domenica 29 maggio 2016

L’arte e i bambini. I consigli di Margherita Loy


L’incontro con Margherita Loy inizia molti anni prima dell’ultimo Salone del Libro di Torino dove l’ho intervistata, arriva inatteso e in compagnia di una bambina. Aveva cinque anni e l’avevo portata a una mostra fotografica del «National Geographic». Lei era rimasta incantata davanti a una gigantografia di un bruco verde mela con degli occhietti rossi rubino che gli sporgevano dalla testa, ammesso che un bruco abbia una testa. All’uscita dalla mostra ci mettemmo a curiosare nel munifico boookshop del Palazzo delle Esposizioni di Roma nella sezione dedicata ai bimbi per poi ritrovarci a sfogliare lo stesso libro dalla copertina rigida con sopra la riproduzione del dipinto La camera di Vincent ad Arles, autrici Margherita e Rosetta Loy. Un libro che apre più di una finestra sull’universo del pittore olandese, che non ha mai accettato l’ordine precostituito e l’idea che gli altri, mercanti d’arte e colleghi pittori compresi, avevano della realtà.

Margherita Loy

Mi piacerebbe partire proprio da questo libro (La cameretta di van Gogh), che ha avvicinato alla lettura centinaia di bambini, per la nostra chiacchierata con Margherita Loy. Come è nata l’idea di questo libro e perché Van Gogh?
Era da molto tempo che avevo in mente di fare una serie di libri dedicati al mondo dell’arte, per l’esattezza volevo dedicare ogni volume a uno specifico quadro, più che all’opera complessiva di un pittore. Quando ho presentato quest’idea all’editore Galluci, il primo nome che è venuto alla mente di entrambi è stato quello di Vincent van Gogh. Il quadro cui ho pensato è stato proprio La camera di Vincent ad Arles, un dipinto che risale alla fine dell’Ottocento. L’ho scelto perché per un bambino la sua cameretta è uno spazio vitale, il suo primo spazio privato. È lì che comincia a comprendere il significato di intimità, ma è anche il luogo dove creare il proprio mondo immaginifico. Poi leggendo l’epistolario fra Vincent e suo fratello Theo ho scoperto tante cose su questa camera e ne ho fatto anche il luogo per parlare di un altro elemento che si consolida spesso nelle camerette dei bambini: l’amicizia, nel caso di Van Gogh con il pittore Gauguin.


Una delle cose che colpisce di questo e degli altri suoi lavori è la mancanza di “facilitatori” all’interno del libro. Mi riferisco all’abitudine molto diffusa nei libri per l’infanzia di pupazzetti e personaggi buffi che possano guidare il bambino alla scoperta di un’opera d’arte. È stata anche questa particolarità a garantire un ampio successo ai suoi libri?
Sì, animaletti, pupazzetti e personaggi vari che interagiscono con le opere d’arte è una cosa che mi fa rabbrividire. Ogni quadro ha una sua voce e sta all’osservatore, di qualsiasi età egli sia, trovare la giusta chiave di lettura. Perché pensiamo che un bambino abbia bisogno di un interprete e un adulto no? Un bambino è perfettamente in grado di percepire la bellezza di un capolavoro senza bisogno di coniglietti con le orecchie arancioni a indicargli il cammino; anzi, grazie all’utilizzo smodato e libero della propria immaginazione, tende a cogliere aspetti di un’opera d’arte che a un adulto sfuggono completamente. Bisogna rispettare i propri lettori e le opere d’arte di cui si parla, per questo spero sempre che i bambini trovino nei negozi dei musei libri liberi da guide sotto forma di dolci pupazzi.

Nel suo nuovo libro Pop al pomodoro (sempre edito da Gallucci) si parla di Pop Art, perché in questo caso dedicarsi a una corrente artistica piuttosto che a un singolo autore o a un quadro?
Ho voluto far vedere ai miei lettori un’altra faccia dell’arte, che spesso viene percepita come qualcosa di aulico e distante dalla vita di tutti i giorni, mentre la Pop Art ha dimostrato, in modo provocatorio, che si poteva far percepire come arte anche un barattolo di pomodoro in scatola. Per raggiungere quest’obiettivo ho pensato che una singola opera non bastasse, anche perché una delle caratteristiche di questa corrente artistica è l’interdisciplinarità, il passare dalla pittura al disegno, dal fumetto alla scultura, dal cinema alla parola, partendo da immagini e suoni che il resto del mondo aveva definito “normalità”.


