domenica 26 giugno 2016

La confessione di Roman Markin: come alimentare la speranza

«Se avete perso fiducia nella potenza della narrativa, Anthony Marra vi farà cambiare idea», parola del New Tork Times che, recensendo La confessione di Roman Markin, il nuovo romanzo di Marra dopo il successo del suo esordio (La fragile costellazione della vita), ha lodato la capacità di analisi e di approfondimento del trentenne autore americano, senza dimenticare la sua profonda conoscenza della storia russa.


La confessione di Roman Markin è senz’altro un'opera notevole per il suo gioco d’incastri, un puzzle composto da nove storie, in cui passato presente e futuro si legano in modo inscindibile. La narrazione si apre nella Leningrado del 1937, facendo conoscere al lettore Roman Markin, un pittore trasformato dal regime sovietico in "censore di immagine". A lui spetta eliminare da fotografie e dipinti i volti dei nemici della patria, inserendo al loro posto i nuovi capi del partito. Ma avere il potere di modificare la realtà, seppur solo in fotografia, fa nascere nella mente di Markin la folle idea di riuscire a salvare alcuni volti, affinché resti di loro una traccia quasi invisibile che non faccia dimenticare la loro esistenza. 

Così, il protagonista di questo racconto, converte le facce che doveva distruggere in un ricordo del fratello Vaska, ucciso dal regime per il suo radicalismo religioso. Partendo dall’idea dell’arte come strumento «per non morire di verità», Markin arriva addirittura a dipingere il capo del partito con la faccia del fratello su di una tela del pittore ceceno Pëtr Zacharov. Sarà questo quadro il nesso che collegherà tutte le storie del libro e, dopo una lunga peregrinazione, tornerà nel museo da cui proveniva, da cui un arrogante oligarca lo aveva comprato per ornare la sua dimora. 


Al pari di suo fratello, anche Markin sarà arrestato per tradimento e morirà dimenticato e indomabile come un "kokur", un leopardo stanco che il protagonista aveva visto allo zoo ai tempi della sua fanciullezza. 
La guerra, la fame, la violenza, i processi politici del periodo staliniano, i gulag, l'esilio in terre desolate e soprattutto la miseria del popolo russo rappresentano lo scenario apocalittico del romanzo di Marra, in cui campeggiano protagonisti e comprimari dotati di straordinaria umanità. Essi potranno apparire al lettore sensibili o arroganti, tragici o sentimentali, ma il loro dolore, il loro cinismo, la loro capacità di non arrendersi, segnerà profondamente chi avrà voglia di incontrarli. 

Anthony Marra

La narrazione di Marra è calibrata e scorrevole, lo stile accurato, ma è la capacità dell’autore di cogliere e rappresentare l'anima di tanti piccoli e grandi esseri umani a segnare il lettore. Fra i personaggi indimenticabili di questo viaggio nell’animo umano c’è quello della «ballerina che fluttua sopra il palcoscenico del Mariinskij», il più famoso teatro di San Pietroburgo. Qui Marra crea una storia nella storia, in un dinamica che fa pensare a un’incisione di Maurits Cornelis Escher. Markin troverà sul proprio tavolo la fotografia di questa artista. Andrebbe "corretta": una étoile caduta in disgrazia, di cui il regime vuole cancellare il volto come sfregio da aggiungere alla prigionia e all'esilio. Roman non lo farà, non del tutto. Per amore della bellezza «salverà ombre che non ci sono» e la renderà immortale nel ricordo delle generazioni future.


Un salto di decenni e Marra fa incontrare al lettore la nipote della ballerina, di nome Galina, che studierà danza come la nonna e sposerà un ricco oligarca. In essa sembra racchiusa la rivincita della sua antenata, ma è un’illusione e per aver definito Putin «un barbaro a torso nudo», Galina verrà privata di ogni privilegio e rimandata a Kirovsk, una città ai confini settentrionali della Russia. Molti protagonisti delle storie successive si rincontreranno proprio a Kirovsk, tutti discendenti da uomini e donne che hanno vissuto con coraggio la dittatura, nuove generazioni desiderose di riscattarsi dalle menzogne del regime, dai compromessi subiti per paura di sparire, dai tradimenti consumati per una porzione di cibo in più.


