martedì 13 ottobre 2009

nomi propri e termini

Si era detto nomi propri e termini.



La definizione in questione è stata coniata da Leopardi nel suo “Zibaldone”. Semplificando il pensiero del poeta, i suoi adoratori non me ne vogliano, egli sosteneva che esistono “nomi propri” e “termini”. I primi riescono a scuotere l’animo umano, generando tutta la serie di sensazioni e contrasti che ci portiamo dietro dalla nascita e che alimentiamo con la nostra esistenza, i secondi nascono dal tentativo di sterilizzare la parola, propria degli scienziati, privandola del suo contatto con le persone che l’hanno utilizzata ed integrata in una esperienza.


Esempio: per parlare di una casa potremmo usare la parola “focolare”. Ci troveremmo di fronte ad un “nome proprio” nella classificazione leopardiana, la casa in cui troviamo riparo, ma anche le origini, la famiglia, un luogo protetto, le esperienze vissute, etc.


Diverso il caso della parola “edificio”. Saremmo di fronte ad un “termine”, il tentativo di rendere asettica una parola, evitando o almeno riducendo le opportunità per la nostra immaginazione di attivarsi.



Ho letto un passo con questa teoria da poco e ne sono rimasto folgorato. Ciò che trasforma l’essere umano in libero pensatore è racchiuso in questo piccolo spazio di opacità?


Mi piacerebbe avere il vostro punto di vista.

12 commenti:

  1. Mi dicono che la decodificazione proposta nel mio ultimo post intimorisce il lettore.

    Voi che dite?
    Dimostrate il contrario e fatevi avanti.

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  2. le parole hanno un fortissimo potere evocativo, proprio e personale per ciascuno di noi.
    quando ci penso mi viene in mente la madeleine di proust, topos citato e abusato, ma quanto mai calzante.

    al di là delle definizioni, ciascuno di noi ha un proprio lessico familaire, personalissimo. parole che per alcuni sono semplici suoni o, per usare il tuo esempio, termini, per altri sono invece delle porte che si spalancano su altre dimensioni, sul passato, sui ricordi.

    se penso alla parola "pettinatrice", ad esempio, mi viene in mente mia nonna, quel suo dare un senso tutto particolare a quella pratica di andare a farsi pettinare, a fare la "messa in piega".
    non era il nostro "andare dal parrucchiere"
    così come "gustoso", altra parola che lei usava
    per chiedere se qualcosa era buono....

    sarebbe interessante mettersi a tavolino e fare una lista delle nostre parole evocative....

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  3. Grazie Giulia per averci permesso di "gustare" un paio delle tue parole evocative. Ti propongo una delle mie: insistere.
    Un verbo con cui mi sono confrontato su diversi orli della mia vita, amandolo, ascoltandolo, inseguendolo, stimando tutti i possibili me che avrebbe incontrato e sconfitto.
    Le parole evocative si annidano nella nostra mente aspettando il nostro coraggio.
    Le vostre?
    Pierfrancesco

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  4. parole evocative....interessante. io proporrei la parola TEMPO (perchè noi non siamo nel tempo o attraversati dal tempo, ma siamo con il tempo) e la parola PASSIONE (perché è entusiasmo e motore ed è anche un patire) e la parola OMBRA (la parte probabilmente inconoscibile che però agisce e ci determina). un caro saluto
    Antonella

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  5. Parole evocative: Io vs Loro
    Dai vostri commenti al post si nota il diverso approccio messo in campo.
    L'evocativo per voi, in quanto unicità di pensieri ed interpretazioni e l'evocativo che potremmo definire "democratico", ossia comune a più persone contemporaneamente.
    Pensate alla "pettinatrice" esempio del primo tipo e "ombra" democratica parola propria generatrice di innumerevoli paure, attese, ricordi.
    E voi a quale scuola di pensiero appartenete ?
    Vi sprono alla parola.

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  6. Ombra per me evoca (banalmente?) buio, luce, sera, annottare, imbrunire, diradarsi, infittirsi, scivolare, accarezzare. Mi fermo... il tempo incalza.
    Ciao, buona giornata.

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  7. Elenco di parole evocative....
    bianco
    quercia
    sabbia
    (sono ancora io, l'anonima di prima)

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  8. Ci devi dire pero', mia cara anonima, perché sono evocative per te.

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  9. Dunque: bianco è il colore dominante dei miei ricordi infantili, di certe case, di certi abiti, della prima automobile di famiglia, dei cibi che mia madre riteneva appropriati durante una malattia.
    Poi, da bambina ho fatto amicizia con una quercia. Mi sembrava che mi parlasse, e certamente le parlavo io. Le raccontavo gioie e dolori.
    Sabbia evoca le lunghe estati di quando finiva la scuola.
    Buonanotte da lalla

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  10. io credo proprio di appartenere agli elitari, ai gelosi custodi dei propri significati e delle proprie evocazioni.
    le parole per me sono strumenti, materia prima, ingredienti...proprio come una ricetta.
    nel racconto mi piace scegliere i termini, mescolarli fra di loro in modo armonico e leggendo mi piace chi fa così.
    non amo gli ingredienti e le parole (mi confondo, sto assaporando questo mio commento come si fa con il cucchiaio di legno per il sugo)complicati, difficili da apprezzare, non amo i racconti e i sapori (di nuovo i piani si sovrappongono) pasticciati.

    e sono gelosa dei miei significati, li condivido criptandoli, sapendo che un suono, una parola, un ingrediente, sono democraticamente di tutti e per tutti, ma per nessuno saranno ciò che sono per me.
    il profumo della cannella, del burro mischiato con lo zucchero per la glassa delle torte di compleanno di mia madre, una parola, una frase.... ciò che sono per me non lo saranno per altri

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  11. e, sempre per restare in tama di cibo e parole, che mi dite se vi butto lì una parola?

    la parola è...

    "desinare"

    non so perchè mi sia venuta in mente...ma che cosa vi evoca?

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  12. è importante che assolvano il loro compito linguistico...sera evoca ad esempio la calma, la fine di un percorso e il principio di un altro,ma è la sera ricca di ogni suo significato

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