martedì 29 dicembre 2009

Cosa hanno in comune Virginia Woolf, Alexander Solženicyn e Jean Paul Sartre?

Negli ultimi giorni, pensando a come far continuare la nostra storia, mi sono trovato a coltivare l’idea di nuove relazioni fra questi tre grandi autori.

Intanto hanno noi in comune. Non soltanto devoti lettori, ma anche scrittori che hanno costruito, anche su di loro, un’idea di racconto che non può accontentarsi.

Penso che questi autori abbiano in sé, profondamente radicata, la volontà di cambiare e di quel cambiamento abbiano fatto, nello stile e nel tema, la loro patria, la loro riserva di sensi scomodi cui attingere per scuotere il mondo.

Come cultori dell’imago non possiamo però evitare di chiederci quale sia il limite fra volontà e possibilità.

Quanto ci sarebbe oggi della Virginia scrittrice senza la Virginia generatrice di immaginazione? Senza la donna che era capace di creare nella sua mente milioni di alternative di vita per un personaggio, per sopperire all’insoddisfazione della sua. L’instancabile Clarissa le faceva crescere, cambiare, sbagliare e poi sparire, alla ricerca dell’unico vero carattere giusto per incarnare quel pensiero.

E Solženicyn? Quanta dose d’immaginazione gli sarà servita per sfuggire alla pazzia, caldo rifugio per chiunque altro avesse subito i gulag, l’esilio, la malattia, l’odio e l’amore della sua apparentemente imperturbabile patria?

Eppure l’immaginazione di Solženicyn è lì, imperterrita, in ogni sua pagina, in ogni attesa fremente di Kostoglotov e sospiro rassegnato di Vera Gangart, attori imperterriti del suo Padiglione Cancro.

È lì e non si sposta per fare spazio alla vita che incombe.

E Jean Paul Sartre? Diceva che nessun tribunale al mondo era in grado di giudicare la sua opera. Non dirò nulla quindi della forza della sua voce, della volontà di rottura con tutto e con tutti che ha iniettato nelle parole dei suoi personaggi. Dirò soltanto che alcuni viaggiano ancora nella mia mente, anche a distanza di mesi dalla loro scoperta, cercando spazio per proliferare in idee.

Lascio a voi come al solito la parola e aspetto idee per far andare avanti la storia della nostra Clarissa, del pasticciere Sebastiano e del fantomatico archettaio.

venerdì 11 dicembre 2009

Il Pasticciere e il suo rumore





Ve la ricordate la nostra storia?


Dopo aver scelto a maggioranza il secondo incipit, siamo alle prese con la piccola Clarissa, che pensa che le parole abbiano un’anima e non sa come Catalogare “archettista” e con Sebastiano, il padre di Clarissa, un pasticciere.



Riprendiamo proprio da lui la nostra storia:

(Ultimo passaggio del post “la scelta” del 10 novembre 2009)

Un vecchio pasticciere che si preoccupava di cose talmente concrete da sfigurare dinanzi agli arguti silenzi di sua figlia. A volte, durante la notte, si svegliava di soprassalto. Si trattava sempre dello stesso sogno. Sebastiano si vedeva a lavoro, nella sua piccola bottega, mentre preparava la sua famosa crema pasticciera al mandarino, la ricetta che aveva reso inimitabili le sue minuscole millefoglie. Delizie impalpabili di tre centimetri per cinque, così friabili e leggere, da sciogliersi al primo contatto con l’interno della bocca, senza però rompersi quando venivano prese in mano. Il passaggio dalle mani alla bocca, senza alcun contrattempo, era fondamentale per Sebastiano. Era in quel secondo che il dolce rilasciava la sua promessa di sapori ed era allora che la mente del suo compratore avrebbe ipotizzato la sensazione che quel minuscolo oggetto avrebbe creato a contatto con la sua lingua, aspettativa che veniva regolarmente superata dalla realtà. Nel suo sogno però Sebastiano scopriva che la crema che stava preparando prendeva vita e lo inghiottiva, sputandolo poi poiché era rimasta delusa dalla fragranza del suo creatore. Sebastiano si ritrovava allora seduto al centro del letto,con la coperta sopra la testa, non riuscendo a controllare i suoi piedi che avrebbero continuato a tremare fino all’alba.



Era allora che lo sentiva.



Prima soffuso, poi sempre più potente. Legno che scricchiolava, troppo fragorosamente e ritmicamente per essere casuale. “Il rumore di chi non vuole fare rumore.”



mercoledì 2 dicembre 2009

Non è l'inizio di una barzelletta

Cosa ci fanno sei scrittori che più diversi non si può in un mercatino vintage di giovedì pomeriggio?

a) Sono lì per caso, alla ricerca di una bussola in finta madreperla che li possa guidare verso una parola nuova?

b) Si sottopongono ad una violenza gratuita, nel vedere quanti soldi è disposta a spendere una persona per un paio di occhiali di plastica viola dalla foggia improbabile, invece di comprare un loro libro?

c) Hanno deciso di impossessarsi dell’”anima” di un espositore, per forgiare un caleidoscopico personaggio per uno dei loro racconti?

d) Sono lì per incontrare un pittore che espone le sue opere e che forse gli potrebbe concedere un piccolo spazio per declamare ad una folla di maniaci dello shopping versi di insopprimibile tristezza?

Se avete scelto la riposta a) siete persone con un certo equilibrio mentale, nonché con un notevole senso di autoironia. Di fatto quindi non siete degli scrittori.

