domenica 30 giugno 2013

Londra: più di 700 personaggi al vostro servizio


London eye - southbank
Un giorno dal cielo troppo limpido per una città che non vi è abituata.
Un fiume grande, denso, di storie e di passioni remote, scivoloso per i troppi desideri che gli abitanti della città vi riversano dentro ad ogni passo. Ruote splendenti e immense che fanno alzare gli occhi ancora più su, alla ricerca del veicolo gigante che le possa montare. 



The Shed
Castelli di fuoco senza abitanti, un unico soldato a sorvegliare le mura di parole che in migliaia hanno usato e che da uno solo (che nella città da un piccolo borgo sull'Avon era arrivato) sono state forgiate per arrivare intatte fino a noi. 


Una mucca viola rovesciata, un mercato di libri vecchi sull'acqua. 
Tulipani di un giallo e viola così intenso da costringere il passante a distogliere lo sguardo, una strada dove c'è una vetrina riparatada una tenda a righe rosse e verdi
Dentro la vetrina libri possenti e ricoperti di pelle, che poche mani potranno ancora toccare, accanto a fratelli dispersi, scadenti e splendenti, ammuffiti e vibranti.


La mano si posa sui loro dorsi, fino al più nascosto, al più insignificante, grigio, sottile, macchiato e prezioso. Un dizionario biografico di tutti i personaggi shakespeariani.
È così eccoli qui, tutti insieme, li vediamo osservarsi a vicenda, studiarsi per capire a chi spetterà la corona di personaggio fra i personaggi e l'emozione non si placa.
Puck il magico servitore di Oberon (Sogno di una notte di mezza estate) che si sfida con Ariel, lo spirito al servizio di Prospero (La Tempesta). Calibano (La Tempesta) che pensa d'essere più arguto di Iago (Otello), Lisandro e Ermia (Sogno di una notte di mezza estate) che si credono più innamorati di Beatrice e Benedetto (Molto rumore per nulla), ma di certo meno loquaci e poi i tre duchi di Buckingam (nell'Enrico VI, nel Riccardo III e nell'Enrico VIII) e i cinque duchi di Norfolk (nel Riccardo II e III, nell'Enrico VI e VIII) che bevono e si azzuffano; le tre streghe di Macbeth e le loro "impronunziabili" pozioni insieme al dolce e consumato Yorick (Amleto) che non ha neanche una battuta eppure si conficca nella memoria come un ago di cioccolato fondente.
E poi certo Mercuzio (Romeo e Giulietta) e Orazio (Amleto), che penseranno di essere ognuno il personaggio che sa meglio filosofeggiare (Mercuzio e non c'è storia!). E la multiforme Viola (La dodicesima notte) che cerca di far impazzire con i suoi travestimenti la proba e assoluta Ero (Molto rumore per nulla).
Con i loro costumi e le loro parole, assolute, passionali e vere, come mai prima.

Tutti stipati in questo piccolo libretto di duecento pagine che al sig. Robin May dobbiamo e per il quale ringraziamo e che porta il titolo Who's Who in Shakespeare, edizioni del 1972 della Elm tree books, con introduzione di Judi Dench, che di eroine shakespeariane ne ha incontrate tante nella sua lunga passeggiata sulle tavole della Gran Bretagna e che ancora molte, son certo, ne avrà in serbo per noi.

domenica 23 giugno 2013

Premio Strega 2013: è tempo di scelte, anche per i lettori.

Eccoci a un altro giro di boa, pardon di pagina, a poco più di dieci giorni da quel 4 luglio che sì, è l’Indipendence Day americano (il 4 luglio del 1779 tredici colonie americane si staccarono dall’impero britannico) ed è anche il giorno chiave, nonché titolo, del film del famoso/famigerato Ronald Emmerich del 1996 (che su Google appare prima del link al giorno della festa nazionale americana), ma in un’Italia martoriata dalle scissioni presunte del M5S e dai decreti del “fare” che non fanno poi molto, è anche la data in cui avverrà la premiazione del Premio Strega 2013 (67° edizione).