Sebbene dedicato a un movimento artistico, Pop al pomodoro si focalizza sulla figura di Andy Wharol, che per la sua voglia di rompere molte regole ritenute dai suoi contemporanei inviolabili, ha dei punti di contatto con Van Gogh.  
Wharol ha insegnato ai suoi contemporanei cosa si intendeva per libertà di espressione e ispirazione. Come Van Gogh, è entrato a gamba tesa in un sistema di regole artistiche, culturali ed estetiche a costo di venire denigrato, ma ha sempre continuato sulla sua strada, unendo tenacia a creatività. Penso siano doti importanti per qualsiasi obiettivo ci si possa porre nella vita.

Come nasce un libro per bambini e in cosa si differenzia da quello per un adulto?
Come sempre la cosa centrale è la storia, ma in un libro per bambini la narrazione ha un peso maggiore, direi fondamentale, rispetto a quello che può avere in un libro per adulti. La storia che si vuole narrare poi deve essere incentrata su situazioni, oggetti e immagini ben precise. Un punto di partenza concreto e riconoscibile dal bambino da cui partire per il suo viaggio immaginifico. 
Anche adesso che sto lavorando a un libro dedicato a un grande pittore olandese del Seicento, è un’immagine precisa che cerco, la chiave di lettura per raccontare l’autore. Trovata quella, il resto viene da sé.

C’è un pittore o un artista che rispecchia il suo ideale di autore per il potere immaginifico delle sue opere su cui non è ancora riuscita a lavorare?
Mi piacerebbe fare un libro su Piero di Cosimo in cui compare Perseo e un drago che sorge dalle acque [Liberazione di Andromeda, 1520, Galleria degli Uffizi, ndc]. Un dipinto ricolmo di temporali emotivi, tutti da studiare. È un quadro così ricco di storie da essere base perfetta per un libro. Ma non è facile, c’è bisogno di tempo per capire su quali dei tanti filoni narrativi concentrarsi. 

Liberazione di Andromeda

Come è nato il rapporto professionale con sua madre, la scrittrice Rosetta Loy, che ritroviamo come autrice della prefazione anche in Pop al pomodoro?
È stata un’idea dell’editore Galluci per La cameretta di van Gogh. Mi chiese: «Pensi che tua madre sarebbe disponibile a fare una prefazione al libro per avvicinarsi anche ai genitori dei tuoi potenziali lettori?» Detto, fatto. Mia madre è stata felice di scrivere la prefazione, anche perché le dava la possibilità di fare qualcosa che è spesso difficile concedersi nella narrativa per adulti: scrivere lasciando libera la propria ispirazione, senza bisogno di filtri, lasciando che sia l’opera di un pittore a dettarti le parole per introdurre la sua opera.

Cosa legge Margherita Loy?

Sono una lettrice bulimica. Compro insaziabilmente e poi altrettanto insaziabilmente leggo. Adesso sto leggendo molta mitologia classica. L’Eneide, ma anche un libro affascinante di Matteo Nucci, Lacrime degli eroi. Ma non mi fermo qui. Amo Domenico Starnone, Annie Arnaux e poi il mio pilastro: João Guimarães Rosa e il suo Grande Sertão: Veredas, perché rappresenta l’idea di umanesimo che cerco nella letteratura. E poi ovviamente la poesia. Amo soprattutto René Char e Wisława Szymborska.

domenica 22 maggio 2016

L’arte di spaventare: intervista con Jeffery Deaver


«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver, i grandi maestri del Thriller» parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller, «questi tre autori – continua Dazieri - sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver. 

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice. Mi chiede della mia mattinata al Salone, si informa su cosa leggo e sulle numerose buste ricolme di libri che mi trascino dietro. Poi in un attimo tutto cambia, i suoi occhi si fissano nei miei, si sistema gli occhiali rettangolari di osso neri, spigolosi, come le ossa delle sua mandibola, che sembrano fare a pugni sotto il sottile strato di pelle che le separa dall’atmosfera. Convenevoli finiti, via all’intervista.   

