domenica 25 dicembre 2011

Una parola, un verso: ventiseiesima – desiderio…altrui?


In un giorno che per antonomasia è dedicato ai desideri, da ritrovare, inattesi, sotto un albero o più profondi di quanto si potesse immaginare (spinti a forza dietro ai nostri occhi), gli altri (dal latino altĕr, ossia opposto, diverso, contrario) sono sempre e comunque “qualcosa” di lontano, di diverso, “qualcosa” che vuole essere ascoltato ma che noi non vogliamo ascoltare, perché ci sono i nostri desideri da inseguire, possedere, superare e sostituire con nuovi desideri in cui noi siamo sempre, inesorabilmente, al centro.

E gli altri?Fanno lo stesso e aspettano e sperano che i loro desideri siano più veloci e rapaci dei nostri, per riuscire a strattonarli e magari a farli propri, in una corsa al possesso che ci assorbe e ci sgretola, impedendoci, obbligandoci a non fermarci a guardare, ad ascoltare questi maledetti altri che insistono a seguirci dappertutto senza mai parlare. Muovono la bocca, emettono dei suoni muti e noi con loro, ma dove finiscono?
Sotto i piedi del giorno che tutti fanno ancora finta di aspettare.

 
Una parola, un verso: ventiseiesima - desiderio.

desidèrio (ant. disidèrio e desidèro) s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare «desiderare»] (fonte Treccani).

1. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.
2. Sentimento della mancanza di cosa necessaria al nostro interesse fisico o spirituale. Quindi anche rincrescimento, rimpianto per l’assenza di una persona o di una cosa.


P.S. Pausa natalizia del blog.
Cari imagisti, imago2.0 si prende qualche giorno di vacatio, la prossima uscita domenica 8 gennaio.
Un 2012 di desideri grandiosi a tutti.

-

domenica 18 dicembre 2011

92 giorni di Larry Brown – Provare a salvare la verità, più che se stessi.


Una sedia a dondolo vuota che si riposa e aspetta, riparata da uno dei tanti porticati di legno bianco di cui sono disseminati gli States. È questa l’immagine che l’editore Mattioli 1885 ha scelto per regalarci 92 giorni, un’opera di Larry Brown che è difficile definire, forse perché sembra essere stata trasferita sulla carta direttamente dall’anima dello scrittore, senza passare per i filtri della mente, senza sporcarsi delle paure che in essi risiedono, senza mediazione o ripensamenti. Il lettore sarà turbato e avvinto a questo flusso di parole, depurate di ogni orpello sintattico e di qualsiasi aspirazione a dimostrarsi migliore (tentazione in cui molti scrittori cadono). Si troverà probabilmente a sottolineare frasi non più lunghe di un rigo che spezzeranno il fiato, costringendo il lettore a confrontarsi con Leon Barlow (protagonista e alter ego dell’autore) e con la sua atroce sincerità.
Leon Barlow è uno scrittore che non riesce a farsi pubblicare e racconta 92 giorni dei suoi ostinati e apparentemente autodistruttivi tentativi di essere apprezzato (o per lo meno pubblicato) da un editore. Fino a qui nulla di nuovo. Ma non è la trama il punto di forza di questo testo, bensì le parole. Le poche, pochissime parole che l’autore fa inseguire al lettore, portandolo così dentro la sua storia da averne paura. Siamo di fronte ad un vero scrittore. La sua esigenza di raccontare, di inventare una storia, prevale su qualsiasi altra cosa, tanto da essere costretto a lasciare la famiglia, il lavoro e una parte di se stesso pur di dedicarsi completamente alla sua unica voce, “dimenticando ogni pensiero, i sentimenti e le privazioni”, alla ricerca di una persona giusta che potesse leggere e capire le sue fatiche. 92 giorni riesce a sciogliere le palpebre della coscienza in un grumo appiccicaticcio di pensieri e bisogni selvaggi in cui il giusto scompare e la morte spesso “elude un sacco di controlli, rubando personaggi allo scrittore e sensazioni al protagonista e lasciando il lettore ancora affamato di nuove storie alla fine delle 129 pagine del racconto.
Il lettore allora ringrazierà Mattioli 1885, non soltanto perché ha permesso la traduzione di questo testo (l’unico per ora di Larry Brown in italiano), ma anche perché i generosi margini dell’impaginazione gli permetteranno di circondare le parole di Brown con i propri pensieri, com’è capitato a me. Toccherà allora a noi sederci su quella sedia a dondolo vuota, ad aspettare che Leon Barlow ritorni per tenerci ancora un po’ di compagnia.
Buona lettura.