La cinquina è pronta a contendersi il riconoscimento più contestato e ricercato della narrativa italiana (vedi link alla precedente edizione su imago), sono già uscite le varie interviste ai finalisti, con tanto di incredulità e dichiarazioni in cui ci si dice già soddisfatti di essere arrivati in finale. Voi ci credete?

Così com’è già tristemente annunciata “la polemica” del 2013, almeno quella della fase pre-premio, ossia l’esclusione dalla cinquina di Aldo Busi, considerato uno dei migliori testi letterari in competizione per l’originalità della sua costruzione narrativa, che prima ancora della scelta della cinquina era a sua volta entrato in polemica con il Premio stesso.

Quest’anno, va detto, gli Amici della domenica hanno offerto un parterre di autori particolarmente differenziato, sia per tipologia di storie, sia per stili, sia per età degli autori prescelti e questo è sempre un bene. Andiamo allora a piluccare fra le storie che i cinque finalisti ci propongono.

Cominciamo dal più giovane per una volta, ossia da Paolo Di Paolo (classe 1983, finalista a vent’anni del Premio Calvino e del Premio Campiello Giovani) e dal suo Mandami tanta vita (di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa su imago) edito da Feltrinelli, che affronta un tema quanto mai importante, ossia la necessità di compiere una scelta, soprattutto quando quella scelta può essere considerata difficile e controproducente per chi la compie, ma necessaria per chi la osserva e ammira. Solo il tema basterebbe a meritare un’attenta lettura, se poi pensiamo che è ambientato in un 1926 che per molti aspetti ricalca una situazione economico-sociale molto simile all’attuale, la trappola è già scattata.


Proseguendo nella nostra scala anagrafica, incontriamo Nessuno sa di noi edito da Giunti e scritto da Simona Sparaco (classe 1978, scrittrice e sceneggiatrice romana, sospesa tra la città eterna e l’Asia), che si concentra su un tema insidioso e importante: l’aborto terapeutico e la scelta che, dietro di esso, fronteggia impietosa la coppia di ragazzi che Simona Sparaco offre ai suoi lettori. Il libro è una molla narrativa per le nostre emozioni, permettendo così a un dibattito sottotraccia di uscire finalmente allo scoperto. Il tema del romanzo è il dolore, la capacità di affrontarlo e di essere una famiglia anche in due.

Di famiglia, anche se da un’altra angolazione, parla anche Romana Petri (classe 1965, responsabile della casa editrici Cavallo di Ferro, critica letteraria, traduttrice, ha vinto come scrittrice numerosi premi letterari, tra cui il Rapallo e il Grinzane Cavour), con il suo Figli dello stesso padre edito da Longanesi, storia di due fratelli figli dello stesso padre ma nati da due madri differenti. E qui finiscono le loro affinità, tutto il resto è battaglia. La Petri ci offre un romanzo di passioni forti, focalizzato sulla famiglia e sul dolore che in essa si annida. Testo dalla struttura più classica rispetto a quelle proposte dai suoi colleghi finalisti, Romana Petri incentra molta della sua storia sulla figura del padre dei due protagonisti, che permane ingombrante e presente durante tutta la narrazione.

 
E arriviamo al grande favorito, almeno secondo le agenzie, ossia Alessandro Perissinotto (classe 1964, scrittore, traduttore e professore universitario nella sua Torino, conosciuto soprattutto per la sua trilogia di romanzi gialli che hanno come protagonista la psicologa Anna Pevesi), che presenta attraverso la sua casa editrice (Piemme) Le colpe dei padri. Romanzo che incentra la propria chiave stilistica sul dubbio. Dubbio che il lettore avverte crescere forte sotto la narrazione della vita del protagonista: Guido Marchisio. Dubbio che andrà a scardinare tutte la sua vita perfetta da quarantenne di successo, dubbio che lo costringerà a osservare il nostro presente tra crisi economica, posti di lavoro che si dissolvono e suicidi, un presente che è figlio di un passato, ancora nascosto sotto la polvere degli anni’70.

