domenica 15 maggio 2016

XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino: visioni per guardare lontano?

Attendendo il trentennale, il Salone Internazionale del Libro di Torino ha riaperto le porte ai suoi visitatori il 12 maggio scorso al Lingotto. In un contesto europeo di chiusura in se stessi, creazione di muri e sospensioni ‘temporanee’ di diritti, il tema di questa edizione (Visioni) tenta di far smettere di guardare all’oggi (anche perché non ci offre uno spettacolo edificante, come se cercasse di sintetizzare in pochi anni la summa delle teorie sui barbari di Zygmunt Bauman) per puntare al domani, cercando nella voce di innovatori e visionari un trampolino da cui il lettore può iniziare il proprio viaggio. 


Al Salone Internazionale del Libro di Torino allora prendono parte Roberto Cingolani, dal 2005 direttore dell’Istituto italiano di Tecnologia (IIT), centro avanzato di robotica e nanotecnologie; Carlo Rovelli, esperto di fisica quantistica, che ha rivelato uno straordinario talento di divulgatore, facendo delle sue Sette lezioni di fisica un best-seller tradotto in 35 Paesi; Marco Malvaldi pronto a dimostrare come scienza e poesia, da Omero e Borges, siano riusciti a mettere in campo un’alleanza profetica nell’immaginare il futuro; Michel Serres (secondo Le Monde «Lucrezio al tempo del web») riferimento di un pensiero filosofico che sembra esaltarsi davanti alle sfide del futuro; il ‘super’ architetto Stefano Boeri, creatore del Bosco Verticale di Milano. 


E poi tanti, tantissimi autori che hanno innovato con il loro lavoro il modo di intendere un autore e di conseguenza anche un lettore. A cominciare da Michael Cunningham, che presenterà Un cigno selvatico per l’editore La nave di Teseo (per la prima volta al Salone dopo la sua nascita nel 2015 a seguito dell’uscita da Bompiani di Elisabetta Sgarbi), proseguendo con Muriel Barbéry, Saleem Haddad, Clara Sánchez, Bernard Quiriny, Tommy Wieringa, e Jeffrey Deaver, uno dei più prolifici produttori di best-seller made in USA che ho avuto la possibilità di incontrare e alla cui visione del ruolo dello scrittore sarà dedicato un post la prossima settimana. 


Visioni prospettiche, sperimentali, surreali, catastrofiche e ipertrofiche che dovrebbero spingere il lettore in un area inesplorata, dove nemmeno il suo smartphone è in grado di arrivare. Sfida importante, di cui, solcando i padiglioni del Lingotto, non si è sentita l’energia. Allestimenti, colori, grafica, proposte, tutto sembrava congelato al 2015, persino il sito internet del Salone sembrava lo stesso dello scorso anno, ancora incapace di fornire, pur definendosi ‘internazionale’, un versione in inglese degna di questo nome. 


Certo c’erano tanti nuovi titoli, ma pochi, pochissimi nuovi contenuti e i lettori, che sono molto più intelligenti di quanto la macchina promozionale dell’editoria possa pensare, se ne sono accorti. Dopo aver superato il naturale sfogo bulimico di un goloso di libri che si trova nella libreria più grande d’Italia e il conseguente attacco di panico che lo porta a correre da uno stand all’altro attratto dalle copertine più luccicanti, il lettore si placa. Inizia a sfogliare quarte, pagine, interi capitoli. Il lettore  prende fra le mani un libro e cerca. Lo fa perché è nel suo DNA, non può accontentarsi di quello che ha intorno e pretende dal libro una realtà ‘altra’ in cui vivere. E cercando ritrova copioni, idee e linguaggi che già conosce, così rimette sulla pila il libro e continua la sua ricerca. 


Fra le poche eccezioni segnaliamo al nostro amico lettore il libro (romanzo è limitativo) di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance edito da minimumfax, che va letto per la giustapposizione di ogni aggettivo, parola e azione in un pindarico e (qui sì) visionario viaggio da cui non sarà facile uscire indenni. 






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