Se invece vi siete avventurati a preferire la risposta b) siete dei sostanziali sadomasochisti, il che vi fa già guadagnare qualche punto nella lunga marcia verso il set di nevrosi in continua lotta fra di loro, proprie di ogni scrittore che si rispetti, ma non abbastanza da scegliere la risposta giusta.

Se avete tentato di stupirmi, scegliendo la c), cercando di sfoggiare un’attenta analisi del personaggio che parte dalla realtà per trasformare il vero in verosimile, siete degli esibizionisti, desiderosi di continua approvazione. Ottima cosa, intendiamoci, ogni scrittore, seppur pronto a negarlo fino alla morte, è un po’ esibizionista, altrimenti terrebbe tutto quello che scrive per sé. Non sareste però ancora arrivati alla verità.

Se avete infine scelto la d), eravate uno degli scrittori che ha movimentato con me quel fatidico giovedì pomeriggio. Uno dei folli che, senza alcun esitazione, almeno non abbastanza forte da fermarlo, è salito su una scalinata nel bel mezzo del mercato e aggrappandosi ad un traballante microfono ha iniziato a declamare la sua più incresciosa analisi introspettiva ad una folla, decisamente ridotta vista la crisi , di compratori annoiati.

Risultato: non siamo andati oltre la seconda lettura. Diciamo che a causa di un approccio limitante delle più sacre libertà d’espressione dell’essere umano siamo stati invitati a lasciare il mercato in questione, rei di aver proposto un testo troppo aderente al linguaggio corrente.

Depressione? Rammarico? Senso di impotenza per l’ennesima difficoltà sulla via della promozione dei nostri lavori? Nulla di tutto questo.

Dopo aver trascorso una buona mezz’ora a riepilogare l’accaduto fra di noi, in modo da dare a tutti la possibilità di aggiungere un particolare interessante, inventato o non, iniziando già a tessere la trama di una storia, l’euforia, generata dal fallimento, aveva preso possesso del nostro spirito, pronti a combattere insieme contro il mondo che ci obbligava al silenzio.

Vi sembra folle?

Avete scelto allora la risposta a)

domenica 22 novembre 2009

Immersi nelle foglie

Se a qualcuno capitasse di andare a Villa Borghese in questi giorni, spinto da un'irrefrenabile esigenza ad isolarsi, sorbendo quegli inaspettati vuoti di mondo che anche Roma può concedere, potrebbe accadere di percorrete il largo viale che porta davanti alla Galleria Borghese, magari, come me, per andare a vedere la mostra di Caravaggio e Bacon e magari, come me, senza riuscire ad entrare per sovraffollamento.
Potreste trovarvi allora a prendere un viale a caso, fra quelli meno battuti, di quelli non asfaltati o pavimentati, coperti, in questo periodo, da una tessitura complessa di foglie morenti.

Il vostro cervello continuerebbe a correre, inseguendo quell'altro voi stessi. Quello più sicuro, creativo, assertivo e infallibile. Quello che odiate e bramate, quello che non riuscite a comprendere del tutto, ma che vorreste imitare.

Poi, senza alcun preavviso, SILENZIO.

La luce del mattino ancora indeciso, si infiltrerebbe con difficoltà nel sottobosco dove potreste trovarvi a camminare, rendendo più lontano e vellutato ogni pensiero. Correnti ocra e arancio vi limerebbero le idee, costringendovi a sedere, a stendervi, a guardare in alto.

Una danza curiosa, anime in cerca di ricordi da coprire, foglie di attesa che si infrangono lievi sopra ogni vostro respiro.

Secondi di essenza solo per voi spremuti.

E la consapevolezza che per una volta è toccato a voi aprire i sensi e gioire.

martedì 10 novembre 2009

La scelta

Ed eccoci al passo più difficile: continuare a scrivere, trasformando l’incipit in una scelta.

Tuffarsi in un mare in tempesta, senza esperienza di nuoto e con un salvagente più piccolo del necessario può sembrare estremamente semplice. È nuotare senza sosta fino ad un ignoto approdo, pronti a ributtarsi in acqua se la terra conquistata non è la nostra, la sfida più grande che attende l’aspirante scrittore.



Visto che la maggioranza si è espressa, partiremo dall’incipit n.2.


E come al solito: “A voi la prossima mossa!



“Clarissa!”


“Clarissa, mi senti? Smettila di imbambolarti e vieni giù, c’è gente.”



“C’è gente.” Clarissa poteva vederli quei suoni. Si conficcavano nelle sue orecchie chiedendo attenzione. Pretendendo di essere decodificati in un pensiero, utilizzati per attivare un’azione.


“C’è gente.” Suo padre voleva un aiuto in negozio. Voleva che sua figlia smettesse di isolarsi, resistendo ore senza parlare, nascosta in una soffitta piena di vecchi pezzetti di legno. Archetti rotti, appartenuti al precedente proprietario del negozio.


Un archettista. Che strana parola. Clarissa pensava che le parole avessero un’anima. Ce n’erano di buone o cattive. Arroganti o timide. Gioiose, pronte ad esploderti in bocca, spalancandosi in una risata, o aspre, ideate per ferire l’interlocutore. “Archettista”. Clarissa doveva ancora decidere come classificare questa parola, ma di sicuro le piaceva.


Mentre scendeva le scale che l’avrebbero riportata sullo stesso piano del mondo rispetto a suo padre, Clarissa dondolava gli ultimi pensieri, rigirandoseli nella testa per capire in quale idea potessero incastrarsi meglio.