Leggendo le loro storie decodifichiamo il messaggio di Marra e de La confessione di Roman Markin: solo la solidarietà tra gli uomini, soprattutto i più umili, è in grado di alimentare la speranza e solo l'impegno artistico può filtrare la falsità e le menzogne politiche.


domenica 19 giugno 2016

I finalisti del Premio Strega 2016. Consigli per il lettore.

In poco meno di 30 minuti tutto deciso. Il 15 giugno alle 21:00 a Casa Bellonci si sono ritrovati gli Amici della Domenica che, con il supporto dei voti di un manipolo di lettori forti selezionati dalle librerie e di una manciata di preferenze provenienti dalla scuole, hanno scelto i cinque finalisti della settantesima edizione del Premio Strega (in rigoroso ordine di preferenze ottenute):
  • Edoardo Albinati con La scuola cattolica (Rizzoli) – 202 voti;
  • Eraldo Affinati con L’uomo del futuro (Mondadori) – 160 voti;
  • Vittorio Sermonti con Se avessero (Garzanti) – 156 voti;
  • Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimumfax) – 138 voti;
  • Elena Stancanelli con La femmina nuda (La Nave di Teseo) – 102 voti.
Ora la volata verso l’8 luglio, quando sarà scelto il vincitore e Nicola Lagioia (premiato nell’edizione 2015 con La ferocia – Einaudi) cederà il titolo. Tutto come al solito, più rapido del solito. Nessuna polemica (almeno per ora), perché ci sono i grandi editori (Mondadori/Rizzoli e Garzanti del gruppo editoriale Mauri Spagnol), ma anche gli indipendenti di qualità (minimufax) e le novità attese al varco (La Nave di Teseo nata dopo l’acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori), nessuno scontro fra i finalisti, fra gli editor o fra i loro supporter. Peccato per i giornalisti alla ricerca di un succoso conflitto, ma pensiamo ai lettori. 

L’agognata fascetta gialla di “finalista al Premio Strega” fa gola a ogni autore e ancor di più alla sua casa editrice, perché dà una spinta alle vendite, soprattutto nel breve termine, ma come spesso accade, è il tempo a decretare il reale livello di affezione di un lettore a un romanzo. Qualche anno fa, Sellerio ha pubblicato Curarsi con i libri, Rimedi letterari per ogni malanno, di Ella Berthoud e Susan Elderkin, testo affascinante per ogni lettore ossessivo che si rispetti che, grazie anche alla maestria di Fabio Stassi che ne ha curato l’edizione italiana, parte dall’assunto che per ogni malanno sia già pronta la cura adatta, basta solo sapere in quale libro è racchiusa.  E allora andiamo a scoprire cosa si nasconde nei romanzi dei cinque finalisti, lasciando a voi la valutazione sul malanno cui si adattano meglio. 

Cominciamo allora da Edoardo Albinati, classe 1956, scrittore, traduttore (da Shakespeare a Nabokov, passando per Louis Stevenson), insegnante al penitenziario di Rebibbia a Roma e autore di numerosi reportage di guerra per il Corriere della Sera, La Repubblica e il Washington Post. Allo Strega arriva con La scuola cattolica, l’”impresentabile”, secondo alcuni editori: un libro di 1.300 pagine che non è né l’unione di diversi volumi di un fantasy, né tanto meno una storia romantica seriale. La narrazione qui ruota intorno alla scuola cattolica San Leone Magno, passando per il delitto del Circeo, il romanzo di formazione, quello di denuncia, ma anche di riflessione sul mondo contemporaneo e il tasso di violenza che lo permea. Un corpus poliedrico e multistratificato che potrebbe spaventare il lettore. Di questo si rende conto anche l’autore quando scrive: «Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora […] i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine sui fogli bianchi».  Si rivolge direttamente al lettore Albinati, cerca di guidarlo, cerca di fargli capire che quando leggiamo questo testo «non dobbiamo pensare a un romanzo, ma a un tentativo di capire il mondo», come ha scritto giustamente Francesco Piccolo


Eraldo Affinati, classe 1956, scrittore ed insegnante di letteratura alla Città dei Ragazzi, arriva allo Strega con L’uomo del futuro. Da buon insegnante Affinati ci ricorda che per distinguere fra un bravo e un cattivo maestro, basta guardare negli occhi dei suoi studenti. Quelli degli allievi di Don Lorenzo Milani (l’uomo del futuro del titolo) brillavano. Narrato in seconda persona, con un’ampia parte del testo dedicata ai diari di viaggio di Don Milani (dal Gambia a Volgograd), questo libro prova a contagiare il lettore con l’entusiasmo che da anni porta Affinati a studiare la figura del religioso che ha creato non poco scompiglio nella Chiesa Cattolica negli anni ’50 e ’60.   


