domenica 13 novembre 2016

Un buon libro? Una statua sul fondo del mare, parola di Pietro Grossi


Mentre scorro le prime pagine de Il passaggio, l’ultimo romanzo di Pietro Grossi, pubblicato da Feltrinelli, mi rendo conto di trovarmi al cospetto di una sfida. Per il protagonista di questa storia (Carlo) che deve fronteggiare il principale fantasma del suo passato (suo padre) in mezzo ai ghiacci della Groenlandia, per Grossi che si confronta con l’opera di autori che della sfida estrema hanno fatto il loro marchio di fabbrica (penso a Ernest Hemingway e Jack London) e per il lettore che si trova immerso in una narrazione dove il flusso vorticoso degli eventi pretende di convivere con bolle di assenza dove ascoltare sé stessi.

 


Era sua intenzione far percepire al lettore questa triplice sfida?

Il libro non nasce con l’idea specifica di creare una sfida, ma certamente lo è stata. Le mie prime stesure sono molto immediate, ho imparato che per scrivere, immaginare, scoprire le mie storie devo pensare il meno possibile. Poi ci metto molto tempo a rilavorarle. La prima stesura di questo libro l’ho scritta in un paio di mesi, ma per arrivare a quella attuale ho impiegato quattro anni. La maggiore difficoltà di questo romanzo è stata confrontarsi con diversi piani narrativi. Ho iniziato da quello dedicato al mare e poi sono passato ai personaggi e al loro nascondere molto più di quello che lasciavano vedere al lettore. E qui ho dovuto fare una scelta: capire se applicare alla lettera il principio dell’iceberg di Hemingway, che giustamente citava, mostrando il meno possibile di questi personaggi o lasciarmi guidare dalle loro emozioni più private, senza limiti. Ho cercato di pormi nel mezzo e ciononostante il libro è cresciuto molto, più indagavo e più volevo sapere delle loro vite. Questo romanzo è quindi stata una grande sfida per me: complicata, sofferta e lunga, anche perché volevo riuscire a mantenere i diversi livelli di narrazione consistenti senza perdere in ritmo.

 

È soddisfatto del risultato finale?

Domanda pericolosa. Ho difficoltà a valutare quello che scrivo. Cerco di leggere molti buoni libri, provando a rincorrere il mio senso di colpa per non aver ancora letto abbastanza i classici, i libri che vanno letti. Quindi quando vado a leggere i miei scritti è difficile e pericoloso fare confronti con i libri che amo. Questo libro è il meglio che io sappia fare. Sta però ai lettori giudicare.

 


Quali sono le caratteristiche di un buon libro?

Prima di tutto la lingua. Devo sentire lo sforzo e il risultato di un autore nel cercare di trasformare uno spicchio di mondo in un insieme perfetto di parole. Se inizio a leggere un libro e mi accorgo che la stessa frase poteva essere scritta in altri dieci modi, migliori, più adatti di quello trovato dall’autore, non riesco ad andare avanti anche se la storia è interessante. Questo è il mio problema con molta letteratura di genere. Belle storie, interessanti, spesso ci sono anche grandi intuizioni, non sostenute però dal rigore della lingua. Un buon libro è una storia che riesce a spostare la mia visione del mondo, ecco quello che cerco in un buon libro. A volte basta una frase a convincermi.

 


Carlo, il protagonista umano de Il passaggio (cui si aggiunge lo sguardo onnipresente della Natura), sembra sempre alla ricerca di qualcun altro che decida per lui. All’inizio della storia vive un’esistenza che non sente sua: il lavoro fino a tarda ora in ufficio, le aspettative del capo, una famiglia che lo attende a casa e che conta su di lui. «Ha scambiato il mondo con una singola casa». Per scappare ha bisogno dell’intervento del padre che lo catapulta in Groenlandia per tentare in barca il passaggio verso il Canada. Poi sente di dover chiarire il rapporto con suo padre, ma anche qui non fa nulla fino a che non è costretto dall’intervento di una balena che danneggia la barca e mette in pericolo la sua vita. Perché Carlo ha così paura di prendere una decisione?

