domenica 29 gennaio 2012

La forma è la nostra migliore sostanza?


Seduti in tredicesima fila, al buio. La mente ancora stretta dal flusso d’ipotesi di vita migliore che vi portate dietro, come uno sciame d’api ubriaco che vi annebbia la vista, ma senza il quale non sapreste vedere. Così presi da voi stessi da non avvertire gli sciami altrui che si innervosiscono per il democratico silenzio imposto dall'attesa; da non vedere un immenso talamo dalle fogge sinuose ergersi sulla sinistra del palcoscenico; da non avvertire il bisbiglio degli attori, a pochi passi da voi; da non riuscire a comprendere perché tutta la luce improvvisa e indisponente che vi restituisce a voi stessi, nei primi momenti dello spettacolo, vi turba tanto.
È una premonizione, è un retaggio dell’istinto animale che vi avverte del pericolo, il più temuto di tutti, quello che conferma le certezze. Quello che dimostra che la forma di realtà che vedrete di lì a poco non è altro che la vostra realtà, uguale e inappellabile e non per questo più veritiera. State per assistere a Tutto per Bene di Luigi Pirandello, messo in scena al teatro Argentina di Roma da Gabriele Lavia. Stiamo per assistere ad uno squarcio di vita, dal sapore Carveriano e dall’incombente crudeltà Macbethiana. Stiamo per conoscere Martino Lori e la sua vita, la sua apparenza di vita, la sua forma modesta e triste di vita, ma ciononostante la sua preferita, perché a quella si è assuefatto e con quella ha convissuto per così tanto tempo da affezionarsi al continuo diniego che da quella si dipana nella sua direzione.
E quando scoprirà che no, non è quella la verità, che forse la conchiglia che si è portato per decenni sulle spalle non è la sua corretta forma, urlerà (forse per la prima volta nella sua vita), attaccherà, proporrà vendetta e nuovi inganni perché quella forma non si sgretoli del tutto nelle parole altrui. Perché se la forma deve essere che sia, ma che venga fatto “tutto per bene”.

Se non avete timore di origliare voi stessi, affacciatevi a questa preziosa finestra, avete tempo fino al 10 febbraio. Poi dovrete trovare un altro pericoloso silenzio a cui aggrapparvi.

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domenica 22 gennaio 2012

"Jack the Dripper". Arte, letteratura e parola in scena a Palazzo Barberini




Se avete in progetto di andare a visitare o a ri-visitare la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, ospitata nel seicentesco palazzo che Matteo Barberini (noto con il nome di papa Urbano VIII) fece costruire nel seicento, contribuendo a dare vita ad uno dei momenti di maggiore splendore della Roma post imperiale, non ci potrebbe essere momento migliore.
Per il sesto anno consecutivo è stata organizzata una rassegna culturale (non vi fate spaventare dalla terminologia salottiera d’altri tempi, dietro i parrucconi si nascondono anche buone idee) dal titolo “Il Gioco serio dell’Arte, che si propone di festeggiare alcuni importanti anniversari legati ad artisti come Cage, Pascal, Vespucci e Pollock, parlando di creazione (artistica e di pensiero) e di contaminazione fra arti e linguaggio.
Lo scorso 16 gennaio, all’interno di uno dei simboli dell’inarrestabile grandeur che i Barberini hanno sempre amato e imposto (pensiamo solo ai “direttori dei lavori” che il loro palazzo romano ha avuto negli anni: Maderno, Bernini e Borromini, solo per citarne alcuni), si è tenuto il terzo incontro di questa rassegna (in programma fino a maggio 2012), dedicato a “Jack the Dripper”, ossia a “Jack (Pollock) il gocciolatore”, così definito dai critici del Time magazine per la sua particolarissima modalità di composizione di un quadro. Jackson Pollock amava far sgocciolare la pittura sulla tela, posta orizzontalmente sul pavimento, in attesa che fosse la pittura stessa a prendere la “propria” forma.
L’architrave emozionale su cui è stata costruita la serata dall’abile Massimiliano Finazzer Flory è la diversità e la meraviglia ad essa connessa. Quella che ha probabilmente provato il pubblico nel vedere l’opera Number one (dipinta da Pollock nel 1950) proiettata su un maxi schermo che osava frapporsi fra il pavimento e la monumentale volta affrescata da Pietro da Cortona negli anni ’30 (del Seicento però) o forse quella del grande Salone del Palazzo Barberini, nell’osservare “inorridito” il lavoro di un uomo che ha cercato di rompere ogni patto con la forma del bello per dedicarsi al diverso, al de-forme.
L’evento, nel quale letteratura, danza, pittura e parola si sono date battaglia, ha avuto il merito di osare mettere a confronto gli schemi del bello del pubblico con quelli dei critici, cercando non di allinearli, bensì di incrociarli, gli uni negli altri, aprendo uno spiraglio a nuove possibilità ricettive, speriamo per entrambi. 
Gli ingredienti per farsi tentare non mancano…buona contaminazione a tutti!