Per Vittorio Sermonti, classe 1929, autore, traduttore, drammaturgo, romanziere e persino dentista, arrivare alla cinquina dello Strega, è un’ulteriore consacrazione, qualora ce ne fosse bisogno. Possiamo dire senza paura di essere smentiti che Sermonti ha attraversato tutti i generi letterari e continua, all’età di 86 anni, a sperimentare. Questa volta propone al lettore un memoir, una collezione di ricordi che partono, come ci fa intendere il titolo, da un’ipotesi. Cosa sarebbe accaduto se nel 1945 tre giovani partigiani avessero sparato a suo fratello invece di risparmiarlo? È un punto da cui iniziare a srotolare le matasse della memoria, che Sermonti definisce ricordi “in un disordine fastidioso e devastato”. 

Ed eccoci, non lo nascondo, a uno dei miei preferiti: Giordano Meacci. Classe 1971, Giordano è scrittore, sceneggiatore, amante fedele della lettura e del cinema, ma soprattutto adepto della parola e della forza dirompente che può generare. Sentirlo parlare è irripetibile delirio di sensi, troppe le possibilità di approfondimento che ti regala, troppe le pagine che ha letto e che a te mancano. Eppure non si può smettere di ascoltarlo narrare. Il cinghiale che uccise Liberty Valance non è propriamente un romanzo, è uno studio comparato sulle giravolte linguistiche e sulla pulizia stilistica al limite della paranoia, 450 pagine in cui è il “come è scritto” più che il “cosa è scritto” a fare davvero la differenza. Un testo con cui è importante litigare, fatto di parole tridimensionali che l’autore fa continuamente ruotare davanti agli occhi attoniti del lettore, che non riesce proprio a capire come parole che ha avuto davanti ogni giorno della sua vita siano portatrici di tale iperbolico stupore.


E chiudiamo con Elena Stancanelli, classe 1965, scrittrice, opinionista e madrina di importanti iniziative per la diffusione dell’amore per la lettura, tra cui fa veramente piacere citare i Piccoli Maestri. Elena Stancanelli arriva allo Strega con La femmina nuda. Storia di Anna, donna messa a nudo dal suo terrore di essere abbandonata dal compagno, che racconta, in forma epistolare, alla migliore amica (che è sempre perfetta, perché diversa da noi) della sua gita «nel regno dell’idiozia», dove transitano stuoli di traditi, disposti a tutto pur di acclarare il fallimento del loro rapporto e la colpa dei loro compagni. 

domenica 12 giugno 2016

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout: perché non è assolutamente possibile credere ai propri ricordi


Sono convinto che quando raccontiamo i viaggi che abbiamo fatto, non parliamo di luoghi, monumenti, cibo, shopping e strade, ma di persone. Amici con cui condividiamo ogni spostamento del nostro animo o sconosciuti che ci sono passati accanto in una notte calviniana dagli esiti incerti o dickensiana dalle strade oscure e dal fumo denso che si avvinghia ai polmoni. Il loro incrociarci genera quel ricordo che poi modellerà le nostre vite, trasformandoci; come un cubo di marmo da cui lo scultore stacca uno strato dopo l’altro alla ricerca della forma perfetta. Quando nasciamo siamo quel cubo e saranno le persone che incontreremo a darci la forma definitiva, che ci piaccia o no.