Sono contento di questa domanda. È la prima volta che mi viene fatta e mi permette di approfondire la figura del protagonista. È vero, Carlo lascia che siano gli altri a guidare la sua vita, che siano persone o eventi poco importa, basta che non sia lui a prendersi carico della responsabilità delle sue decisioni. Le scelte lo posseggono e fanno di lui ciò che vogliono, almeno fino a quel viaggio in barca con suo padre. Un viaggio in cui avviene il “passaggio” da figlio a uomo. Da quel momento Carlo non avrà più scuse. Fondamentale per questo cambiamento è lo “schiaffo2 della balena che lo costringe a parlare con suo padre, a scegliere.

 

Mentre leggevo le pagine in cui Carlo cerca una soluzione per fermare l’acqua gelida che sta invadendo la barca ed è consapevole che ha pochi minuti per fare qualcosa prima di perdere la sensibilità agli arti inferiori, mi è venuto in mente il racconto di Jack London Preparare un fuoco, in cui il protagonista si trova disperso nei territori dello Yukon con il suo cane e sa che ha pochi minuti per accendere un fuoco prima di morire assiderato. Alcune persone si lasciano morire, altre riescono a dare il meglio di sé proprio in situazioni di pericolo. Carlo è una di queste; il padre, con più esperienza in mare e un carattere apparentemente più volitivo del figlio, si blocca. È questo il momento in cui Carlo prende in mano la sua vita?

Sì, è il momento in cui avviene il passaggio del testimone fra padre e figlio. Ciò che accade a Carlo e non a suo padre Fabio è condensato in unico momento. Quello in cui realizza perché ama tanto il mare e la vita in barca, li ama in modo diverso da suo padre, in maniera assoluta, incondizionata. Per questo Carlo funziona così bene anche in momenti di pericolo e per lo stesso motivo suo padre si blocca. Il protagonista acquisisce così quel senso di appartenenza al mare che può riempire una vita. In piccolo è capitato anche a me.

 


Nel libro usa molta terminologia “nautica”. Deduco dalle sue parole che deriva da esperienze dirette oltre che da una documentazione. Qual è il suo rapporto con il mare?

Vado in mare da quando sono molto piccolo, insieme a mio padre, come capita al mio protagonista. Ma la passione è nata quando ho scoperto la vela pura. Un’estate sono andato a frequentare un centro estivo di vela e me ne sono innamorato. Quando ero al liceo avevo la mia barchettina con cui andavo ad allenarmi e a fare le gare. Poi, come avviene per Carlo, mi sono allontanato dal mare perché avevo la fortissima sensazione che potesse essere tutta la mia vita. La cosa mi affascinava e ne avevo paura al contempo. Volevo essere sicuro di fare questa scelta. La vita di mare, da skipper, ti dà moltissimo ma ti toglie moltissimo, impedendoti i contatti con la civiltà e i suoi stimoli. Così provai le città: Firenze, Roma, Milano. Ma per quanto insistessi il richiamo del mare era più forte e così decisi che alla fine di un contratto di lavoro che avevo in un’agenzia pubblicitaria avrei mollato tutto per il mare. Andai dai miei amici e glielo dissi. E loro non si stupirono. Così ero sicuro. Pronto a partire.

 

Ma lei non è partito alla fine. Colpa della scrittura?

Sì, nel frattempo uscì il mio primo libro (Pugni) e tutta la mia vita cambiò e quel richiamo, seppur presente, si fece meno forte e io rimasi.

 

Per Carlo una regata è un elegante incrocio fra gli scacchi e la danza classica, per suo padre un incontro di pugilato dei primi del Novecento. Cos’è per lei?

Se devo scegliere fra i due, sono più vicino a Carlo. Una regata ben fatta è come un coltellino svizzero, quegli oggetti in cui tutto funziona perfettamente. Di recente con Feltrinelli ho partecipato alla Barcolana [famosa regata velica cui possono partecipare sia professionisti sia principianti, ndc.] nel fine settimana che ha seguito l’uscita del romanzo. Anche in quel caso ci siamo trovati davvero bene, sentendo proprio quella sensazione di assoluta sintonia con gli elementi che ha provato il mio protagonista, sebbene meno assoluta.