Poi saltò sull’ultimo gradino, aveva deciso: avrebbe trovato il modo di conoscere l’archettista. Solo così avrebbe potuto classificare quella parola con la dovuta attenzione. Solo così sarebbe stata sicura di associare a quel suono la giusta sensazione.


“Eccomi papà, mi avevi cercato?”


Sebastiano evitò di incrociare gli occhi di sua figlia. Aveva imparato a distrarsi strategicamente all’arrivo di Clarissa, come se lucidare il cristallo del bancone o ripiegare i grembiali bianchi con impresso il nome della sua pasticceria, diventasse un’operazione vitale per il buon esito dei suoi affari.


Non aveva mai capito perché, ma quegli occhi grigio azzurri lo destabilizzavano. Uno sguardo di Clarissa riusciva a scomporre la volontà paterna in un esercito di dubbi, determinati, lucenti, protetti da un’armatura di commiserazione per quel banale ometto. Un vecchio pasticciere che si preoccupava di cose talmente concrete da sfigurare dinanzi agli arguti silenzi di sua figlia.

mercoledì 28 ottobre 2009

Incipit 2

Dopo esserci riscaldati con le parole evocative, vi propongo un nuovo incipit per la nostra storia.
Il primo non ha suscitato particolari reazioni fra gli imagisti, allora ve ne propongo un altro, mantenendo solo il nome del nostro personaggio.

“Clarissa!”
“Clarissa, mi senti? Smettila di imbambolarti e vieni giù, c’è gente.”

“C’è gente.” Clarissa poteva vederli quei suoni. Si conficcavano nelle sue orecchie chiedendo attenzione. Pretendendo di essere decodificati in un pensiero, utilizzati per attivare un’azione.
“C’è gente.” Suo padre voleva un aiuto in negozio. Voleva che sua figlia smettesse di isolarsi, resistendo ore senza parlare, nascosta in una soffitta piena di vecchi pezzetti di legno. Archetti rotti, appartenuti al precedente proprietario del negozio.
Un archettista. Che strana parola. Clarissa pensava che le parole avessero un’anima. Ce n’erano di buone o cattive. Arroganti o timide. Gioiose, pronte ad esploderti in bocca spalancandosi in una risata o aspre, ideate per ferire l’interlocutore. “Archettista”. Clarissa doveva ancora decidere come classificare questa parola, ma di sicuro le piaceva.

martedì 13 ottobre 2009

nomi propri e termini

Si era detto nomi propri e termini.



La definizione in questione è stata coniata da Leopardi nel suo “Zibaldone”. Semplificando il pensiero del poeta, i suoi adoratori non me ne vogliano, egli sosteneva che esistono “nomi propri” e “termini”. I primi riescono a scuotere l’animo umano, generando tutta la serie di sensazioni e contrasti che ci portiamo dietro dalla nascita e che alimentiamo con la nostra esistenza, i secondi nascono dal tentativo di sterilizzare la parola, propria degli scienziati, privandola del suo contatto con le persone che l’hanno utilizzata ed integrata in una esperienza.


Esempio: per parlare di una casa potremmo usare la parola “focolare”. Ci troveremmo di fronte ad un “nome proprio” nella classificazione leopardiana, la casa in cui troviamo riparo, ma anche le origini, la famiglia, un luogo protetto, le esperienze vissute, etc.


Diverso il caso della parola “edificio”. Saremmo di fronte ad un “termine”, il tentativo di rendere asettica una parola, evitando o almeno riducendo le opportunità per la nostra immaginazione di attivarsi.



Ho letto un passo con questa teoria da poco e ne sono rimasto folgorato. Ciò che trasforma l’essere umano in libero pensatore è racchiuso in questo piccolo spazio di opacità?


Mi piacerebbe avere il vostro punto di vista.

martedì 6 ottobre 2009

Tempi complessi

Carissimi imagisti,

scusate per il ritardo con cui aggiungo un nuovo post, ma i tempi sono sempre più complessi.

O almeno è questo che molti ci dicono con aria perplessa, mentre fingono di rituffarsi in un pensiero profondo, nervoso, tagliente e fatalmente superiore ai nostri banali problemi.

Ma se tutti sono connessi a pensieri prioritari, eliminando dalla loro mente tutto ciò che considerano in eccesso rispetto ai "tempi complessi" e scortesemente ridotti con cui ci confrontiamo, chi penserà a coccolare le fantasticherie che ci permettono di sopravvivere ai suddetti "tempi complessi"?

Bel dubbio o nevrosi di una sera sbagliata?

Vi sto riempendo di domande lo so, ma non mi frequentate anche per questo?

Pensateci e scrivetemi.

La prossima volta riprenderemo a pensare alla storia della nostra povera Clarissa e parleremo un pò di nomi propri e termini.



Vi aspetto

domenica 20 settembre 2009

Scavando nelle miniere...dietro i personaggi


Cosa accadrà a Clarissa?
Uscirà dalla sua casa insonorizzata?
Spiegherà perché ha scelto proprio i bonsai per il suo terrazzo?
Capiremo perché è così importante per lei riuscire a scegliere, imponendo il suo volere a qualcun altro?
Clarissa sarà il nostro protagonista o semplicemente uno dei tanti personaggi che sorvolerà la nostra storia, tentando di picchiettarla di verosimile essenza?