Di questa idea sembra essere convinta anche Elizabeth Strout che con il suo ultimo romanzo Mi chiamo Lucy Barton (tradotto da Susanna Bassi per Einaudi) ci fa entrare in un frammento della vita della sua protagonista (Lucy) che racconta, in prima persona, un paio di mesi trascorsi in ospedale negli anni ’80. Un viaggio non desiderato, un viaggio incerto, da cui Lucy estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper. Dall’esterno sembra che tutto proceda regolarmente, ma dentro ci si fa male: «Ci sono momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro in un negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri». I ricordi di Lucy non possono essere veri, perché se lo fossero, non potrebbe più parlare con una madre che non riesce a dire di volerle bene, nemmeno quando Lucy è in ospedale, nemmeno quando diventa la sua «bestiolina». Non ci riesce perché da piccola Lucy era abbandonata a se stessa o veniva chiusa in un camper buio per punizione, pregando e graffiando per uscire, come una bestiolina. E quando suo padre la liberava era disposta a tutto pur di sentire una carezza dietro la nuca, dove piace tanto ai cani e ai gatti, dove può piacere tanto anche a una bambina.

Elizabeth Strout
Mi chiamo Lucy Barton è una storia senza una vera e propria trama, non ne ha bisogno perché non racconta un evento, una scelta o una vita, ma una sensazione. I ricordi di Lucy si accalcano, come se volessero rubarsi la scena, davanti a un lettore che non può staccarsi dalla prosa limpida ed essenziale di Elizabeth Strout, vivendo nella stessa bolla di ricordi e solitudine di cui si nutre la protagonista: «quello della solitudine era il primo sapore che avevo assaggiato nella vita e non se andava più, nascosto dalle pieghe della bocca, a ricordarmi». In questa soffice malinconia vive anche un altro personaggio fondante del romanzo, una scrittrice: Sarah Payne. Maestra e dispensatrice di suggerimenti preziosi per un romanziere in erba (Lucy stessa diventerà una scrittrice), Sarah è il salvacondotto della protagonista per superare i sensi di colpa che ci stringiamo al petto come fossero la cosa più preziosa che abbiamo, ciò che ci rappresenta.


Elizabeth Strout non fornisce alcuna risposta alle domande insidiose che il nostro io ci pone durante la lettura, non potrebbe fare altrimenti, sta a noi capire se il libro che ci troviamo fra le mani è quello che aspettavamo da mesi, forse da anni, per togliere qualche biglia d’acciaio dal nostro flipper. «Esiste un incessante giudizio in questo mondo: come facciamo a garantire che non ci sentiamo inferiori a un altro?»

domenica 5 giugno 2016

Il mestiere dell'editore. Il punto di vista di Carmine Donzelli


Mondadori, Gems, minimumfax, Sellerio, Einaudi, mentre costeggio gli stand dell’ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino sono le 10 del mattino e l’atmosfera fra i padiglioni è quella che preferisco. I corridoi sono semivuoti, il Salone ha appena aperto, le orde (meno male che esistono ancora) di lettori bulimici sono ancora in fila fuori dai padiglioni per i biglietti, gli standisti hanno ancora un volto disteso e ostentano sorrisi da chiacchiere davanti a un caffè, che in molti hanno stretto in mano, in un bicchierino di plastica marrone, come se da quel piccolo talismano dipendesse la loro sopravvivenza. E poi ci sono i libri, migliaia, che attendono mani e occhi vogliosi di scoprirli. Di mattina sembrano più lucidi, più invitanti, pronti alla battaglia più dei loro editori. Centro di tutto il sistema editoriale, anch’essi sono di nuovo qui, per mostrarsi, sfidarsi, punzecchiarsi e naturalmente lamentarsi per il mercato che non tira. Ma è proprio così per tutti?
Per scoprirlo siamo andati a conoscerne uno che da più di vent’anni lotta sulle barricate della piccola e media editoria italiana: Carmine Donzelli, ideatore, fondatore e decisore della Donzelli editore.