Lei è uno dei pochi scrittori contemporanei che sembra costruire le sue storie come se dovessero essere un ingranaggio perfetto. Leggendo i suoi libri, mi capita di pensare a un meccanico della Ferrari, qualcuno che costruisce un oggetto unico, con una cura per i particolari che in pochi sapranno capire nel dettaglio, ma che tutti apprezzeranno una volta di fronte al risultato finale. Ogni scena, ogni personaggio, ogni aggettivo, tutto fa parte del suo ingranaggio per tenere il lettore avvinto alla sua storia. Così il lettore è convinto che l’unico motivo per cui esiste un romanzo di Jeffery Deaver sia compiacerlo. È proprio così?
Io passo almeno otto mesi a costruire la struttura di un romanzo, otto mesi dedicati esclusivamente a questa attività, cercando di disegnare tutte le scene che compongono il romanzo. Tutto parte da un’idea. Nel caso di The Steel Kiss, l’idea di base era di trasformare oggetti di uso quotidiano in armi. Utilizzo una grande lavagna di sughero dove sistemo su post-it tutte le scene del mio romanzo intorno all’idea di base e le analizzo, le metto in discussione. In questo periodo non scrivo, mi limito a lavorare sulla struttura e poi quando mi sembra che sia pronta, la porto dalla lavagna al pc. La struttura del mio ultimo libro era lunga più di duecento pagine, mentre la costruisco, mi occupo anche dell’attività di ricerca necessaria per rendere il più possibile realistico il flusso degli eventi. Solo alla fine di questa fase, mi siedo e scrivo il vero e proprio romanzo. Mi bastano due mesi, perché a quel punto è tutto chiaro nella mia mente. 

Non le è mai capitato di non rispettare questo flusso creativo? 
Mai. Se lo facessi rischierei di lavorare per mesi e rendermi conto che una storia non funziona solo dopo aver scritto centinaia di pagine di prosa. Sarebbe molto difficile a quel punto buttare via tutto. Se invece mi metto a lavorare alla struttura del testo, già dopo poche settimane mi rendo conto se l’idea può diventare un romanzo. Tutti possono scrivere una buona prosa, ma una buona prosa non serve a niente. È la storia che fa il romanzo. 

The Steel Kiss (Il bacio d’acciaio – edito in Italia da Rizzoli) è il romanzo che presenta oggi al Salone del Libro. È il dodicesimo che vede protagonista il detective Lincoln Rhyme, un personaggio che ha creato nel 1997, come protagonista del suo The bone collector (Il collezionista di ossa). Ne Il bacio d’acciaio abbiamo un assassino, un predatore che uccide utilizzando prodotti che usiamo tutti i giorni (scale mobili, ascensori, microonde, ecc.). Chiunque potrebbe essere un suo obiettivo, perché tutti siamo complici di un grande fratello consumistico che ci fa comprare prodotti di cui non abbiamo bisogno devastando il nostro pianeta. Come ha scelto questo tema?
È importante per un libro avere una connessione con la realtà che circonda il lettore. Attenzione però a non scrivere un libro per mandare un messaggio al mondo. Se si vuole mandare un messaggio a qualcuno è meglio usare Western Union, si hanno maggiori probabilità di arrivare a destinazione. Si può però rendere la storia più ricca parlando di un tema che tocca da vicino i lettori, che così si sentiranno parte attiva nel romanzo. Allo stesso modo, un altro tema che è presente nel libro è la privacy e la difficoltà che abbiamo a preservarla. Oggi mettiamo tutti i nostri dati nel cloud, ma sono davvero protetti? Chi può accedervi e come può utilizzare questi dati? Leggevo qualche giorno fa che in America due giovani hackers hanno preso il controllo di un’auto con uno smartphone e l’hanno fatta schiantare. È una di quelle cose spaventose che potrebbero accadere a ognuno di noi ed è importante esserne consapevoli. 