Lo scrittore che è in noi ha già deciso. Dovrebbe aver già deciso, almeno secondo le logiche dei boschi narrativi di cui abbiamo accennato la settimana scorsa. È giusto pensare che ogni particolare, ogni vezzo addossato ad un nostro protagonista dovrebbe essere figlio dell’idea principale che sottende alla nostra storia? Giusto, nulla dovrebbe essere casuale.


Giusto. Eppure, in imago2.0, la tentazione di sconvolgere le logiche è così violenta da smussare le più solide fra le regole di scrittura creativa. Dopo tutto chi decide l’evoluzione della nostra storia? Non una sola testa. Non un unico “Io”narrativo intrappolato nella mente dello scrittore. Qui di decisori ne abbiamo potenzialmente tanti e l’unica modalità che possiamo usare per andare avanti è il maggioritario corretto. Ossia vince la maggioranza, se decide di esprimersi con un post, con la possibilità, da parte mia, di correggere il tiro, per garantire al lettore di capirci qualcosa.


Quindi, prima di proseguire con il nostro racconto, vi consiglio di rileggere le domande con cui abbiamo iniziato questo post, cercando di trovare più di una risposta possibile per ogni quesito, fermandovi solo quando sarete sicuri di aver scavato il più possibile nelle miniere di emozioni e idee confuse che si agitano dietro il nostro personaggio. Solo allora, scrivetemi e rivelatemi come proseguiremo.


Sono molto curioso!

lunedì 14 settembre 2009

Boschi narrativi con o senza regole?

Stroncati dall’emozione?

Paralizzati dalla miriade di idee incontrollate che l’incipit vi ha costretto a generare?
Interdetti fra due possibili capoversi, entrambi perfetti per continuare la nostra storia?

No, vi prego, non lasciate che la vostra emotività prenda il sopravvento. Il lavoro dello scrittore è, ahimè, soggetto a numerose regole di pura razionalità, fra cui la necessità di nutrirsi della propria emotività, ripulendola però di ogni possibile eccesso, di ogni potenziale distrazione dall’obiettivo: portare a casa la storia. Nulla vi deve fermare. Una volta attivata, la vostra immaginazione tenterà più volte di depistarvi, proponendovi decine di strade diverse da percorrere per arricchire/modificare l’idea originale che vi ha fatto iniziare a scrivere la vostra storia. Nuovi intrecci, personaggi, caratterizzazioni da inserire nel vostro racconto.
Attenzione! Dovreste sempre chiedervi: “E’ in linea con la mia storia?”
Se non riuscite a rispondere, buttate tutto e ricominciate daccapo.

“Ma come? - direte voi a questo punto (o almeno lo spero) – ci hai rimbambito con la necessità di liberare la nostra immaginazione, senza vincoli o preconcetti, partendo da qualsiasi idea potesse sorvolarci la mente e ora ci parli di regole?”

Prima libertà assoluta, poi, quando siete abbastanza sicuri di aver centrato un tema su cui avete tanto da dire, su cui non potete fare a meno di dire, qualche regola è necessaria, tanto per non rimbambire l’incauto lettore che oserà curiosare nelle vostre menti.
Tenete conto che ha sicuramente già tanti problemi con la sua.

Quindi lasciate libero sfogo alle vostre visioni narrative e poi scegliete e proseguite il cammino, avrete sempre la possibilità di perdervi al successivo incrocio.

A questo proposito vi consiglio un testo che mi ha chiarito molti dubbi. Si tratta di “ Sei passeggiate nei boschi narrativi” di Umberto Eco. Lo so, avete deglutito con difficoltà leggendo titolo e autore, ma vi assicuro che pur non disdegnando approfondimenti tecnici sulla struttura di un testo, Eco mette in relazione approcci stilisti apparentemente contrapposti, dimostrando l’esistenza di regole comuni o abbozzi di esse tra Omero e Shakespeare, passando per Cappuccetto Rosso e Molly Bloom.

Mi fero qui e aspetto vostre. Come al solito anche di totale disaccordo.

lunedì 7 settembre 2009

L'incipit

Siete pronti?
Beh, in ogni caso ci siamo. Quindi mettetevi comodi sulle vostre poltroncine ergonomiche, questa volta tentando di evitare di sedervi tutti incurvati, tirate fuori le vostre cuffiette, selezionate la musica che preferite, qualcosa di essenziale e dal ritmo costante, qualcosa che scorra nella vostra testa predisponendovi all’ascolto, alla scoperta di un nuovo modo di essere che vi permetta di essere liberi da ogni pregiudizio o almeno disposti a riconsiderarlo.

Ci siete?
OK, allora partiamo.


“Clarissa amava guardare il rumore della città mentre tentava invano di entrare nella sua casa. Nelle prime ore del pomeriggio, soprattutto se di una giornata assolata, si metteva seduta sul suo divano in pelle gialla, le gambe incrociate in posizione yoga, il palmo delle mani ben piantato sulla superficie del divano intorno a lei, le braccia tese, spingevano senza sosta in direzioni contrapposte, quasi fossero tiranti di un’asta troppo alta piantata su un terreno troppo ventoso.
Nessun rumore. Solo riflessi di esso. La casa di Clarissa era stata completamente insonorizzata per scelta del suo architetto, in modo che nessun suono potesse disturbare la pace dei suoi pazienti. Enormi vetrate correvano lungo il suo appartamento, mostrando agli occhi dei visitatori una vasta raccolta di bonsai, posizionata su una struttura piramidale appositamente creata da un fabbro toscano su disegno di Clarissa, il tutto incastonato da un immenso terrazzo ovale, che si apriva senza ritegno su una distesa di vecchi coppi.
Clarissa amava guardare quella frenesia ovattata, quei continui movimenti silenziosi con cui il mondo voleva dimostrare di esistere, con o senza di lei. A volte si fissava su un particolare, le bastava un minuto, l’ombra della mantovana della tenda corteggiata dal vento, l’insistenza di una bustina di plastica che continuava a spingere contro le vetrate per entrare, la minuscola foglia di un bonsai che stentava a staccarsi dal ramo, aspettando che gli occhi della sua padrona fossero pronti a coglierne il balzo. Tutto sembrava uno spettacolo ideato per lei dal rumore. Il goffo tentativo di un prigioniero di essere liberato, riportato alla vita attraverso l’ascolto. Clarissa allora sorrideva, pensando che era piacevole decidere per qualcun altro. Se solo ci fosse riuscita anche fuori da quel minuto.”