Cominciamo dalla sua esperienza editoriale in Einaudi. Lei ha lavorato nella casa editrice dello struzzo dal 1972 al 1988, anni di grandi progetti editoriali, ma anche di cambiamenti importanti nell’idea di libro che proponevano gli editori, fino a vivere, negli anni ’80, uno dei periodi più critici dalla fondazione. Come è arrivato a lavorare in Einaudi e quanto la crisi dell’idea di editoria di Giulio Einaudi l’ha influenzata nella scelta di fondare una sua casa editrice? 
La crisi dell’Einaudi ha influito certamente sulla mia formazione, non sulla mia decisione di andarmene. Sono entrato in contatto con il mondo editoriale da ragazzo, non avevo ancora preso la laurea, ero allievo di Corrado Vivanti e mi sarei laureato con lui con una tesi sulla Storia delle Dottrine Politiche. Fu proprio Vivanti a invitarmi una sera a cena a casa sua e, in quell’occasione, mi fece incontrare Giulio Bollati, allora direttore generale dell’Einaudi; alla fine mi proposero di entrare in un nucleo redazionale che doveva occuparsi della storia d’Italia.
Perciò sono entrato nel mondo editoriale un po’ per caso, nel senso che se, prima di quella sera, mi avessero chiesto cosa intendevo fare nella vita, tutto avrei riposto meno che lavorare nell’editoria. Eppure la mia vocazione al “mestiere” era presente fin da alcune mie esperienze ai tempi del liceo: i giornalini scolastici, l’attenzione alla dimensione politico-civile, un ’68 vissuto in piena regola con una forma di coinvolgimento pressoché totale. C’erano tutti gli elementi che mi hanno portato poi a fare in Einaudi un’esperienza straordinariamente densa e forte, in un settore allora molto innovativo, quello delle Grandi Opere, cioè delle opere su progetto, su committenza editoriale. Il ruolo dell’editore non era semplicemente di certificare e ratificare materiali già esistenti, ma di costruire grossi progetti editoriali, contribuendo alla realizzazione attraverso il confronto diretto con gli esperti chiamati a collaborare.
A quel primo progetto presero parte i più grossi storici del momento e questo per un ragazzo di poco più di vent’anni rappresentò una scossa adrenalinica che mi permise di accumulare in breve tempo esperienze straordinariamente forti.
Poi nel 1982/83 ci crollò addosso la crisi in gran parte inaspettata, una crisi di dimensioni economiche profonde che mise a nudo difetti dell’organizzazione aziendale ed editoriale, portando a una prima messa in discussione del progetto editoriale.
Einaudi aveva in quegli anni assunto una posizione di egemonia sul panorama della cultura. Questo andava a cozzare però con un cambio ideologico e culturale complessivo che cominciava a mettere in crisi gli elementi di quell’egemonia.
La crisi modificò anche gli assetti interni, con un ricambio nei ruoli di comando e io fui velocemente sbalzato in primo piano con altri colleghi giovani chiamati a prendere la responsabilità dei settori di cui ci occupavamo. Fu un’ulteriore accelerazione del processo di crescita professionale di fronte alla quale la domanda era: quali necessità di cambiamento erano da apportare a un modello apparentemente così solido e di successo come quello einaudiano? Nel frattempo veniva avanti una discussione su cosa fare dell’Einaudi, su come modellarla rispetto alle esigenze future. Era una fase, metà anni ’80, in cui si era già consumata l’idea di una egemonia culturale della Sinistra italiana.


Ricorda un progetto particolare cui si dedicò in quel periodo? 
Ricordo quegli anni con l’intensità della ricerca di progetti nuovi, di un’innovazione profonda sul solco di quella tradizione culturale propria del marchio dello struzzo.
In quella congerie in cui non si era i soli a dare battaglia, si vinceva e si perdeva. Io con tutta onestà presi una batosta. Avevo fatto un’importante progetto su una Storia d’Italia Contemporanea, un progetto editoriale di grande opera di seconda generazione, un progetto che aveva caratteristiche culturali e intellettuali innovative che potevano essere una risposta alla crisi che in quel momento l’Einaudi stava attraversando. Vi fu una discussione interna molto vivace. Nella cruciale riunione che avrebbe dovuto varare il progetto io andai in minoranza e feci forse un gesto di eccessivo orgoglio. Tornato a casa scrissi velocemente una lettera di dimissioni. Non avevo pensato al dopo, non avevo fatto mai alcun altro progetto e il gesto mi fu rimproverato come sconsiderato.

Se n’è mai pentito?
No, devo dire che, col senno di poi, ne sono contento. Di sicuro in quel momento fu una sorta di salto nel vuoto, o meglio, in un vuoto relativo, a quel punto, quei sedici anni di lavoro avevano procurato una ricchezza di contatti, una densità, una qualità di relazioni personali che andavano ben al di là del puro ruolo professionale. L’esempio più clamoroso di questo lo si ritrova all’origine della Donzelli Editore… con Bobbio.