Qual è stata la scena più difficile da scrivere ne Il bacio d’acciaio? 
Non saprei dire se ne esiste una. Certo le più complesse da scrivere sono come sempre quelle che riguardano le relazioni umane, l’importante è rimanere al di fuori della sfera emozionale del personaggio. Non farsi catturare dalle sue emozioni. Uno scrittore è come un pilota di un aereo. Spesso e senza preavviso si trova a viaggiare in una tempesta. Preferirebbe il sereno, certo, ma è addestrato per volare in qualsiasi condizione e sa di potercela fare, l’importante è che resti il più possibile distaccato. Se iniziasse a pensare che è responsabile della vita o della morte di centinaia di persone, non supererebbe la tempesta. Per lo scrittore è lo stesso, non si deve far coinvolgere dalla storia, così da lasciare tutta l’emozione ai lettori. 
Quanto è importante per Jeffery Deaver spaventare il lettore? È consapevole che dopo questo romanzo milioni di persone avranno paura a usare il loro microonde? 
Per me è vitale riuscire a spaventare le persone. Io non voglio scrivere libri interessanti, ma avvincenti. Il lettore deve leggere un mio libro in un’unica notte, senza riuscire a staccare gli occhi dalla pagina, anche se vorrebbe, anche se quello che legge lo mette a disaggio, lo spaventa, lo disorienta. Io ho bisogno di un lettore che vuole fuggire dalla mia storia e al contempo non può sottrarsi. 
Come fa a creare questa dipendenza? 
Uno scrittore deve conoscere il suo pubblico. Deve sapere cosa provano i suoi lettori, come scatenare in loro le emozioni di cui hanno bisogno perché la storia non venga abbandonata. 
Lei si è definito uno scrittore di romanzi commerciali. Cosa intende esattamente? Molti autori italiani avrebbero sofferto per una definizione del genere del loro lavoro.
Un romanzo è un prodotto. Non è molto diverso da un buon tavolo, entrambi possono essere fatti da un artigiano o in serie, ma ciò che conta è che trovino un compratore che li usi e che trovi utile usarli. Un romanzo nasce per intrattenere delle persone. Molti scrittori pensano a se stessi come artisti, ma un artista è un artigiano che vuole modificare la percezione della realtà che ha intorno attraverso la sua opera. Vuole che le persone si pongano delle domande, che trovino altri punti di vista. Questo va bene, ma per realizzarlo occorre essere padroni, come tutti i bravi artigiani, delle tecniche giuste. Bisogna che i lettori capiscano cosa lo scrittore vuole dire loro. Umberto Eco era un grande scrittore perché aveva una grande padronanza della lingua e delle tecniche narrative, ma al contempo riusciva a rendere comprensibili ai lettori temi apparentemente molto complessi. Alcuni miei colleghi si siedono alle loro scrivanie, aprono la loro mente e lasciano che i loro pensieri fluiscano non filtrati sulla carta, come se poi toccasse al lettore interpretarli, ma tocca allo scrittore rendere il proprio pensiero accessibile. 
So che ama e legge poesia. Come influenza il suo lavoro? 
Sì, adoro la poesia. Amo leggere Frost, Pound e soprattutto T. S. Eliot. La poesia insegna la potenza e la consapevolezza della parola. Quando finisco di scrivere i miei romanzi li leggo ad alta voce per vedere se c’è la giusta armonia fra le parole, se le sonorità usate sono quelle giuste per sottolineare l’azione, la sensazione che vorrei provocare nel mio lettore. Userò per esempio un linguaggio e una sonorità diversa in scene d’azione (parole di poche sillabe, paragrafi contratti) rispetto a scene dedicate all’analisi interiore di un personaggio (periodi più lunghi, parole più ariose, con maggiori sfumature).  Questo aiuta il lettore a entrare nel profondo della storia, a percepirne il ritmo, preparandolo a quello che accadrà dopo. 
È vero che ha scritto il suo primo romanzo all’età di 11 anni? Lo ha ancora?
Era un racconto in verità. Una storia avventurosa, un paio di capitoli alla James Bond. Ho sempre amato Fleming e il suo agente segreto. Non so che fine abbia fatto il mio testo, ma già allora sapevo che quello sarebbe stato il mio lavoro.   
Cosa cerca in un libro come lettore? 
Ho bisogno di storie che si muovano velocemente. Devo trovare un senso di conflitto fra i personaggi che mi costringa a pormi delle domande. Voglio un libro onesto, che nasca senza grandi ideali sottostanti, ma con una solida struttura. Mi piacerebbe fosse scritto da chi sia consapevole dell’importanza e della bellezza del linguaggio e sappia metterla in atto. E poi mi piace un finale coerente con la storia, non amo i finali che lasciano in sospeso il lettore, non del tutto. 

