martedì 2 novembre 2010

Una parola, un verso – tredicesima: separare

separare v. tr. [dal lat. sepărare, comp. di se- «a parte» e parare «fare, approntare»]
1. a. Dividere, disgiungere persone o cose vicine o contigue, mescolate, materialmente o spiritualmente unite; b. Distinguere, sceverare: s. il buono dal cattivo; c. Con riferimento a contendenti, a persone che litigano, mettersi in mezzo tra loro, far cessare una lite o una rissa; 2. ant. Interrompere, far finire: una fratellanza e una amicizia sì grande ne nacque tra loro, che mai poi da altro caso che da morte non fu separata (Boccaccio). 3. rifl. Dividersi, staccarsi, allontanarsi da persone alle quali si era legati da interessi, idee, sentimenti e attività comuni.

Dalla famiglia, dagli amici, da se stessi. Parto dal terzo significato proposto dalla parola di questa settimana, quello riflessivo, quello egoistico: “separarsi”. Molto spesso sinonimo di legittimarsi, realizzarsi. Separarsi dal socio che non ci comprende, l’azienda che non ci apprezza, il compagno che non ci sostiene, gli amici che non ci ascoltano. Separarsi dagli errori che si continuano a compiere, nella speranza che divengano di qualcun altro e che guardandosi indietro, pochi passi più avanti, sia possibile dire: “Come si può essere così stupidi?”.
Sentirsi vittoriosi perché soli, non dipendenti da altri esseri umani, ma bisognosi della loro dipendenza. Affinché si possa dire di essere vincolati, controllati, indirizzati e ricominciare a separarsi.
Immersi in questo loop emotivo cerchiamo di ascoltarci senza avere più orecchie disponibili.




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