Per ultimo, ma certamente solo per ragioni anagrafiche, Walter Siti (classe 1947, scrittore, saggista, che associamo subito al nome di Pasolini, di cui Siti ha curato l’edizione completa delle opere, anche nei Meridiani di Mondadori), che continua a battere il campo della contemporaneità con il suo Resistere non serve a niente edito da Rizzoli, offrendo al lettore un’istantanea del nostro tempo, sulle spalle di Tommaso, matematico convertito a mago della finanza, grazie al quale osserviamo un mondo in cui il denaro comanda e deforma e le scelte, soprattutto quelle coraggiose, quelle con cui abbiamo iniziato parlando del romanzo di Paolo Di Paolo, che non solo dai personaggi di Siti non vengono compiute, ma divengono inequivocabilmente quelle sbagliate.


domenica 16 giugno 2013

Una parola, un verso: trentaquattresima – intimità. Viaggio nella mente di Hanif Kureishi.


estratto dell'opera History of the World
di Rob Pruitt
Cominciamo proprio da una parola: disposofobia. Se la ignorate, siete fra il 99% della popolazione sana e va tutto bene, se invece sapete di cosa si tratta, beh, conserverete questo articolo per sempre, non male per un piccolo post.


La disposofobia o in inglese compulsive hoarding è una patologia ossessiva che porta a conservare in un luogo (di solito la propria abitazione) oggetti (senza mai riuscire a disfarsene) in così grande quantità da rendere impossibile la vita della persona che li conserva per "sovraffollamento". Qualche giorno fa stavo visitando la mostra Empire State al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dedicata ad alcuni artisti contemporanei rappresentativi della scena newyorkese ed ecco che mi trovo a fissare il sedere di un immenso dinosauro smaltato che osserva preoccupato e perplesso tutti gli oggetti che ammassiamo in casa e forse pensa: “Ma cosa ci faranno con tutta questa roba questi umani?”

Già, cosa ci facciamo con tutta questa roba che invade la nostra intimità e la sovrasta? E le emozioni? Esisterà un compulsive emotional hoarding? Persone che si fanno carico di tutte le varianti emotive di chi li circonda a tal punto da non riuscire a fare più nulla? Lì, bloccati come quei dinosauri (opera del sardonico Rob Pruitt) smaltati, a fissare la valanga di emozioni altrui, vere o presunte, stratificarsi così tanto sulle proprie da annullarle?
Il mio pensiero è corso al libro di Hanif Kureishi Nell’intimità (Intimacy – Faber and Faber, London, 2008 – in Italia edito da Bompiani), che si svolge tutto compresso in una notte e nella testa di Jay, marito e padre che sta per lasciare tutto il proprio “peso emozionale” per ricominciare ad ascoltare se stesso o forse sta solo compiendo l’errore più grande della sua vita e ciononostante non può farne a meno, ciononostante è convinto che «se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo [1]
E quindi Jay forse sta guarendo dalla disposofobia emozionale o forse si sta illudendo di poterlo fare e quindi parla, parla con se stesso e in se stesso e si osserva e osserva gli altri senza concedere nulla, ben conscio di concedere ancora troppo, mentre tutti, fuori e dentro di lui, lo accusano solo di essere un egoista. Perché se ci si abitua a fare tutto quello che ci viene detto e a provare tutto quello che ci viene imposto, crearsi un se stesso piccolo, piccolo, nascosto, in cui vivere una vita segreta non basterà per sempre.
E allora, un giorno, non riusciremo ad addormentarci, perché le cose che avremo intorno non ci piaceranno e desidereremo imparare «ad aspettarci di essere trattati con gentilezza dalla gente [2]» e da noi stessi, a pensare che ciò che abbiamo non è automaticamente ciò che si deve essere.
Perché nell’intimità, quella vera, quella profonda, lasciare le emozioni degli altri per trovare le proprie sarà brutto ed egoista, ma sarà anche piacevolmente necessario.

