domenica 27 novembre 2016

USA: l’attesa oscura. Il viaggio di uno scrittore in un Paese pronto al peggio



L’ultimo romanzo di Dave Eggers (I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? – Mondadori 2015) racconta la storia di Thomas, un quarantenne arrabbiato, che prende in ostaggio persone che hanno avuto la sventura di sfiorare la sua vita, legandole sul tetto di un palazzo di una base militare abbandonata in California. Da qui parte un interrogatorio fittissimo per scoprire le ragioni della rabbia e della disillusione di Thomas e di tutta la generazione di trenta/quarantenni nei confronti del sogno americano.


Lo stesso tema su cui s’incentra il reportage che Dave Eggers ha pubblicato di recente sul Guardian, raccontando il suo viaggio nell’America post elezioni 2016, quella che ha, inaspettatamente (?), scelto Donald Trump come suo 45° presidente. È una lettura ipnotica, non solo per lo stile che riesce a mettere immediatamente a fuoco cosa passa per la testa dei personaggi (in questo caso persone in carne e ossa), ma soprattutto per la consapevolezza che il lettore acquisisce dell’ineluttabilità di questa vittoria. Perché bastava andare in giro per il Paese e scoprire che la sicurezza dei Democratici (e di gran parte dei media) sulla vittoria di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre era mal riposta.

Il viaggio di Dave Eggers inizia un mese prima delle elezioni. Prima tappa: Pennsylvania, da Pittsburgh a Philadelphia.


Nessun segnale in supporto della campagna della Clinton, sulla Lincoln Highway che attraversa lo stato, gli unici simboli visibili sono le bandiere confederate che sventolano. Niente di strano se fossimo in Texas o in Alabama, ma qui siamo in Pennsylvania, uno stato che non faceva parte dei confederati nella guerra civile che infiammò gli USA 160 anni fa e che ha assegnato nelle ultime sei elezioni presidenziali il suo voto ai Democratici. Eppure, fermandosi in un luogo simbolo della Patria, il memoriale per i passeggeri del volo United 93 che avrebbe dovuto schiantarsi sul Campidoglio o la Casa Bianca secondo il piano terroristico dell’11 settembre e che invece, grazie al sacrificio di 40 persone, cadde a Shanksville, Dave Eggers trova bandiere confederate a ornare il portico dell’ingresso al memoriale. Qualcosa di strano stava per accadere. Trump con la sua retorica e i messaggi diretti e sprezzanti era già arrivato al cuore della gente, ma molti hanno preferito, come è accaduto per noi con Berlusconi, non dichiararsi convinti. Non era ‘polite’, accettabile socialmente supportare un uomo che faceva della rabbia della gente e della necessità di dare a questa rabbia un nome (e così un nemico da odiare e incolpare) un trapano con cui maciullare ogni remora ad attaccare tutto e tutti nella speranza di recuperare un tenore di vita e una certezza di sicurezza che non esiste e forse non è mai esistita.

Seconda tappa: Detroit, Michigan.


Incontriamo, a due giorni dalla vittoria di Trump, Steven. Alle soglie dei suoi quarant’anni, figlio di una venditore che con il suo unico stipendio è riuscito a mantenere moglie e cinque figli, Steven sente di aver perso molto rispetto a suo padre. Altri tempi, allora non c’era il NAFTA, la globalizzazione e la fuga da Detroit, ex-capitale dell’industria manifatturiera americana. Steven ci racconta che era stanco e arrabbiato perché sembrava che nessuno al Campidoglio s’interessasse di quello che accadeva alla gente. Fino a Trump. Steven racconta che: «Trump non è un politico, ma un imprenditore e quindi sa come sono importanti le scelte economiche e che effetto possono avere sulla vita e il futuro delle persone, perché lui ha rischiato in prima persona – e ancora – Noi a Detroit abbiamo creato la middle class americana, ora qui c’è solo un’economia fasulla, il mercato degli immobili è decimato e la classe media non fa che assottigliarsi. Voglio qualcuno che dia una scossa al sistema e che trascini con sé tutto il Paese».  Nulla di strano, direte voi, Trump è un abile comunicatore e ha parlato alla pancia dei bianchi conservatori, cristiani, ex benestanti, dando la colpa agli altri, quali ‘altri’ non è poi così importante: messicani, immigrati, politici corrotti, dissacratori della morale americana. Vero, ma Steven non corrisponde allo stereotipo dell’elettore trumpista. Parlando con lui, attraverso il filtro di Eggers, scopriamo che Steven è sposato con un uomo e lo ha potuto fare grazie alla lunga lotta dei Democratici che ha portato la Corte Suprema statunitense a rendere legale il matrimonio fra due persone dello stesso sesso in tutto il Paese. Eppure Steven ha scelto Trump e le sue dichiarazioni decisamente contrarie alle libertà di cui Steven oggi giustamente usufruisce. Ma tutto questo non conta perché Steven ha finalmente qualcuno da odiare, per lui non c’è alcun dubbio: i mussulmani americani («Non è stato certo un gruppo di suore cattoliche a guidare degli arei contro il World Trade Center»). Come la Pennsylvania, anche il Michigan che aveva votato Obama, ha preferito Trump.

Terza tappa: Washington D.C.

La capitale. Qui Dave Eggers ci racconta l’incontro con due cercatori di libertà: Mahmoud e Miriam, giornalisti palestinesi che aspettavano da tempo di poter uscire dalla striscia di Gaza e andare in USA, terra di apertura e libertà. Dave Eggers è a disagio quando li incontra il giorno della vittoria di Trump. Sente subito l’esigenza di scusarsi per la scelta fatta dai suoi connazionali. I due giornalisti gli dicono di non preoccuparsi e gli regalano un pezzo di muro. Il muro di cinta dell’aeroporto di Gaza distrutto da Israele nel 2002, un muro che doveva difendere qualcosa che non esiste più. Immaginiamo a cosa sta pensando  Dave Eggers: “e se del sistema di diritti civili così come oggi lo conosciamo, alla fine del mandato di Trump restassero solo macerie?” Miriam non va così lontano, per ora è raggiante, nonostante tutto. Sa che deve fare presto, una manciata di giorni la separano dall’insediamento del 45° Presidente alla casa bianca, deve sbrigarsi prima che la realtà che ha tanto atteso, le cambi davanti a velocità ‘trumpica’.

E noi? Se il viaggio di Dave Eggers si conclude con oscuri presagi, speriamo eccessivi, non possiamo evitare di chiederci se Donald Trump costruirà davvero tutti i muri fisici e morali con cui ha raccolto migliaia di voti o si limiterà solo ad arricchirsi ancora di più, lasciando l’America ai suoi problemi. Business First, non si dice così?

Certo, se G.W. Bush, un uomo che paragonato a Trump possiamo definire un mediocre comunicatore di intelletto misurato, ha dato il via a due guerre e contribuito con la sua politica a massacrare l’economia mondiale, cosa potrà realizzare un uomo che è abile manovratore delle paure umane e non deve ringraziare alcun partito per la sua nomina?  Business First. Siamo costretti a sperarlo davvero.



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