Proprio a Norberto Bobbio si lega uno dei grandi successi editoriali della Donzelli: Destra e Sinistra. Un piccolo saggio che oggi definiremmo “virale” con una tiratura straordinaria per una piccola casa editrice: 400.000 copie vendute solo nel primo anno dalla pubblicazione. Come nasce il rapporto di collaborazione con l’autore e come riuscì a “strapparlo” all’Einaudi?
Il rapporto con Bobbio era nato alla fine degli anni ’70, momento in cui ero stato incaricato di tenere i contatti con lui per seguire la pubblicazione dei suoi numerosi libri in Einaudi.
Naturalmente non mi ero limitato a questo, c’erano infatti degli interessi comuni. Lui sapeva che io ero interessato alla storia delle teorie politiche, che avevo studiato Gramsci e ogni tanto mi capitava di scrivere delle cose per mio conto, che poi gli portavo in lettura. Ero in una posizione che mi rendeva un suo mezzo allievo. Anni dopo mi trovai a leggere tre pagine scritte da Bobbio e compresi che avrebbero potuto diventare un grande libro, quello che poi fu Destra e Sinistra e che ebbe un notevolissimo successo editoriale. Bobbio mi fece faticare due anni prima di portare in porto quell’operazione, era pieno di dubbi, tentennamenti, criticità. Il tema lo affascinava ma lo rendeva anche molto guardingo. Spesso mi passava pagine con un’enorme quantità di correzioni nella sua grafia indecifrabile.

Quando finalmente arrivai nella mia casa editrice a Roma con le novanta pagine da cui partire, la riunione che ne seguì durò fino alle quattro di notte sulla tiratura del libro. Io ero per le 7 mila copie, i più prudenti miei collaboratori dicevano facciamone 3 mila. Queste erano le nostre aspettative. Il libro vendette nel giro di un anno più di 400.000 copie ed è rimasto credo l’esempio di best seller nella saggistica, primo assoluto per 50 settimane.
Giulio Einaudi rimproverò molto duramente Bobbio per aver scelto la mia casa editrice. Lui rispose che il libro forse non sarebbe esistito senza il lavoro svolto con me e che non lo considerava per nulla un tradimento alla Einaudi.
Nel 1994 incontrai Giulio Einaudi, che non vedevo da quando avevo lasciato la sua casa editrice. Quando mi vide, lui si girò da un lato, per cercare il sostegno di qualcuno, lo trovò in Walter [Barberis, ndc] e si diresse verso di me, poi voltandosi verso Walter gli disse «…ti sei fatto fregare da questo qui, caro Walter». Non disse nient’altro, non si rivolse a me in nessun modo. Ma io capii che era il suo modo per rendere onore alla mia scelta. Da quel momento la nostra amicizia ricominciò. Io mi considero immeritatamente o no appartenente a quella scuola. Naturalmente penso di aver messo del mio in una ricerca di innovazione molto profonda, questo insieme alla vocazione masochistica al lavoro prolungato, hanno fatto di me l’editore che sono.

Quante ore lavora al giorno?
In questo momento vado in casa editrice intorno alle dieci del mattino e ne esco alle otto di sera, ma le ore più importanti sono quelle nelle quali leggo e scrivo per conto mio tra le quattro e le sei del mattino. L’attività in casa editrice è dedicata ad altre incombenze. Anche il lavoro di controllo dei manoscritti in latino si svolge in quelle ore mattutine.

Se ne occupa ancora personalmente?
Certo, non ho mai derogato a questo. È una delle caratteristiche fondamentali della Donzelli Editore.


Cosa deve avere un testo per interessarla oggi?
Deve avere la capacità di offrire un’angolatura critica innovativa. Di essere non ripetitivo e di essere sviluppato secondo una scintilla intellettuale che possa essere comunicata con efficacia ai lettori. Quindi non ci sono regole fisse. Tranne in alcuni casi, come per la decisione degli ultimi anni di non pubblicare più romanzi di narratori contemporanei. 

Perché?
Perché non volevamo più continuare a regalare opportunità ai nostri concorrenti più grandi. Perché non avevamo la dimensione d’impresa e la statura per poter mantenere i successi che raccoglievamo e ci rimanevano solo i mezzi successi o gli insuccessi da gestire.
Nel campo della narrativa, noi siamo stati editori di premi Nobel come Coetzee, ma alcuni di questi casi ci hanno resi edotti. L’anticipo sui diritti d’autore negli anni è decuplicato, facendoci capire che non eravamo nella condizione di poter gestire questo tipo di progetti.

