domenica 16 giugno 2013

Una parola, un verso: trentaquattresima – intimità. Viaggio nella mente di Hanif Kureishi.


estratto dell'opera History of the World
di Rob Pruitt
Cominciamo proprio da una parola: disposofobia. Se la ignorate, siete fra il 99% della popolazione sana e va tutto bene, se invece sapete di cosa si tratta, beh, conserverete questo articolo per sempre, non male per un piccolo post.


La disposofobia o in inglese compulsive hoarding è una patologia ossessiva che porta a conservare in un luogo (di solito la propria abitazione) oggetti (senza mai riuscire a disfarsene) in così grande quantità da rendere impossibile la vita della persona che li conserva per "sovraffollamento". Qualche giorno fa stavo visitando la mostra Empire State al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dedicata ad alcuni artisti contemporanei rappresentativi della scena newyorkese ed ecco che mi trovo a fissare il sedere di un immenso dinosauro smaltato che osserva preoccupato e perplesso tutti gli oggetti che ammassiamo in casa e forse pensa: “Ma cosa ci faranno con tutta questa roba questi umani?”

Già, cosa ci facciamo con tutta questa roba che invade la nostra intimità e la sovrasta? E le emozioni? Esisterà un compulsive emotional hoarding? Persone che si fanno carico di tutte le varianti emotive di chi li circonda a tal punto da non riuscire a fare più nulla? Lì, bloccati come quei dinosauri (opera del sardonico Rob Pruitt) smaltati, a fissare la valanga di emozioni altrui, vere o presunte, stratificarsi così tanto sulle proprie da annullarle?
Il mio pensiero è corso al libro di Hanif Kureishi Nell’intimità (Intimacy – Faber and Faber, London, 2008 – in Italia edito da Bompiani), che si svolge tutto compresso in una notte e nella testa di Jay, marito e padre che sta per lasciare tutto il proprio “peso emozionale” per ricominciare ad ascoltare se stesso o forse sta solo compiendo l’errore più grande della sua vita e ciononostante non può farne a meno, ciononostante è convinto che «se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo [1]
E quindi Jay forse sta guarendo dalla disposofobia emozionale o forse si sta illudendo di poterlo fare e quindi parla, parla con se stesso e in se stesso e si osserva e osserva gli altri senza concedere nulla, ben conscio di concedere ancora troppo, mentre tutti, fuori e dentro di lui, lo accusano solo di essere un egoista. Perché se ci si abitua a fare tutto quello che ci viene detto e a provare tutto quello che ci viene imposto, crearsi un se stesso piccolo, piccolo, nascosto, in cui vivere una vita segreta non basterà per sempre.
E allora, un giorno, non riusciremo ad addormentarci, perché le cose che avremo intorno non ci piaceranno e desidereremo imparare «ad aspettarci di essere trattati con gentilezza dalla gente [2]» e da noi stessi, a pensare che ciò che abbiamo non è automaticamente ciò che si deve essere.
Perché nell’intimità, quella vera, quella profonda, lasciare le emozioni degli altri per trovare le proprie sarà brutto ed egoista, ma sarà anche piacevolmente necessario.

[1] = da pag. 7 di Nell'initimità di Hanif Kureishi - Bompiani - IX edizione - novembre 2008.
[2] = da pag. 102 di Nell'initimità di Hanif Kureishi - Bompiani - IX edizione - novembre 2008.


Una parola, un verso: intimità

intimità s. f. [der. di intimo]. –

1. Carattere di ciò che è intimo: i. di rapporti. In partic., relazione d’amicizia, di confidenza, di stretta familiarità. Talora si riferisce piuttosto ad ambienti dove uno si trovi fra persone intime, tra familiari: l’i. della casa, del focolare domestico. In senso spirituale, la parte intima, più segreta di sé: nell’i. del proprio animo.

2. In senso concr., al plur., le intimità, le parti intime del corpo umano (spec. femminile).

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