domenica 26 febbraio 2012

Libri Come, Festa del libro e della letteratura a Roma


Ci siamo!
Affilate le menti e preparate i taccuini. Fra dieci giorni riparte, per il terzo anno consecutivo, Libri Come, la Festa del libro e della letteratura organizzata a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dall’8 all’11 marzo. Un'opportunità d’incontro diretto fra lettori e scrittori, che vi permetterà di costruire nuovi miti e sfatarne molti altri, seguendo l’antica regola che sconsiglia caldamente di conoscere il vostro scrittore preferito. Se infatti (Proust insegna) la lettura è una chiacchierata con voi stessi più che con l’autore delle parole che i vostri occhi interrogano, ricordate che a lui si deve l’aver iniziato un percorso, che però sta a ognuno di voi concludere, a vostro piacimento.
Niente paura, osare è sempre la scelta migliore e ogni regola va seguita con ossequiosa moderazione, altrimenti potreste rischiare di avvistare Oscar Wilde, nascosto dietro ad ogni angolo, mentre vi incita, con una sequela di aforismi, a violarla.  
L’anno scorso ho avuto la possibilità di derogare a questa regola incontrando la mente di Zygmunt Bauman, ospite (insieme al suo magrissimo e ossuto corpo) della seconda edizione di Libri Come e ancora mi fremono le dita dalla quantità di appunti e succosi dubbi che questo grande filosofo e sociologo mi ha donato in una manciata di minuti, dubbi che hanno scalato la superba cima delle libertà a cui io e le centinaia di persone sedute con me in quell'auditorium tentavamo di aggrapparci. Quindi non esitate e concedete più spazio alle vostre menti.
Quest’anno Libri Come ospiterà autori come Ammaniti, Baricco, Banville, Camilleri, Coe, Egan, La Capria, Lodoli e Merrill Block, oltre ad alcuni filosofi come Cacciari, Ferraris e Todorov. Ci vediamo in sala.

Per approfondimenti e programma: 

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domenica 19 febbraio 2012

Henri Cartier-Bresson: Immagini e Parole


Se non siete ancora del tutto assuefatti alla necessaria perfezione a cui il mondo delle immagini ci ha costretto,  se riuscite a fare una foto anche in bassa definizione, pur di non perdere l’emozione che c’è dietro, se per voi il colore non si valuta solo in megapixel e la luce non si misura solo attraverso il mirino di una reflex digitale, ma anche con gli occhi (vostri e di chi vi sta guardando), allora continuate a leggere questo post.




Bene, per coloro che hanno deciso di proseguire questo viaggio, ecco apparire le sublimi sfumature che solo il bianco e nero a due dimensioni può offrire. Ecco l’opportunità per mettere in moto la vostra immaginazione. In questi giorni e fino al 6 maggio, potrete infatti iniziare a girovagare per Palazzo Incontro a Roma e osservare, leggere e trasformare le 44 fotografie (rigorosamente in bianco e nero) di Henri Cartier-Bresson in ciò che più vi aggrada. Vi avverto però che non sarete i primi, né tantomeno gli unici a provare questo piacere, perché scrittori, critici, fotografi e amici del grande “maestro della luce” si sono già cimentati in questo eccitante esercizio di immaginazione. Vicino alle sue fotografie troverete infatti parole e testi di Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Jarmusch, Kundera, Miller, Steinberg e Varda in cui si è condensato il loro tentativo di interpretare l’idea che si nascondeva dietro allo scatto di Cartier-Bresson. Confrontatevi allora con questi immaginifici predecessori, ma mi raccomando non fatevi influenzare, almeno non subito. Lasciate che l’arte dell’attesa del momento perfetto, che spesso si nasconde dietro i volti e i sogni catturati da Cartier-Bresson, inizi a dialogare con voi. Sarà lei a scegliere quale immagine sarà il vostro asintoto emozionale.
Buona libertà. E fatemi sapere quale fotografia avete preferito.

La mia immaginazione si è attardata su quella che vi propongo in cima al testo, dove i riflessi di ciò che siamo e di ciò che abbiamo intorno sono più reali e presenti di quello che normalmente siamo portati a chiamare realtà.

Per chi volesse approfondire la storia e le opere di Henri Cartier-Bresson e della “street photography”, segnalo i siti: 

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domenica 12 febbraio 2012

Una parola, un verso: ventisettesima - memento

Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma appena ha finito di scrivere già lo assale il dubbio”.