Ed ora a voi, cari “imagisti” attendo riscontri e idee per continuare.

domenica 30 agosto 2009

Ritorno alla base

“Come sono andate le vacanze? Adesso le ferie sono davvero finite, bisogna ricominciare…”


“Sarà davvero dura riprendere l’anno, con tutto quello che ci attende poi…”


“Lo sai che non ci sono ponti fino a dicembre? Come faremo?!”

“Ti vedo stanco, non sei riuscito a riprenderti in questi giorni di vacanza?”


“Come sei abbronzato, te la sei spassata, eh? Ora è tempo di sudare e pagare lo scotto...”

“Se parti così ridotto a settembre come farai ad arrivare alla prossima estate?”


“Lo sai che il capo vuole coinvolgerci in un nuovo progetto che ci farà fare le 11 di sera ogni giorno per i prossimi mesi? Beh, d’altronde ti sei riposato in questi giorni, no?”


“Ah, già che tu non sei andato da nessuna parte quest’estate…”



E mi fermo qui.
OK, le ferie sono finite. So che giravate a vuoto da un paio di giorni, con il terrore che qualcuno vi incontrasse, condividendo con voi questa insopportabile ovvietà, condendola con una sana manciata di inoppugnabili verità miste ad una poderosa dose di brutte notizie. La gente si diverte molto a far deprimere gli altri per poter dire che alla fine la propria situazione non è così negativa. Lasciateglielo pensare. Voi avete un nuovo progetto, una valvola di sfogo, un condensato di creatività pronto ad aspettarvi.
Come di cosa sto parlando?
Ma di imago2.0 naturalmente. Non ve lo sarete già scordato…

Guardate che la vedo quell’espressione a punto interrogativo che ha assunto il vostro volto. Se non la trasformate all’istante in un smorfia di gioia inaspettata, posso ricominciare ad enunciare le ovvietà sul vostro rientro al lavoro.






Bene. Così va molto meglio.





Allora riprendiamo a parlare della nostra storia. E partiamo proprio dal vostro rientro al lavoro. Vi sentite tristi, depressi, insoddisfatti?
Ottimo! Chiedete in giro ad uno scrittore qualsiasi e vedrete quanto la depressione e una profonda insoddisfazione, mista ad un buon distillato di tristezza, siano strumentali per scrivere una pagina decente di narrativa. Non penserete che i Grandi autori del novecento siano diventati tali solo grazie al loro dono creativo o ad un grosso colpo di… (quattro lettere, inizia con la “C” e sta per “fortuna”)? Sofferenza ci vuole. E guardate che parlo per esperienza, come modesto scrittoruncolo del ventunesimo secolo ritengo che le mie pagine migliori siano figlie di spietata autoanalisi accatastata alla rinfusa sopra una piattaforma di insoddisfazione.
Quindi questo è il momento migliore per scrivere, per scrivermi.

Voglio ancora qualche idea da parte vostra prima di iniziare con la narrazione. Fino ad ora sono arrivate un paio di trame, qualche interessante incipit e una analisi del nostro protagonista che mi è molto piaciuta.
Riassumendo per i più distratti, ricordo cosa stiamo cercando di fare: iniziare a scrivere il primo testo co-prodotto della storia del web. Voi mi date le vostre idee su trama, personaggi, incipit, etc, ed io faccio da collettore di creatività e inizio a narrare una storia di cui voi stessi deciderete lo sviluppo, il tenore e ovviamente la fine.

Il tema che avete scelto per il nostro primo racconto è il cambiamento. L’idea che vi ho proposto e che molti hanno sposato è che il nostro testo parlerà della volontà di cambiare vita (lavoro, amici, carattere). Il protagonista, una persona che molti definirebbero “perfettamente integrata nella società” (ossia possessore di un televisore LCD, alcuni mobili di design, uno splendido SUV e una salutare avversione ai carboidrati), inizia a sentire attrazione per qualcosa di profondamente disdicevole.
Ho già avuto succosissime idee da parte vostra, ma sapete com’è…ne voglio ancora di più prima di iniziare.
Nella prossima uscita di imago 2.0 si materializzerà il nostro incipit.
A questo punto un “WOW”è la cosa più appropriata da dire.
A lavoro, su!

giovedì 13 agosto 2009

In attesa della trama...passiamo al blu

Salve carissimi "imagisti" o "imagonauti", posso osare due neologismi?

