domenica 27 marzo 2011

Un corpo che non aveva mai osato

Saltando sulla vita ho scoperto ora un essere senza collo, senza bocca, senza orecchie, senza naso.

Solo occhi,
nervosi, irascibili, viziati, ansiosi di conoscere, di percorrere, di assorbire, catalogare, nascondere.


Non c’è mai stato tempo per scegliere di aspettare per loro.

Ogni frase, ogni desiderio, ogni perfetto granello di sabbia selezionato e finalizzato a non rallentare la corsa poteva essere solo se gradito agli occhi.

Severi ed inflessibili, hanno staccato il colorato nulla da un sentiero ramificato.

Lo hanno nascosto, semplificato, scacciato.

Nulla, doveva essere nulla, solo uno stupido nulla su cui costruire un’altra corsa, furente, escludente, meravigliosamente corrosiva.

Nulla, non resterà nulla, solo occhi urlanti su polvere finissima. Grigia e tagliente. Ogni giro li ferirà e nessuno, nemmeno io, potrà fermarli.



Saremo già da qualche altra parte a contare i passi di un corpo che non aveva mai osato.



domenica 20 marzo 2011

Hans Castorp: chi era costui?

Quasi 700 pagine stampate con interlinea strettissima e riducendo al massimo i margini della pagina, fanno della casa di Hans Castorp un posto in cui non è rassicurante avventurarsi per un lettore che non sia avvezzo ai grandi romanzi russi o che, leggendo il titolo del romanzo di cui Hans è protagonista (La montagna incantata), si sia confuso con i più discutibili e recenti romanzi seriali, a base di vampiri e misteri insoluti, con isolati paesini e possenti manieri dalle sottili fondamenta letterarie. D’altronde la Corbaccio, che ha il merito di aver riproposto ai lettori una nuova edizione del possente romanzo di Thomas Mann nel 2011 nella collana “I grandi scrittori”, ha scelto per la copertina una tetra foto di Alan Powdrill che fa intravedere un lugubre lago avvolto da una cerniera di montagne, appiattito da pesanti nubi che stanno per catturare l’unico essere vivente che si sia avventurato in quei luoghi: un gabbiano, per il quale è facile immaginare un orrido destino. Quindi la possibilità di confusione per i lettori degli amori dei vampiri è alta.
Qui però il fascino della morte, di cui Thomas Mann è un abilissimo interprete (pensate a ”Morte a Venezia”) si fonde e confonde con un umorismo tagliente di quella che lo stesso autore ha definito una lunghissima short story che rappresenta “il trionfo di un ebbro disordine su una vita votata al massimo ordine”. Hans Castorp arriva da tutto questo ordine. Quando giunge al sanatorio che diventerà l’immutabile fondale per la sua iniziazione al disordine, è ebbro di solida e rispettabile coerenza.
Poi con un impalpabile flusso temporale passerà attraverso la malattia, l’amore, la passione, il razionalismo e il pessimismo irrazionale, ma in nessuno di questi transiti troverà il senso della sua ricerca. Perché Hans Castorp è un esploratore d’anime e questo gli farà scegliere l’attesa, l’immobilità come grimaldello per la scoperta.
Solo quando l’avrà trovata, rendendosi conto che “ci sono due strade che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’altra è brutta, porta attraverso la morte ed è quella geniale”, partirà per godere della sua scoperta, che lo porterà a sparire nella pancia della guerra.

Thomas Mann, nel suo discorso all’università di Princeton, chiedeva ai suoi lettori di leggere La montagna incantata almeno due volte per poter scoprire tutto quello che si trovava appena sotto la superficie del sua ampia short story. Non è un’impresa facile. Molti si cimentano con questo libro e molti lo abbandonano. “Troppi temi, troppi pensieri, troppe descrizioni, troppa poca azione, troppa autoanalisi, troppo ambizioso, troppo e basta.”
Questi i più comuni commenti che ho registrato sul libro da coloro che lo hanno abbandonato. Tutti onestamente comprensibili. Non vi dirò che questo è uno dei libri costituitivi della letteratura europea del Novecento, né vi dirò che un libro che bisogna possedere, leggere, respirare, come molti critici e scrittori ci hanno più volte ricordato.

Probabilmente è tutto vero. Ma quello che mi ha portato più volte a prendere, abbandonare, ricominciare, lanciare giù dal letto questo libro è stata un’unica domanda: chi era davvero Hans Castorp?

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domenica 13 marzo 2011

Una parola, un verso: diciottesima - "discontinuità"

discontinuità s. f. [der. di discontinuo]. – 1. Mancanza di continuità, interruzione nel tempo o nello spazio; anche in senso fig., di cosa che non sia continua, coerente 2. In fisica, variazione brusca, nello spazio o nel tempo, di una grandezza fisica.



Un bicchiere vuoto, di plastica rotta, procede avanti e indietro sul finestrino, invisibile agli occhi dei passeggeri. La musica selezionata scorre nei loro pensieri, li bastona, li esorta a fallire.

La mano che regge il bicchiere è sporca, quasi come il vetro su cui si poggia.

È un desiderio opaco che si appiccica alla vita di qualcun altro.

Qualcuno dalle braccia sottili e nervose, dal ventre largo e festoso, qualcuno dagli occhi piantati in basso, nel pavimento di cicche e tappi di bottiglia, qualcuno che aspetta che la mano si fermi, che il bicchiere scompaia, che il rumore si confonda nel prossimo bip bip che smuove le porte del nostro tempo.

Ecco, tutti liberi, possiamo continuare.



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domenica 6 marzo 2011

Lo skaz ed “Il giovane Holden”

Rimettendo in ordine dei vecchi libri, mi è capitato fra le mani “The Cather in the Rye” (Il giovane Holden) di Jerome David Salinger. Uno dei libri più conosciuti nella storia della letteratura moderna. Un libro di passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, che molti si saranno trovati a leggere negli anni in cui la rabbia è tanta ed è facile pensare di farla esplodere sul fasullo di turno rompendogli “tutti gli alluci che ha in corpo” (per usare una delle geniali e famigerate espressioni gergali di Holden/Salinger).
Chi di noi non ha desiderato, almeno per un giorno, essere Holden Caulfield e potersi così liberare dallo stuolo di babbioni che lo circondava? Per dire finalmente tutto ciò che aveva in mente, senza paura di scioccare, anzi con la passione nel farlo?

Io mi costituisco, a volte mi capita ancora.

Il giovane Holden è però anche un testo interessantissimo dal punto di vista linguistico, emblema del cosiddetto stile “skaz”, ossia legato ad una narrazione in prima persona che ha la caratteristica della parola parlata piuttosto che scritta.

Il lettore s’imbatterà spesso in continue ripetizioni, espressioni gergali, esagerazioni non giustificate, errori grammaticali. Insomma tutto ciò da cui qualsiasi manuale di scrittura creativa lo metterebbe in guardia. Eppure è proprio questo consapevole e sapiente miscuglio di inadeguatezze a rendere il libro perfetto e drasticamente nuovo. Pochi scrittori sarebbero riusciti a mantenersi, per l’intero romanzo, all’interno degli stetti binari del gergale di un diciassettenne, senza metafore poetiche, pretenziose riflessioni e salti ritmici.
Tutto è perfettamente integrato nella mente di Holden e scorre sulle nostre labbra limpido, lasciando che il sottinteso che pervade il racconto attecchisca un po’ di più in noi ad ogni rilettura.