“Ho i piedi delicati. Non ho mai passato più di tanto tempo a camminare a piedi nudi. Marilyn lo faceva, invece. I suoi piedi erano dannatamente resistenti. Poteva camminare sui chiodi, sulla ghiaia, su qualsiasi cosa. Poteva anche passeggiare su di te come una stronza. Davvero sapeva come farlo.” (da pagina 116 di 92 giorni – Larry Brown)

-

domenica 11 dicembre 2011

In-comprensione e patatine. Una parola, un verso: venticinquesima


Sebbene possa far pensare alla possibilità di entrarci dentro (alla comprensione) e quindi di rafforzarla, magari per la propensione all’inglesismo che ormai dilaga (pensiamo ad in  e subito la mente va all’in di inside,  di within o  di involved) questo in  (in questo caso prefisso e non preposizione) risiede nel moribondo latino a cui molti vorrebbero dare il colpo di grazia, a meno di usarlo in sregolate (in entrambi i significati che la nostra lingua concede a questo aggettivo) citazioni, senza accorgersi che rappresenta passato e presente nella sottotraccia semantica del nostro linguaggio.
Anche voi sarete stati spesso alle prese con questo particolare in. Forse anche in questo ultimo fine settimana.  Soprattutto se vi sarete aggrappati con caparbietà a questi (oramai sempre più rari) ultimi giorni di festività, che vi guardavano languidi e goduriosi dai bordi di un giovedì di dicembre ancora troppo lontano dalle feste natalizie. Sarete partiti. Lontano. Dalle manovre di fine anno, dalla mancanza di soldi, di tempo e di possibilità. Avrete schiacciato tutto fino all’inverosimile, insieme ai vostri vestiti, alle mutande (troppe) e ai calzini (sempre troppo pochi), in un bagaglio a mano, divenuto sempre più piccolo ogni anno che passa per stare dietro ai centimetri delle compagnie aeree low cost e sarete corsi all’aeroporto. Avrete passato ore in fila con tutti gli altri, prima al check in e poi al controllo bagagli. Ne avrete avuto abbastanza di girare a zig-zag per non arrivare mai da nessuna parte, mentre la vostra mente non faceva altro che pulsare contro le vostre tempie, chiedendovi una semplice ragione a quel tempo. E sarà stato allora che la prima in-comprensione sarà sbocciata dal vostro sudore e dalle scarpe sbagliate per un viaggio che pochi minuti prima vi era sembrato ancora giusto. Avrà avuto il viso di uno sconosciuto fermo nella fila davanti a voi. Troppo lento nel procedere o troppo veloce a sfilare la sua cintura, vi avrà scoccato uno sguardo a cui non avrete potuto resistere. Uno sguardo che per lui voleva  dire:  “Dio, come vorrei essere a casa, steso a quattro di bastoni sul divano a leggere il Corriere dello sport.” ma che voi avrete subito decodificato come uno sguardo di sfida. Vi sarete fatti sotto allora, pronti a rispondere al successivo sopruso dello sconosciuto, che avrà osato girarsi a guardarvi con biasimo quando il vostro trolley gli sarà salito sui polpacci. E allora sarà accaduto di nuovo. Il vostro trolley gli sarà crollato definitivamente addosso e avrete iniziato a litigare, con la bocca, i gesti ed il sudore che per entrambi sarà aumentato a livelli difficilmente sostenibili. Nel frattempo l’hostess di terra della compagnia low cost vi avrà chiesto, in un inglese perfetto e annoiato, di inserire il bagaglio a mano in un intreccio malefico di tubolari che dovrebbe dimostrare che il vostro trolley sarebbe potuto salire sull’aereo senza pagare alcuna multa, evento pressoché impossibile su una compagnia low cost che si rispetti. E sì, prenderete anche una multa, ma non ve ne accorgerete, perché le in-comprensioni a quel punto saranno sgorgate le une nelle altre, nutrite dalle calde imprecazioni che i vostri compagni di fila avranno iniziato a lanciarvi addosso, intimandovi di spostarvi dall’ingresso del gate, andando a litigare altrove. Tutti quegli orrendi altri avranno avuto ragione, voi lo sapete benissimo e ciononostante li avrete ignorati per rimanere fedeli alla vostra amica in-comprensione, che, si sa, è come un cartoccio di patate fritte acquistato in un fast food. Fanno male, sono decisamente troppo salate e vi faranno pentire tutta la notte di quella scelta, ma non ne potrete proprio fare a meno. Le continuerete a mangiare, con ketchup di rabbia e maionese di rimorsi.
Non esagerate.
Lo so, consiglio stupido.