In attesa dei post che state ideando mentre vi arrostite al sole, intrappolati come sardine su spiagge superaffollate, con il vostro inseparabile ipod che tenta disperatamente di sottrarvi alle urla dei bambini che hanno deciso di giocare a pallone proprio intorno al vostro telo, imago non si ferma.
Come tutte le fucine di idee è costantemente in movimento, in trasformazione.
Per questo, al vostro rientro dalle vacanze, ben sapendo che la prima cosa che farete è andare a vedere cosa è successo su imago2.0 (almeno io devo crederci…), ho deciso di farvi una piccola sorpresa: un cambio di colori.

Ricordando che il cambiamento è alla base di tutte le innovazioni e che, come ci insegna Voltaire o Madonna (a seconda della scelta che preferite fare delle vostre icone), la ricerca di una strada diversa di comunicazione con le persone va sempre perseguita, ho pensato di inserire l’immagine ed il colore più adatti all'approccio che dovremmo avere come generatori di immaginazione: guardare in un'altra direzione. Spesso diametralmente opposta a quella in cui guarderemmo naturalmente, un territorio inesplorato e apparentemente poco rassicurante, indefinito, eppure così vicino a noi da diventare a volte imbarazzante.


Proprio ora, mentre cercate di evitare che il cane della signora dell’ombrellone vicino al vostro si impossessi delle vostre infradito e/o che suo figlio trasformi la vostra sdraio in un fortino di sabbia compressa, siete già in territorio inesplorato e non ve ne rendete conto.
Chi è la signora vicino a voi, che storia avrà, perché è così morbosamente attratta dai suoi cruciverba? E perché portare decine di riviste dedicate a questo sport mentale per una sola giornata di mare, sparpagliandole intorno alla sua sedia, fino a straripare sotto il vostro ombrellone?
E l’uomo che sta vicino a lei? Avete notato che in due ore non emesso un fiato? È rimasto immobile, come schiantato sulla sua sdraio, privo di forze, di vita. E’ infelice? Nervoso? Intimorito dalla retorica della donna che gli siede accanto, creatrice di cruciverba per riviste specializzate?
Guardatelo meglio, forse non ci avete fatto caso, ma circa ogni cinque minuti tenta di far sparire una delle riviste della donna, cospargendola di sabbia con la mano destra. Un gesto veloce, inaspettato, come se una pietra, una montagna, un oggetto a cui siamo abituati per la sua staticità compisse l’impossibile, per poi tornare alla sua immobilità. Il suo volto non muta espressione, i suoi occhi non tradiscono l’azione, nulla è avvenuto eppure qualcosa è cambiato.
Nessuno sembra farci caso, ma lì, proprio vicino a voi, c’è già una trama, una storia, pronta ad essere scoperta.
E allora che aspettate?
Attendo vostre.

mercoledì 29 luglio 2009

Ancora la trama - siete ancora lì?

Non mi vorrete abbandonare con un imponente tema (la ricerca di un cambiamento) senza una trama, seppur stiracchiata, da sviluppare, vero?!
Vi assicuro che è più facile di quello che potrebbe sembrare, sono certo che già siete degli esperti produttori di trame letterarie senza saperlo. Dite di no?
Scommettiamo che riesco a farvi cambiare idea?
Proviamo.









Partiamo da un'immagine, qualcosa di semplice. Tema: il risveglio.
Contesto
: è lunedì mattina e la vostra sveglia sta per suonare. Stranamente vi siete svegliati qualche minuto prima del volgare ed inappellabile bippare dello strumento di tortura che avete dolorosamente piazzato sul vostro comodino. Sempre sperando, segretamente, che possa s mettere di funzionare nel cuore della notte privandovi così del senso di colpa per essere arrivati tardi a lavoro.



Siete ancora storditi, ma non abbastanza da ignorare il fatto che di lì a 45 secondi dovrete prendere definitivamente coscienza del vostro corpo, della vostra vita e del fin troppo sottile spazio che vi separa dall’inizio di una nuova settimana “produttiva”. Ed ecco allora che, pur girandovi pesantemente dal lato opposto alla sveglia, la vostra mente parte, iniziando a creare, ad immaginare. A seconda del vostro carattere e del vostro grado di dipendenza dal lavoro, inizierete a produrre tutta una serie di possibili trame, di scenari che vi permetterebbero di evitare di alzarvi dal vostro letto di lì a 35 secondi:






a) State male, ovvero non siete proprio malati, ma se vi concentrate riuscite a sentire un profondo senso di disagio, che attaccatosi al vostro cervello come un parassita assetato di energia, vi impedisce di fare quello che diligentemente vorreste fare: andare a lavoro. Pertanto con sofferenza e vago senso di colpa, cedete e rimanete a letto fino a mezzogiorno. Immaginerete allora la telefonata al vostro capo, l'incertezza nella vostra voce, la sua risposta, cosà penserà, cosa penserete voi mentre parlate, cosa succederà in ufficio durante la vostra assenza e cosa farete voi invece di andare in ufficio, oltre a rimanere a letto e a rimpinzarvi di cioccolata;






b) Avete trascurato la famiglia. Se ci riflettete con attenzione avete sicuramente un marito, una moglie, un genitore, un nonno, un amico, anche un semplice conoscente incrociato in ascensore, a cui avreste potuto dare maggiore attenzione nei giorni scorsi e non lo avete fatto. Avete quindi il dovere, sebbene malvolentieri, di prendervi una giornata per andare a trovare uno dei soggetti di cui sopra. Immaginerete di vestirvi di incontrare la persona prescelta, cosa vi direte, dove andrete, come vi sentirete per aver saltato una giornata di lavoro e quali inaspettate novità vi rivelerà il soggetto da voi prescelto prima di lasciarvi;