P.S. L'ingresso a tutti gli incontri è gratuito.



domenica 15 gennaio 2012

La letteratura del Silenzio secondo Di Stefano


Il silenzio.
Vuoto assoluto dell’anima o sussurro che albeggia dentro e stacca i pensieri, pesanti grappoli di progetti inascoltati?
Domenica scorsa su La Lettura nuovo e interessante progetto de Il Corriere della Sera di cui abbiamo già parlato nel post del 20 novembre scorso  è apparso un articolo di Paolo Di Stefano che ha il sapore delle piccole cose di grande spessore.
Non è un’esperienza nuova per l’autore quella di rovistare nelle sue ampie bisacce letterarie alla ricerca di un inconsueto punto di giunzione fra autori apparentemente molto diversi. Ma è nella diversità che sta la forza del lavoro di Di Stefano, che non si ferma alla prima forma della parola che incontra nel suo cammino di lettore, ma scende di livello, sottotraccia, ancora e ancora, regalandoci delle angolazioni particolarmente precise e a volte del tutto inaspettate su autori come Beckett, Mailer o Proust. Leggere Di Stefano è sempre un piacere. Per gli occhi, che scorrono veloci su parole acuminate, felici di inseguirsi senza affanno e pronte a far scaturire nel lettore nuovi dubbi per quadrate certezze; per la mente, che si affida alla vorace ricerca di Di Stefano, sicura di trovarsi in un territorio inesplorato e per questo più stimolante; per la voce (quella di dell'autore) che troviamo sempre attenta a non diventare essa stessa il centro della narrazione.
E quindi immergetevi nel silenzio di Di Stefano, come fareste in una pozza di acqua cristallina, dove nessun rumore potrà turbarvi e dove i vostri pensieri potranno staccarsi e iniziare a viaggiare, con l’immaginazione naturalmente.

Poi ritornate, mi raccomando, altrimenti non potremo attendere insieme il prossimo viaggio.

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domenica 8 gennaio 2012

Neologismi: ITSO - Inability To Switch Off



Trattandosi del primo post del nuovo anno, sembrava doveroso partire da un neologismo che di istruttivo non ha tanto il significato, quanto la concezione della vita che in esso si nasconde e che qualche sano dubbio dovrebbe farci spuntare. Nel caso di specie, più che di un neologismo, parliamo di un neo-acronimo e della patologia che in esso si nasconde: ITSO. Cominciate a memorizzarlo, perché a noi italiani sembrano piacere molto gli acronimi e le sigle, soprattutto se di origine straniera. E così, grazie all'ITSO, ossia all'Inability To Switch Off (letteralmente all'incapacità di staccare la spina, di disconnetersi) abbiamo cominciato il 2012 imparando un nuovo termine (e questa è sempre una buona cosa) e facendo la conoscenza di Antonio Horta-Osorio e del male sottile che accomuna Antonio a molti di noi.
Per chi non ne avesse sentito parlare (in questi ultimi giorni vari quotidiani hanno ripreso la notizia) questo cinquantenne sorridente ed elegante (avvolto in un immancabile blazer fumo di Londra), a capo di uno degli imperi finanziari più importanti d'Europa (il Lloyds Banking Group), ha dovuto lasciare all'improvviso il suo prestigioso posto di lavoro per ricoverarsi in una altrettanto prestigiosa clinica ed iniziare a disintossicarsi dal lavoro e dagli schermi dei suoi pc, palmari, tablet e smartphone, da cui ormai non riusciva più a staccarsi. E parliamo letteralmente, visto che erano giorni che non abbandonava il suo ufficio (smettendo anche di mangiare e dormire), pur di non disconnettersi dalle sue appendici tecnologiche con l'assurda (ahimè sempre per meno persone) pretesa di riuscire, in questo modo, a tenere tutto sotto controllo, evitando che qualcuno, magari con un "cinguettio" potesse superarlo. E se qualcuno di voi sta immaginando il povero Antonio con in mano il suo blackbarry, mentre interpreta a suo modo Gollum/Smeagol nella trilogia di Tolkien nella sua famosa e famigerata frase ("E' il mio tesssoro", con tutte le "s" che riuscite a pronunciare), chiuso  nel suo ufficio di cristallo, sospeso su una City oscura e inospitale, forse non siete così lontani dalla realtà; con buona pace di Aleksej Grigor'evič Stachanov, la cui dedizione al lavoro si era limitata, in un lontano e evidentemente trascurabile 1935, a raccogliere 102 tonnellate di carbone in poco più di sei ore di lavoro come minatore. Una bazzecola rispetto alle migliaia di mail, sms, twitt e click che avrà realizzato il povero Antonio Horta-Osorio in una sola notte. 
Attenti quindi all'eccesso di connessioni, potreste trovarvi a lavorare troppo...delegando ad una connessione gran parte della vostra vita.

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