Una parola, un verso: venticinquesima – incomprensione.
incomprensióne s. f. [comp. di in-2 e comprensione]. – Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone (fonte Treccani)


-

domenica 4 dicembre 2011

La violenta frenata dell’editoria, Amazon e la speranza eBook.


La selezione della specie. È così che Maurizio Costa (Presidente e AD di Arnoldo Mondadori editore dal 2003) definisce uno degli effetti più importanti della rivoluzione digitale in un’intervista apparsa pochi giorni fa su Il Corriere della Sera. La specie ad essere selezionata non sarà quella degli scrittori (a cui dovrebbe essere invece offerta la possibilità di oltrepassare le strette maglie della distribuzione tradizionale, grazie agli incorporei eBook), né tantomeno quella dei lettori, che non potranno che crescere (liberandosi del peso della carta e diventando sempre più centrali e attivi nell’interazione con le case editrici e gli scrittori), ma, udite udite, quella degli editori.


Secondo il capo della Mondadori, chiunque lavora nel campo dell’editoria dovrà necessariamente “ripensarsi profondamente” per tentare di resistere in un mercato in contrazione (si parla addirittura di “violenta frenata” a partire dall’orrido ottobre 2011). La crisi globale che ha visto vacillare le banche e scompaginare i governi, sembra essere giunta nel già non fiorente mondo dell’editoria italiana, costringendo gli editori a ristrutturazioni e a tagli, ma anche (e questa potrebbe essere una buona notizia) ad accelerazioni sul comparto eBook, visto come una delle possibili leve per la ripresa. Certo, a smuovere il mercato ci hanno pensato anche colossi come Google e Amazon.  Quest’ultima ha appena lanciato anche in Italia il suo Kindle Store, con 16.000 eBook in italiano (che si aggiungono ai circa 900.000 in altri idiomi), mettendo sul mercato anche il nuovo lettore portatile di eBook Kindle (a 99 euro), vera leccornia digitale a basso costo in un momento di austerity come quello che viviamo. L’obiettivo di Amazon è quello di diventare il player dominante in un mercato ancora vergine come quello dell’eBook italiano, ma certo Google ed Apple non rimarranno a guardare. E i nostri editori? Per loro, secondo Maurizio Costa, è sempre più necessario ed improcrastinabile un salto culturale, sfuggendo ad approcci autoreferenziali e puntando invece ad immergersi nella realtà circostante. Cercare di capire cosa sta avvenendo, magari un attimo prima che avvenga o che arrivi l’Amazon di turno a decidere come interpretarla. La sfida è stata lanciata.
A proposito di sfide e di maglie troppo strette della distribuzione italiana, c’è chi prova anche strade cartacee in un’ottica digitale di contatto più diretto fra lettore e editore, passando solo per il libraio. Si tratta del nuovo marchio della minimum fax (SUR), che pubblicherà autori sudamericani veicolandoli direttamente tramite le librerie, saltando quindi la distribuzione tradizionale. Il progetto rivolto alle librerie indipendenti, punta a recuperare un rapporto diretto con i librai, da cui minum fax si recherà per raccontare il suo libro.
Il fermento è grande e questo è sempre un buon segno.