c) Il vostro capo non vi merita (certezza dogmatica primordiale, insita nella mente umana), non vi ha mai meritato, ma quello che ha fatto venerdì scorso è davvero inaccettabile. Ed anche se non lo fosse, rappresenterebbe la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso della vostra insoddisfazione e quindi prendervi una giornata è il minimo che possiate fare per voi stessi. Immaginerete di non chiamarlo per avvertire che mancherete (impensabile atto di protesta), di incontrare un collega per strada che ha fatto la vostra scelta, di fare finta di non vederlo, mentre lui vi chiamerà a gran voce, di infilarvi nel primo negozio che trovate, che si rivelerà un negozio di video hard core, dove un/una vostro/a ex consiglia clienti sulle ultime novità in ambito sadomaso;



d) Alla vostra età, qualsiasi essa sia, è importante fare un bilancio. Confrontarvi con voi stessi per capire se avete scelto la strada giusta o se non sia meglio, fino a che siete in tempo (e siete sempre in tempo), prendere una decisione definitiva che rompa con il passato. Per deciderlo ovviamente avete bisogno di almeno una giornata senza lavoro per analizzare attentamente la vostra esistenza. Immaginerete di fuggire al mare, d'inverno, soli. Su un pontile che si srotola sull'acqua, mentre il vento vi schizza frammenti d'onde sul viso e i vostri occhi si perdono nell'immensità, iniziate a riflettere sulla vostra vita. Poi, all'improvviso, qualcuno vi spinge. Finite in acqua mentre un bambino ride in lontananza e voi annaspate, cercando di capire perché diavolo non siete andati al lavoro;

Tutto questo ed anche di più in una manciata di secondi. Un viaggio lampo nella vostra mente.
E' inutile dirvi che nella situazione descritta, sceglierete inevitabilmente un'ulteriore ipotesi, quella più scontata, quella più decorosa (orrendo e abusato aggettivo), quella imposta dal vostro senso del dovere: andrete a lavoro.
Vi alzerete, puntando pesantemente verso il bagno, la colazione e il vostro lunedì mattina, non rendendovi conto che il vostro cervello vi ha appena dimostrato che siete degli immaginatori naturali e che il divario fra la vostra immaginazione e l’azione è condensato in pochi sfilacciati secondi.

Convinti?
Allora forza! Fornitemi una trama.

Vi regalo una prima idea (che siete liberi di confutare): il nostro testo parlerà della volontà di cambiare vita (lavoro, amici, carattere). Il protagonista, una persona che molti definirebbero "perfettamente integrato nella società" (ossia possessore di un televisore LCD, alcuni mobili di design, uno splendido SUV e una salutare avversione ai carboidrati), inizia a sentire attrazione per qualcosa di profondamente disdicevole...
Cosa?
Tocca a voi dirmelo.


In base ai vostri commenti andremo avanti con il nostro progetto.
E visto che adesso inizia agosto, vi lascio qualche settimana di tempo...

lunedì 20 luglio 2009

Fase 2 - la trama

Grazie ai primi generatori di immaginazione che hanno ceduto al mio richiamo.
Insistete e fate proseliti, mi raccomando!

Leggendo i vostri commenti sembra che il tema del nostro racconto sarà la “ricerca”.
Non oseremo avventurarci per boschi narrativi di proustiana memoria, ma è importante tentare di orientarsi davanti a questo sostantivo così imponente.
Ricerca = atto, effetto del ricercare. Indagine volta a raccogliere documenti, prove, ad accertare una situazione di fatto.” Questo è quanto riporta il vocabolario. Eccezionalmente riduttivo, non vi sembra?
Non è forse vero che ogni nostra azione è rivolta a soddisfare un’esigenza di ricerca?
Ricerca di cibo, soldi, status, contatti umani o addirittura ricerca di noi stessi, di un senso, del senso della nostra esistenza.
Qualcuno potrebbe azzardare l’ipotesi che tutta la nostra vita non è altro che una “ricerca”, ma probabilmente quel qualcuno sarebbe uno scrittore esistenzialista e noi ci guarderemo bene da questi loschi figuri.

Orientiamoci invece verso il nostro obiettivo.
Abbiamo detto che il nostro futuro testo avrà come tema la ricerca, ma di cosa?
Analizzando i vostri testi il fil rouge che li unisce è la ricerca di un cambiamento. Un modo nuovo di porsi, di sentirsi, di essere.
Bene, abbiamo definito il tema e la trama? Di che tipo di cambiamento parleremo nel nostro futuro testo? Di vita? Di lavoro? Di amici, di orientamento culturale, sociale, sessuale? Chi cercherà cosa e perché? Dove si svolgerà l’azione?
Beh, questo dovete essere voi a dirmelo, siete o non siete generatori di immaginazione? Allora datevi da fare!

P.S. Fermi lì! Vi ho visto che state già mettendo mano ai personaggi prima ancora di definire la struttura principale della trama, vi consiglierei di evitarlo, altrimenti rischiate di farli girare a vuoto e non c’è nulla di più difficile da gestire di un nuovo personaggio già stanco…

venerdì 10 luglio 2009

imago 2.0

Un blog si rivolge al suo unico vero lettore: colui che l’ha creato.

