrittori alle prese con romanzi inediti rifiutati dagli editori, una perfetta ossessione a cui attaccarsi.