domenica 3 aprile 2016

E se passeggiando per Milano vi trovaste di fronte uno struzzo con 92 collane?

Niente paura, Milano non è stata appena staccata dal suolo italico per finire nella ‘tolkieniana’ terra di mezzo, né ha preso il posto del castello di Hogwarts, assediato dalle immaginifiche fiere create dalla penna di J. K. Rowling. Siamo nel serissimo Corso Magenta, a pochi passi dal chiostro bramantesco di Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo di Leonardo. Qui, in un altro chiostro, dalle fogge moderne, si è aperta una mostra assai particolare. 


Lo struzzo in questione è quello di Einaudi e le 92 collane sono quelle che nella sua storia il prestigioso marchio editoriale ha creato per dare voce alle tendenze che di decennio in decennio, dalla fondazione ad opera di un Giulio Einaudi ventunenne nel 1933, nascevano, crescevano, si sgonfiavano e morivano nel panorama letterario italiano e mondiale. 


In una lunga sala rettangolare dalle pareti ‘bianco Einaudi’, è stata allestita la mostra “I libri Einaudi 1933-1983”. 50 anni di romanzi, poesie, traduzioni, copertine e book design (siamo a pochi giorni dalla settimana del design milanese del Fuorisalone) raccolti con pazienza e passione dal collezionista Claudio Pavese che ha accumulato ben 3.000 volumi di cui questa mostra espone 300 pezzi di particolare fascino. Si parte con Moby Dick del 1932 e Topolino del 1933, entrambi tradotti da Cesare Pavese per Frassinelli, considerati gli antesignani del lavoro che iniziò poi Einaudi. Un salto di qualche anno e il visitatore si troverà di fronte a Le occasioni di Eugenio Montale del 1939 (il primo numero della collana Poeti), alla prima edizione dell’ultima opera di Cesare Pavese (La luna e i falò del 27 aprile 1950, con la copertina di un opera di Carlo Carrà), per poi arrivare ai Sonetti di Shakespeare nell’edizione del 24 dicembre 1952 (primo volume della collana dedicata ai poeti stranieri con testo a fronte). Solo due anni separano quest’ultimo volume da Se questo è un uomo di Primo Levi del 1954,  sistemato in una teca a pochi passi da Il giovane Holden di J. D. Salinger del 1961 (prima edizione con disegno di Ben Shahn e non con copertina tutta bianca come avrebbe voluto l’autore). 

E se nella scelta di un libro la copertina gioca spesso un ruolo importante, si resta in contemplazione davanti alle arti grafiche di Albe Steiner, Max Huber e Bruno Munari. Proprio Munari sosteneva che: «se l’editore è un editore di qualità (piuttosto che di quantità) allora anche il lettore è di qualità e ha abitudini non soltanto letterarie, ma anche estetiche particolari. Sa distinguere colori raffinati da colori disneyani, caratteri tipografici classici da quelli bastardi». È questo che, soprattutto in quegli anni, ha fatto Einaudi: ha offerto una grande varietà di stimoli e di punti di vista di elevata qualità letteraria, uniti a copertine che ne sapessero sintetizzare l’essenza. Ha creato quello che molte case editrici poi avrebbero tentato di sperimentare e inseguire: una precisa identità. 


Come suggerisce il curatore de “I libri Einaudi 1933-1983” (Andrea Tomasetig): «mettere in mostra i libri della casa editrice Einaudi storica, quella che va dal 1933 al 1983, significa citare una porzione notevole della cultura italiana […], raccontare l’intrecciarsi fruttuoso di storia, pensiero, letteratura, arti e scienze in un catalogo che ha lasciato il segno in almeno due generazioni di italiani.» Io sono fra quelli.


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