Una sorta di maniaco della parola, di solito così focalizzato su se stesso da trovare molto più comoda la comunicazione virtuale rispetto al pericolo di un rapporto fatto di sguardi annoiati, gesti nervosi e sbadigli frustrati.
Così si sceglie di aprire un blog, spesso una sorta di diario aperto, a cui tutti possono attingere. Una valvola di sfogo alla propria insoddisfazione o all’esigenza di esprimere il proprio parere indisturbatamente, senza che nessuno possa opporsi. Un “Hide Park Corner” senza il pericolo insito nel confronto. Un modo per pensare, per illudersi, che da qualche parte ci sia qualcuno che sta condividendo le emozioni dell’autore, senza avere l’esigenza di essere a sua volta ascoltato.

Il sogno di tutti: centinaia di potenziali ascoltatori silenti, pronti ad attivarsi ad un nostro click.

E tu?” mi potreste chiedere voi potenziali lettori di questo blog, “Tu non hai fatto la stessa cosa, aprendo l’ennesimo megafono sul mondo?
Forse.
Oppure la mia idea è un po’diversa.

Con questo blog, vorrei proporre a tutti coloro che si imbatteranno in “imago 2.0” un viaggio. Sapendo che, una volta attraversato i cancelli di questo gate, non potrete tornare indietro, o almeno a me piace pensarla così e, visto che sono io a decidere - per ora – il corso degli eventi, non avete scelta.

Provate a chiudere gli occhi.




Sì, proprio ora.





Senza paura.
Non è difficile, lo fate continuamente in maniera involontaria, questa volta dovete solo sceglierlo.

Non è l’inizio di una meditazione new age e non vi sottoporrò a qualche astruso rituale di rilassamento, state tranquilli, ho sempre diffidato di questi strumenti.
Voglio soltanto provare a stimolare una delle vostre principali caratteristiche in quanto esseri umani, il cui utilizzo ci distingue, almeno formalmente, dalle altre specie viventi. Qualcosa di cui molti di voi sentiranno l’esigenza a fine giornata, quando il collo da cybernauta comincia a sgretolarsi in tante piccole fitte ritmiche e i tendini della mano con cui adoperate il mouse sono mutati in gesso.
No, non sto parlando di sostanze psicotrope, né di bisogni primari, quali il cibo, il sesso, la partita a calciotto o l’acquisto compulsivo di un paio di stivali zebrati abbinati agli occhiali da sole.





Sto parlando della vostra
immaginazione.






Sì, so che pensavate di averla usata tutta quando, a sedici anni, avete deciso di regalare una poesia in versi sciolti (ossia senza rispettare alcuna regola di metrica e ritmo) alla vostra dolce metà del tempo, osannando la peculiarità dei suoi occhi paragonati al sole del mattino. Ma non è così! L’immaginazione è uno strumento che è presente in tutti noi, va soltanto utilizzata e utilizzata e utilizzata, fino a che un giorno scoprirete che partirà in automatico davanti alla più piccola sollecitazione del mondo esterno ed interno (il vostro animo). Questo vale anche per chi è stato lasciato dalla dolce metà in questione, dopo averle/gli consegnato la poesia di cui sopra. Non ho mai detto che l’immaginazione porti sempre a qualcosa di buono, ma parafrasando Voltaire: “ se non porterà nulla di buono, porterà sicuramente qualcosa di nuovo.”
E con questo ho esaurito lo spazio citazioni settimanale, quindi non vi preoccupate.

Allora proviamoci. Chiudete gli occhi, magari assicurandovi prima di essere soli ed iniziamo.


NULLA?

Certo che non vi dirò a cosa pensare, altrimenti sarebbe un’immaginazione forzata. Decidete voi da cosa cominciare.

Vi suggerisco di iniziare con qualcosa di semplice:


Qualcosa del genere.
Vi siete mai chiesti perché a teatro i fondali spogli siano neri e non bianchi? La mia idea è che nel nero ci sia già tutto quello che serve per creare un’immagine, basta solo togliere l’eccesso.
Pensate al fondale nero come alla vostra giornata, sì, proprio la giornata di oggi e iniziate a togliere tutte le parti che non vi sono piaciute, poi eliminate tutte le emozioni minori e quelle che non hanno aggiunto niente al vostro essere. A questo punto scegliete un’immagine, una sola da cui cominciare, può essere anche una sensazione, un piccolo dolore, una malinconia, un‘euforia incontrollata (quest’ultima molto meno comune).
Ecco, quella è l’inizio del vostro prossimo viaggio, anzi del nostro.

Ciò che chiedo ad ognuno degli incauti navigatori che si sono imbattuti in questo testo è di provare a focalizzarsi sull’immagine che è venuta loro in mente e di iniziare a “popolarla” con una storia.

Fra tutti coloro che mi scriveranno con il loro “fondale”, sceglierò l’inizio del nostro viaggio, da proporvi la prossima volta sul blog, come primo capitolo della nostra storia, di fatto vi sto ingaggiando tutti come “generatori di immaginazione”, quindi non mi deludete!

Avvertenze e Prescrizioni per il lettore:
1) Coloro che abitualmente si sono cimentati nella lettura di almeno un libro durante l’ultimo anno solare saranno avvantaggiati;
2) Scoraggiamo l’utilizzo di idee prese dagli attuali format televisivi, sia perché protetti da copyright, sia perché responsabili di aver bruciato gran parte della vostra attitudine all’utilizzo di quello strano oggetto che vi ritrovate sul collo;
3) Non è importante l’abilità nello scrivere quanto l’idea sottostante che proverò a trasformare nel tema della prossima uscita del blog;
4) Se state leggendo anche la quarta nota probabilmente siete degli ossessivi compulsivi con la mania per le scritte piccole e quindi dei potenziali creativi. Andate subito a scrivermi una mail!