Lei pubblica un nuovo libro ogni anno, non teme di trovarsi di fronte al blocco dello scrittore. Le è mai successo? 
No. Per me scrivere è necessario e mi diverto a farlo. Mi capita spesso nei miei corsi di scrittura che uno studente venga da me e mi dica: “Amo scrivere ma non riesco a trovare il tempo per farlo”. Non diventerà uno scrittore. Chi invece viene da me e mi dice: “Ho problemi perché non riesco a tenere in ordine la mia vita a causa della scrittura”. Ecco questa persona ha ottime chance di diventare uno scrittore, lo è già. Certo, sono consapevole di essere molto fortunato perché io posso scrivere e basta, quindi per me è più facile tenere in ordine il resto della vita. 


  

domenica 15 maggio 2016

XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino: visioni per guardare lontano?

Attendendo il trentennale, il Salone Internazionale del Libro di Torino ha riaperto le porte ai suoi visitatori il 12 maggio scorso al Lingotto. In un contesto europeo di chiusura in se stessi, creazione di muri e sospensioni ‘temporanee’ di diritti, il tema di questa edizione (Visioni) tenta di far smettere di guardare all’oggi (anche perché non ci offre uno spettacolo edificante, come se cercasse di sintetizzare in pochi anni la summa delle teorie sui barbari di Zygmunt Bauman) per puntare al domani, cercando nella voce di innovatori e visionari un trampolino da cui il lettore può iniziare il proprio viaggio. 


Al Salone Internazionale del Libro di Torino allora prendono parte Roberto Cingolani, dal 2005 direttore dell’Istituto italiano di Tecnologia (IIT), centro avanzato di robotica e nanotecnologie; Carlo Rovelli, esperto di fisica quantistica, che ha rivelato uno straordinario talento di divulgatore, facendo delle sue Sette lezioni di fisica un best-seller tradotto in 35 Paesi; Marco Malvaldi pronto a dimostrare come scienza e poesia, da Omero e Borges, siano riusciti a mettere in campo un’alleanza profetica nell’immaginare il futuro; Michel Serres (secondo Le Monde «Lucrezio al tempo del web») riferimento di un pensiero filosofico che sembra esaltarsi davanti alle sfide del futuro; il ‘super’ architetto Stefano Boeri, creatore del Bosco Verticale di Milano. 


E poi tanti, tantissimi autori che hanno innovato con il loro lavoro il modo di intendere un autore e di conseguenza anche un lettore. A cominciare da Michael Cunningham, che presenterà Un cigno selvatico per l’editore La nave di Teseo (per la prima volta al Salone dopo la sua nascita nel 2015 a seguito dell’uscita da Bompiani di Elisabetta Sgarbi), proseguendo con Muriel Barbéry, Saleem Haddad, Clara Sánchez, Bernard Quiriny, Tommy Wieringa, e Jeffrey Deaver, uno dei più prolifici produttori di best-seller made in USA che ho avuto la possibilità di incontrare e alla cui visione del ruolo dello scrittore sarà dedicato un post la prossima settimana. 


Visioni prospettiche, sperimentali, surreali, catastrofiche e ipertrofiche che dovrebbero spingere il lettore in un area inesplorata, dove nemmeno il suo smartphone è in grado di arrivare. Sfida importante, di cui, solcando i padiglioni del Lingotto, non si è sentita l’energia. Allestimenti, colori, grafica, proposte, tutto sembrava congelato al 2015, persino il sito internet del Salone sembrava lo stesso dello scorso anno, ancora incapace di fornire, pur definendosi ‘internazionale’, un versione in inglese degna di questo nome. 