[1] = da pag. 7 di Nell'initimità di Hanif Kureishi - Bompiani - IX edizione - novembre 2008.
[2] = da pag. 102 di Nell'initimità di Hanif Kureishi - Bompiani - IX edizione - novembre 2008.

domenica 9 giugno 2013

“Paperiare” nei sogni: De Filippo secondo Servillo.

Quanto può essere reale un sogno? Molto più della vita stessa, se a essa si sostituisce e si sovrappone, scuotendola appena, eppure abbastanza da far scorgere tutto quello che va nascosto.

Tutti noi avremo avuto una madre, un nonno, uno zio, magari una noiosa cugina che ci faceva notare che quel comportamento proprio non andava, che sì, potevamo anche metterlo in atto, che lei ci comprendeva persino, ma che non per questo quell’azione doveva essere resa palese.

Perché la forma è sempre presente, la forma è tutto, la forma è così pervasiva da poter diventare l’unica nostra sostanza. Quello che pesano gli altri, quello che dicono gli altri, quello che fanno gli altri alle nostre spalle, perché gli altri sono capaci di tutto e noi non ci fidiamo mai davvero di nessuno. Perché i tempi sono cupi e la tracotanza è diventata legge e l’etica è solo una parola confusa che non sa bene dove andare.

E allora parliamo di sogni. Come quello che ci presenta Edoardo De Filippo all’inizio del suo Le voci di dentro [1], quando Maria, la cameriera della famiglia Cimmaruta, con le movenze da geisha accelerata che spara turbinii napoletani come se fossero colpi del suo ventaglio, racconta di un verme con l’ombrello. Con quel verme Maria va a braccetto sotto la pioggia nei suoi sogni, ma poi le viene sete, sempre più sete e allora il verme le chiede di uccidere un pezzente, solo così potrà bere. È una persona da nulla, una cosa da nulla e allora perché non farlo. Così la cameriera dei Cimmaruta uccide e al posto del pezzente vede sorgere una fontana da cui sgorga solo sangue.

Da questo incipit nebuloso e carico di nefasti presagi, si muove la pièce di Edoardo ambientata alla fine della seconda guerra mondiale, in una realtà cupa in cui tutto, soprattutto il male, è stato sdoganato, legittimato e praticato. Un’epoca che ha molte affinità con la nostra, pur essendo portatrice della grande scusa della guerra di cui la nostra non può ancora fregiarsi.
Ma a pensarci bene, una guerra c’è anche per noi ed è quella dentro la nostra anima, quella che Edoardo sa perlustrare così bene, riuscendo a farci ridere di noi stessi e a farci inorridire di noi stessi, senza neanche rendercene conto; abilità che Beppe e Toni Servillo hanno distillato con maniacale perfezione nella loro messa in scena [2] delle Voci di dentro, iniziandoci a un viaggio fonemico e ritmico senza uguali.

La capacità di Toni Servillo di unire le parole in un unico flusso di pensieri in libertà è tale che avrebbe generato l’invidia in Virginia Woolf. Come le candele che si fanno in casa Cimmaruta, Servillo (in arte Alberto Saporito) è fatto di più strati di privazioni e di dolore, che posti gli uni sugli altri si trasformano in candore inatteso. Alberto dice ciò che non pensa e pensa ciò che non dice, ma alla fine bugia e verità si fondono e la candela di parole che ne risulta è inestinguibile faro sulle “piccinerie” umane.
E quando Alberto Saporito parla con suo zio (Nicola), che ha scelto di rimanere muto per il resto della sua vita avendo capito che l’umanità è sorda (meraviglioso personaggio dal sapore beckettiano, che si esprime sulla scena solo attraverso lo scoppio dei suoi mortaretti), sembra anche a noi di comprenderlo, sembra anche a noi di aver superato la forma delle cose, contemplando una sostanza che nessuno può permettersi di fissare troppo a lungo.

domenica 2 giugno 2013

Inch by inch: è così che il Mercato dell'editoria ha ripreso a muoversi all’ultima edizione del Salone del Libro di Torino.

La XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino si è conclusa da poco più di dieci giorni e arrivano i consuntivi ufficiali a dimostrare che il core delle vendite librarie si sta spostando non solo dalle librerie fisiche a quelle virtuali, spesso con interessanti blended (connubi che utilizzano entrambe le leve, vedi www.ibs.it dopo il suo acquisto dei punti vendita di MelBooks in Italia), ma anche dagli scaffali degli store a quelli delle fiere, che sempre di più rappresentano per gli editori un importante momento non tanto e soltanto di vetrina, ma proprio di cassa.


Il 29 maggio sono stati pubblicati i dati ufficiali del Lingotto ed ecco spiccare, in un paesaggio catastrofic-apocalittico come quello in cui si muove l’editoria ed il Paese, un +20% sulle vendite negli stand rispetto all’anno precedente. E se in parte questa percentuale è dovuta all’effetto Roberto Saviano, che con il suo Zero Zero Zero ha portato la sua casa editrice (Feltrinelli) a vincere la palma d’oro per l’incremento di vendite durante la fiera, ben + 40% rispetto al 2012, nonché alla presentazione del nuovo libro di Dan Brown Inferno che ha contribuito a garantire a Mondadori un + 15% (ma una parte è da attribuire anche a Oltre la rottamazione di Matteo Renzi), scorrendo i dati si capisce che questo trend è generalizzato e pervasivo, andando a toccare anche le case editrici più piccole (Sellerio +26%, Iperborea +25%, minimum fax +15%, Zandonai +15%).

Risultati ancora più interessanti, se comparati al numero di visitatori (circa 320.000) stabile rispetto all’anno precedente. Ciò vuol dire che a parità d’ingressi ci sono stati molti più acquisti di libri e questo è un dato su cui gli editori possono riflettere: non soltanto i lettori non si sono ancora estinti, ma ci sono possibilità di crescita.


È proprio nei periodi più foschi che nascono gli scrittori e le storie più interessanti, storie che possono aiutare i lettori ad alzare la testa dalle tasse, dal lavoro che si prosciuga, dalle istituzioni che falliscono e non se ne accorgono, dai soldi che mancano. Non perché il libro debba diventare un oppiaceo a basso costo, bensì per stanare e abbattere l’oppiaceo che più di tutti si annida nelle nostre coscienze: l’ignavia. E allora forse chi ha partecipato alla XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino oltre alle foto e gli autografi di David Grossman, Vinicio Capossela, Roberto Saviano, Umberto Eco, Francesco De Gregori e Luis Sepùlveda, avrà portato con sé anche la possibilità di una diversa visione della propria realtà, racchiusa nelle pagine dei titoli scelti.
Che sia il bestseller di Peppapig o l’Educazione siberiana di Lilin poco importa, quello che conta è che riesca ad aprirci nuove strade e nuove idee che non permetteremo a nessuno di sprecare. Come diceva Al Pacino in Any Given Sunday (film di Oliver Stone del 1999): «Inch by inch» (letteralmente “pollice per pollice”, dove il “pollice” è l’unità di misura utilizzata da inglesi e americani al posto del centimetro. 1 inch = 2,54cm). Centimetro per centimetro, senza mai fermarsi, le nostre idee vanno radicate, stimolate e difese e i libri sono, da sempre, un ottimo alleato.