Cosa deve essere oggi un editore?
Un editore è un certificatore di qualità intellettuale. Lo si può definire in molti modi, quello che io preferisco è questo. Io ho di fronte una comunità di miei lettori di cui la casa editrice è l’avamposto operativo. È quella comunità che tu non devi mai tradire, interpretandone i bisogni intellettuali con rigore, qualità, cercando di essere all’altezza della situazione. Se non rispondi in maniera adeguata, la comunità ti risponde non comprando il libro. L’editore ha solo un bene da difendere: la sua reputazione. Reputazione che sta nel valore del marchio editoriale, nella sua capacità di segnalare alla sua comunità libri di qualità intellettuale che valga la pena di leggere.



Lei ha parlato spesso del connubio possibile tra l’editoria di progetto e il profitto. Come è possibile questo e quanto è realizzabile?
Non solo è possibile ma è essenziale ai fini di una valutazione della qualità dell’impresa editoriale. Non si deve tenere in piedi il conto economico e contemporaneamente fare buona editoria, si deve tenere in piedi il conto economico per poter fare buona editoria. La buona editoria ha la sua contropartita immediata, il suo riscontro è nella qualità del conto economico. Io faccio spesso un esempio semplice. Il mestiere dell’editore ridotto ai minimi termini si può descrivere in questo modo: lei viene e mi propone un libro straordinariamente bello ma straordinariamente difficile di cui possono esistere al mondo diciamo tre acquirenti. Faccio il bravo imprenditore e stabilisco quale sia la mia aspettativa di ricavo per compensare i costi di quel libro. Ne stampo tre copie, se le vendo tutte e tre sono andato in pari col mio conto economico. Ho intercettato i tre lettori potenziali e sono riuscito a soddisfare il loro bisogno di lettura a un prezzo equo, ho pagato i miei costi e avuto la mia remunerazione. Questo è il caso virtuoso.

Poi ci sono due casi non virtuosi. Il primo è se ne vendo due copie, invece che tre; in questo caso ho ecceduto nella valutazione delle potenzialità di quel libro, sbagliando nel merito della valutazione intellettuale. Ne pago il prezzo. L’altro caso è se dopo aver venduto tre copie qualcuno viene a chiedermene una quarta, in quel caso ho ancora sbagliato. Mi dovrò arrangiare a fare una ristampa che rende molto antieconomico il conto complessivo di quel libro.
Da questo esempio potrebbe sembrare che l’unico problema di un editore sia indovinare una tiratura, ma il vero problema è conoscere il proprio pubblico, avere la capacità di studiare le potenzialità che il libro offre, restituirlo al lettore nella migliore forma possibile, con un equilibrio di qualità, costi e prezzi che sia il più remunerativo possibile, in primis per il lettore e da questo punto di vista assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte che si fanno.
Altre vie non ne conosco. Altre vie sono l’editoria assistita. 

Senza dimenticare la qualità professionale del team a cui un editore si affida. È difficile contemperarla con il controllo dei costi? 
La qualità professionale di una casa editrice è l’elemento che meglio la difende rispetto a possibili elementi di criticità e quella che ne garantisce la continuità del rendimento. Questo è un aspetto che ho molto curato. Penso di aver messo in piedi un modellino aziendale virtuoso che non ha mai puntato sull’esternalizzazione delle funzioni essenziali di una casa editrice, mai dato dell’editing esterno in affidamento, mai concepito modelli di scelta di precariato assoluto. Anzi, dopo oltre vent’anni, avendo raggiunto un conto economico soddisfacente, la prima cosa fatta è stata stabilizzare le posizioni di lavoro interne alla casa editrice. 

Quante persone lavorano per la Donzelli editore?
Siamo una quindicina, è una struttura familiare.

Gianni Ferrari mi disse una volta «Tu sei un animale in estinzione, vuoi fare contemporaneamente troppe cose». Io la presi come una sfida e la storia della Donzelli editore lo dimostra. Il nostro è un modello di struttura aziendale pensata in funzione di un equilibrio di impresa, senza pensare di poter sfruttare le mucche grasse, nello stesso tempo avere costante attenzione alla continuità del rendimento. Il mio problema è non prendere mai meno di sette e mezzo.