Certo c’erano tanti nuovi titoli, ma pochi, pochissimi nuovi contenuti e i lettori, che sono molto più intelligenti di quanto la macchina promozionale dell’editoria possa pensare, se ne sono accorti. Dopo aver superato il naturale sfogo bulimico di un goloso di libri che si trova nella libreria più grande d’Italia e il conseguente attacco di panico che lo porta a correre da uno stand all’altro attratto dalle copertine più luccicanti, il lettore si placa. Inizia a sfogliare quarte, pagine, interi capitoli. Il lettore  prende fra le mani un libro e cerca. Lo fa perché è nel suo DNA, non può accontentarsi di quello che ha intorno e pretende dal libro una realtà ‘altra’ in cui vivere. E cercando ritrova copioni, idee e linguaggi che già conosce, così rimette sulla pila il libro e continua la sua ricerca. 


Fra le poche eccezioni segnaliamo al nostro amico lettore il libro (romanzo è limitativo) di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance edito da minimumfax, che va letto per la giustapposizione di ogni aggettivo, parola e azione in un pindarico e (qui sì) visionario viaggio da cui non sarà facile uscire indenni. 






domenica 8 maggio 2016

A cento anni da Boccioni la vita è ancora dappertutto


Il 2016 non è soltanto l’anno in cui si ricordano i 400 anni dalla morte di Shakespeare. Nel 1916 scompariva uno degli artisti più poliedrici e instancabili del nostro primo Novecento. Parliamo di Umberto Boccioni: pittore, scultore e cofondatore del movimento Futurista, di cui ha scritto (insieme a Russolo e Carrà) il Manifesto nel 1910. Un uomo che riuscirà, con la continua messa in discussione di se stesso e delle sue opere, a non accontentarsi mai dei risultati raggiunti.


Per ricordare questo protagonista dell’avanguardia italiana, al Palazzo Reale di Milano (in questa città Boccioni ha vissuto proprio gli anni del Futurismo) è stata organizzata una mostra (Boccioni 1882-1916. Genio e memoria) che parte dalla scoperta di importanti documenti legati alla vita di Umberto Boccioni negli archivi della biblioteca civica di Verona. Fra questi c’è l’Atlante di immagini, raccolta di pensieri, domande e intuizioni che l’artista costruì per documentare l’evoluzione della sua opera e grazie al quale è possibile capire a quali pittori si è ispirato Boccioni durante le varie fasi del suo lavoro. Artisti come Dürer, Rembrandt, Van Dyck, da cui Boccioni acquisì la capacità di scavare a fondo nell’animo delle persone che ritraeva, un esempio per tutti il ritratto di Virgilio Brocchi che fa pensare a un personaggio di Delitto e Castigo di Dostoevskij.



Virgilio Brocchi - Boccioni - 1907

Ma la necessità di confrontarsi con nuovi stimoli portò presto Boccioni a misurarsi con i suoi contemporanei, a cominciare da Giovanni Segantini e Gaetano Previati, grazie ai quali Boccioni si avvicinò al divisionismo simbolista, apprezzando il tentativo di questi autori di innovare il linguaggio pittorico. Pensiamo all’impatto che ebbe il monumentale Materinità di Previati (una tela di 4 metri per 2 metri) esposta alla prima Triennale di Brera nel 1891, considerata la prima apparizione del Simbolismo in una esposizione ufficiale italiana.  




Maternità - Previati - 1891

La ricerca di Boccioni non si fermò qui, dall’Atlante scopriamo l’interesse per artisti come Frank Brangwyn, illustratore inglese, famoso per i suoi pannelli decorativi che enfatizzavano il valore del lavoro degli operai inglesi, cui Boccioni si avvicinò ancora una volta per sperimentare nuove tecniche pittoriche, un passaggio che lo avrebbe portato verso la destinazione per cui viene ricordato ancora oggi: il Futurismo. «I pittori ci hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi porremmo lo spettatore al centro del quadro», scrive Boccioni nel Manifesto tecnico della pittura futurista l’11 aprile 1910, puntando a una fusione dinamica fra spettatore, ambiente e spazio in continuo divenire.

