domenica 17 novembre 2013

Riscrivere se stessi, ma con la calligrafia adatta.

Beautiful Letters Handwriting. Che letteralmente potrebbe essere tradotto con “Servizio di scrittura a mano di belle lettere”, ossia una società che si sostituisce ai suoi clienti per scrivere le loro lettere più personali, usando la loro calligrafia riprodotta perfettamente dal computer attraverso un sistema di algoritmi. É in questa ipotetica società (ma non così futuristica) che lavora lo scrittore Theodore Twonbly, protagonista di her, nuovo film di Spike Jonze presentato in concorso e in anteprima europea al Festival Internazionale del Film di Roma, dopo aver ricevuto critiche entusiastiche al 51st New York Film Festival. Theodore è il miglior hand writer della società, perché è il più attento ai particolari, perché quando guarda il volto di una persona, che sia sullo schermo di un pc o dal vivo, cerca di percepirne il carattere, i desideri, le paure per condensarle poi nella pagina che sta per scrivere. E sebbene nessuno dei suoi destinatari saprà mai chi ha deciso di dedicare uno spazio dei propri sospiri a loro e solo a loro, Theodore continua a regalare un pezzetto delle sue emozioni a degli sconosciuti, senza aspettarsi nulla in cambio. E se per secoli l’uomo è dovuto ricorrere al supporto di altri esseri umani, custodi dell’arte della scrittura, in quanto, pur consapevole delle proprie emozioni, non era in grado di trasporle su carta perché analfabeta, con questo film Spike Jonze ci propone un prossimo futuro in cui l’analfabetismo non sarà sostanziale ma emozionale. Tutti saremo in grado di scrivere, anche perché assistiti da pc a comando vocale, che correggeranno dinamicamente la nostra grammatica senza interpellarci, ma non saremo più in grado di analizzare e comprendere le nostre emozioni, rischiando di dettare solo silenzi (o sospiri come fa spesso Thoeodore) a pc che ci incalzeranno con domande mirate a decodificare e trascrivere l’intrascrivibile.
Forse allora qualcuno inventerà un sistema operativo, come quello che scoprirà Thedore, capace di adeguarsi agli input emozionali del suo owner, diventando un risolutore emozionale, che organizza la vita e le speranze del suo partner corporeo, donandogli così l’inattesa sensazione che esista qualcuno (in questo caso qualcosa) in grado di comprenderlo e amarlo, un’entità cui è possibile rivelare tutte le proprie ansie, le insoddisfazioni, le recriminazioni, sentendosi “capiti” e spronati a migliorare. Incontreremo allora il partner perfetto, più sicuro, simpatico ed empatico, meno egoista e individualista. Ma, come ci dimostrerà Theodore (mirabilmente interpretato da Joaquin Phoenix che copre il 90% del film in solitaria, con solo la voce del suo sistema operativo a fargli compagnia), quel noi stessi non esiste davvero. Quella proiezione ideale, assoluta e perfetta di come dovrebbe essere la nostra vita per renderci davvero felici, è solo nella nostra testa e non riusciremo mai a trovare una persona corporea che ne sia la copia perfetta. Vivremo allora per anni con un’idea di altro da noi che non esiste e ci porterà a parlare con serenità del nostro dolore su Facebook, ma non alla persona che dorme vicino a noi da anni.

Il merito di questo film non è soltanto di portare, con estrema naturalezza e leggerezza, il pubblico a immaginare la propria vita in una versione 2.0 di se stessi, ma anche a farlo sembrare la cosa più necessaria per poter poi riscoprire cosa si ha davvero intorno e capire che si finisce sempre per deludere qualcuno e allora è meglio iniziare prima possibile, magari non da se stessi.      
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