 

Nei suoi libri lo sport è spesso presente. Esiste un momento perfetto di assonanza con il mondo che ci circonda in ogni disciplina sportiva?

All’uscita di una curva in moto in cui tutto, motore, essere umano, aria, è assolutamente compatto. Nel tennis, quando colpisci una palla che resta per un attimo in sospensione fra te e il punto perfetto. Sì, questo tipo di momenti esistono in tutti gli sport, situazioni in cui tutto è perfetto ed è una gioia viverli.

 


Parlando di perfezione, Zadie Smith ha raccontato una volta in un seminario che per lei scrivere un libro è come costruire una casa, parte dalle fondamenta (la spinta emotiva che ha reso necessario per lei scrivere quella storia) e poi prosegue con le mura e gli impianti (la trama, la struttura, i personaggi), fino ad arrivare alle rifiniture (la scelta dei singoli vocaboli che formano la narrazione) che lei cura meticolosamente e ossessivamente, riconoscendo il potere di una singola parola nel cambiare le sorti di un romanzo. Qual è il suo rapporto con i particolari e con la scelta delle parole che useranno i suoi personaggi?

Zadie Smith è una grande scrittrice e condivido il suo punto di vista. Forse non avrei scelto la metafora della costruzione di una casa, ma ho sempre l’impressione che i miei libri vengano pubblicati troppo presto, quando non sono ancora “perfetti”. La metafora che meglio si adatta ai miei libri è quella del cercatore di tesori sommersi. Io non costruisco qualcosa, io trovo, ritrovo qualcosa che già esiste. Vado a pescare la storia sul fondo del mare e la tiro a bordo, ancora incrostata di corallo e denti di cane. Questa è la prima stesura, poi parte il lavoro di cesello che serve solo a liberare una bellezza, una storia che c’è già. Quando lavoro penso sempre a Michelangelo che non creava opere, ma si “limitava” a liberarle dal marmo, ecco, senza volermi certo paragonare al genio, nel mio piccolo faccio lo stesso lavoro.

 

Ho letto che l’idea della Groenlandia le è venuta da un reportage che ha fatto per «Vogue» in queste terre. Ma da dove viene l’idea della richiesta d’aiuto di un padre a un figlio?

Da tempo volevo raccontare una storia ambientata in mare. Sapevo che tutto sarebbe partito da una richiesta di aiuto di un padre a un figlio, lo sentivo, ma non sapevo altro. Dove ambientarla? All’inizio immaginavo mari temperati: Mediterraneo, Caraibi, ma era sbagliato. Il teatro della mia storia l’ho scoperto quando sono arrivato in Groenlandia nel 2012, perché ho sentito che i personaggi della mia storia erano passati di là. Non c’era altra ambientazione possibile. Potevo trovarli, conoscerli, raccontarli.

 



Prima diceva che scrive a mano la prima stesura di ogni suo libro. Cosa le offrono la carta e la penna che le nega un PC?

Ho scoperto che per tirare fuori una delle mie statue dal fondo del mare ho bisogno di non pensare. Ho bisogno di tenere “me” lontano dalla storia quando è ancora sporca, quando è ancora fragile. Ho bisogno di non tornare a rileggere l’ultima frase e scoprirla inadeguata, cosa che farei subito al PC, ma che non faccio quando la scrivo su carta, lì prevale il piacere della scoperta, del viaggio. La revisione poi la faccio a PC, strumento crudele.

 

Prima di salutarci, volevo chiederle se ha già trovato la prossima statua da “rubare” al suo mare personale.

Certo, ho un paio di storie in testa che ho provato già a scrivere senza trovare il punto di vista e l’approccio giusto. Parto sempre da più progetti in parallelo e poi lascio che l’esplorazione mi porti a quello più impellente.



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