Visioni simultanee - Boccioni - 1912

E quindi macchine, velocità, fusione fra figura, luce e ambiente, in un vortice di sensazioni inarrestabili che l’uomo cerca di intercettare, provando ad assorbire parte dell’energia che viene sprigionata da questa nuova rappresentazione della realtà. E in una frase di Nino Salveschi, che riportiamo alla fine di questo post, sta forse la descrizione perfetta di questo moto rotatorio a velocità crescente che Boccioni mostrò allo spettatore esterrefatto e rapito, anticipando di cento anni la velocità di scambio, pensiero e connessione cui internet ci ha abituato. Quella capacità che si richiede oggi a ognuno di noi: integrare piani, idee, convinzioni, necessità, come se fosse il sistema e non l’uomo a decidere.

«Disegnava rapidamente, ridendo e spiegando anche a se stesso: le cose che non stavano ritte, i tetti che s’aprivano, la folla che ondeggiava, la vita, la vita, la vita dappertutto… Ecco fatto. Era chiarissimo. Non è vero?»

domenica 1 maggio 2016

La seconda classe di Hoda Barakat a Chiasso/Letteraria



«Negli eventi di lingua italiana c’è meno certezza di conoscere già le risposte».



Hoda Barakat

Parola di Hoda Barakat, scrittrice libanese che dopo un periodo di grande partecipazione a eventi e dibattiti sul mondo arabo e sulle sue presunte caratteristiche, ha deciso di diradare le sue apparizioni in pubblico, soprattutto negli eventi letterari che si rincorrono in questo periodo sul rapporto fra Europa e Islam nella sua seconda patria: la Francia.





In un’intervista con Stefano Montefiori su La Lettura, Hoda Barakat, che ha vissuto la guerra civile libanese e sui rapporti fra ragioni contrapposte ha scritto molti dei suoi romanzi, ci dice che gli scrittori e gli intellettuali francesi sembrano aver perso il loro ruolo. «I parigini che sono seduti ai tavoli dei bar e hanno paura di essere le prossime vittime di un attentato terroristico, come quello del 13 novembre scorso, hanno il diritto di aver paura. Ma l’intellettuale dovrebbe avere un atteggiamento opposto, dovrebbe ragionare con la testa e non con la pancia.»



La scrittrice libanese, ospite del festival Chiasso/Letteraria che si chiude proprio oggi in una Svizzera in cui tentare di essere neutrale su alcuni argomenti può sembrare più semplice, è convinta che nessuno voglia cercare davvero una possibile ragione a quello che sta accadendo nel mondo arabo e di conseguenza nel mondo occidentale. Bastano le motivazioni che ognuno si è preconfezionato, motivazioni cui si pretendono conferme continue dagli oratori dei festival letterari, ben vestite in aggettivazioni d’effetto e citazioni cui si fa fatica ad obiettare.



Ciononostante Hoda Barakat ha deciso di partecipare a Chiasso/Letteraria, forse per il tema della rassegna: seconda classe, riferendosi sia alle moltitudini di seconde classi che si stanno formando nel mondo (sempre più distanti dalle prime classi, pronte a tutto per difendere i loro privilegi) sia alla produzione letteraria di seconda classe. Quella che con viene definita ‘minore’ per genere o per autore che in essa si trova confinato. Chiasso/Letteraria propone al lettore di pensare al mondo come a un’immensa seconda classe, in cui cercare il proprio posto e i propri valori, anche se per trovarli bisogna mettere in discussione le verità che portiamo infuse in noi. «Il cristiano pensa – continua Hoda Barakat – di essere migliore degli altri perché è venuto a correggere il patrimonio ebraico, il mussulmano perché ha corretto entrambi, l’ebreo pensa di essere migliore perché è arrivato per primo. Tutti si ripiegano sulle loro convinzioni.»



Nel viaggio che i lettori compiranno nella seconda classe di questo festival, vedranno amplificate le disuguaglianze che li circondano ogni giorno, disuguaglianze che manifestandosi portano alla sfrontatezza aggressiva dei possessori dei biglietti di prima classe. Forse Hoda Barakat ha ragione quando dice che «siamo dei mutanti» e non sappiamo ancora dove ci porterà questa mutazione, ma soprattutto abbiamo paura di chiedercelo.