Questa frase, inno al migliore fra i dubbi, quello per la propria conoscenza, la si deve a Wislawa Szymborska e fu pronunciata il 7 dicembre 1996 alla consegna del premio Nobel per la Letteratura. Dal giorno successivo buona parte del mondo iniziò a chiedersi chi fosse questa poetessa polacca, perché il prestigioso premio fosse andato proprio a lei e quale fosse il reale valore della sua opera. Soprattutto in Italia, l’assegnazione del Nobel ad un’autrice delle cosiddette letterature “minori”, creò parecchie reazioni di fastidio e sconcerto. Fu definita al tempo «poetessa sconosciuta» da parte della nostra stampa, che evidentemente non seguì il consiglio della Szymborska e non vide nel proprio «non so» una nuova (e in questo caso necessaria) opportunità di conoscenza. Alcuni lettori di quella stessa stampa, invece, quel salvifico dubbio se lo sono posto ed oggi, grazie anche al lavoro attento e affettuoso di Pietro Marchesani (storico traduttore della Szymborska), hanno iniziato a perlustrare il regno “della leggerezza e della domanda” in cui questa poetessa è vissuta e ci ha permesso di vivere grazie ai suoi versi. Dieci giorni fa Wislawa Szymborska avrà deciso che il dubbio che aveva sulla vita non le permetteva più di rimanere su questo lato del mondo e così ha iniziato una nuova esplorazione, di cui non potremo avere però il suo resoconto, stretto in versi attenti al fluire del tempo. Ci resta però la sua opera, il suo memento che ci spinge a cercare nella nostra vita una conoscenza sempre nuova, dubbi sempre nuovi da cui ripartire, non dimenticando, mai, di osservare voracemente anche il piccolo, il minuscolo granello di sabbia che si muove frenetico intorno a noi, per noi, per permetterci di provare a scoprire una nuova emozione. Per questo le saremo sempre grati.

Wislawa Szymborska (luglio 1923 – febbraio 2012)

memento v. lat. [imperat. di meminisse «ricordare», quindi: «ricòrdati!»].  
1. parola adoperata sia come verbo, nel sign. proprio, «ricòrdati» sia come s. m., col sign. di «appunto scritto, promemoria» . 2. Usato come verbo “Memento homo quia pulvis es, et in pùlverem revertèris” (“ricòrdati, uomo, che sei polvere, e in polvere ritornerai”): parole che il sacerdote cattolico pronuncia imponendo sul capo dei fedeli la cenere durante la messa della Feria IV delle Ceneri, in ricordo delle parole con cui Dio formulò ad Adamo, dopo il peccato, la sua condanna al lavoro nel dolore e alla morte (Genesi III, 19); da esse fu poi dedotto anche il motto dei frati trappisti, memento mori «ricòrdati che devi morire». La frase, nella forma abbreviata memento homo, è usata talvolta in contesti non religiosi, come esortazione a ricordare la fugacità della vita.

(fonte definizione: vocabolario Treccani)

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domenica 5 febbraio 2012

Away we go


La ricerca è uno dei temi preferiti da imago2.0.
Ricerca di un nuovo modo di immaginare e di comunicare, di un diverso e (speriamo) sempre più ricco utilizzo della nostra lingua e delle sue architravi espressive (le parole), di un alternativo modo di vivere, di una spigolosa realtà in cui coltivare nuovi e fruttuosi dubbi da cui ripartire. Senza mai fermarsi, senza preoccuparsi di far diventare la ricerca stessa l’obiettivo di tutto il percorso.
Qualche giorno fa i miei occhi si sono trovati avvolti in una storia che sembra condensare il nostro blog in un film. Parliamo di Away we go  (2009, uscito in Italia con il titolo di American Life a dicembre del 2010) luminoso e immaginifico film di Sam Mendes, regista inglese e abile decodificatore della realtà americana,  a cominciare dal suo amatissimo e odiatissimo American Beauty.  I 98 minuti in cui vi inghiottirà Away we go saranno 98 minuti di ricerca, continua, onesta e aperta a qualsiasi risultato possa portare con sé. Una ricerca che parte dal fuori, da tutto ciò che non funziona intorno ai due protagonisti, per arrivare al dentro, alle certezze che due trentenni  indecisi (sul lavoro, sulla famiglia, sul tipo di rapporto che dovrebbe unirli, sulle loro emozioni), in procinto di avere una bambina, inizieranno a soppesare, sminuzzare, razionare e cancellare, man mano che il loro viaggio itinerante fra gli Stati Uniti e il Canada procede. Il dolce, insicuro e puro Burt, sempre al seguito dell’umanissima e profonda Verona, inizieranno a cercare, nei personaggi che incontreranno sul loro percorso, uno dei loro possibili futuri. Raramente ciò che vedranno gli piacerà, a volte li divertirà, molto spesso gli farà solo nascere nuovi dubbi su cui convogliare la loro immaginazione e riflettere insieme; dubbi da cui ripartire per la successiva tappa di questo impeccabile on the road movie che vi porterà (soprattutto se appartenete anche voi alla generazione dei trenta/quarantenni di oggi) ad immedesimarvi nel loro continuo, confuso, sbandato, insensato, necessario girovagare alla ricerca di se stessi. Perché ciò che Burt e Verona faranno in quei 98 minuti è quello che vorreste fare anche voi e che forse, se siete ancora alle prese con un altro essere umano, avrete fatto, magari senza macchina, pancione, con amici meno interessanti e genitori meno assenti. Burt e Verona non si saranno accontentati del silenzio che gli respirava intorno, iniziando a cercare, cercare, cercare, cercare, cercare, cercare…

P.S. piccola nota per i libromani: la sceneggiatura di questo film e i suoi perfetti dialoghi sono stati scritti da due (ovviamente trentenni) scrittori americani Dave Eggers (L’opera struggente di un formidabile genio e Conoscerete la nostra velocità - Mondadori) e Vendela Vida (E ora puoi andare - Mondadori). Per chi volesse cominciare subito la sua ricerca.  

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