domenica 4 dicembre 2016

Poesia Vivente: l’attore secondo Jouvet e Servillo in scena al Piccolo Teatro di Milano


Cammino sotto le volte di un chiostro quattrocentesco. Frammenti di affreschi attribuiti a Bramante e a Leonardo guardano le teste delle persone sedute attorno a tavolini quadrati con sopra resti di tè o cioccolate serviti in porcellane candide. È una domenica pomeriggio di fine novembre a Milano e qualcosa che dovrebbe assomigliare al sole si è spinto per un attimo oltre la coltre densa di nuvole che ha cinto d’assedio la città per una settimana. I cappotti sono ancora aperti e le sciarpe un accessorio più che una barriera al freddo. Alle pareti del chiostro grandi cartelloni su fondo nero mi osservano. Su ogni cartellone, in alto a destra, disegnato a pallini bianchi su fondo rosso, il nome del luogo dove sto passeggiando in attesa di assistere a un cambiamento, emotivo più che meteorologico. 

Siamo nel foyer a cielo aperto del primo teatro stabile d’Italia, il Piccolo di Milano, fondato da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi nel 1947, proprio in questo luogo, in via Rovello, a due passi dal roteare smanioso degli ‘shoppingari’ della domenica che assaltano via Dante, a metà strada fra il Castello Sforzesco liberato dalle strutture tubolari dell’EXPO e il Duomo in perenne parziale restauro. Il mutamento emotivo cui ci apprestiamo ad assistere è quello di un personaggio, che ha in sé un’attrice, interpretata da un’altra attrice. Può apparire complesso, lo so, ma anche la vita lo è, quindi proviamo ad andare per gradi. 


Alla sede storica del Piccolo è in cartellone Elvira di Brigitte Jaques, testo teatrale che trae spunto dal saggio di Louis Jouvet (storico attore francese, fondatore della compagnia teatrale del Théâtre des Champs-Élysées nel 1922) dedicato a Molière e pubblicato da Gallimard nel 1965. Si tratta della trascrizione di sette lezioni tenute da Jouvet per la preparazione della messa in scena del Don Giovanni di Molière. In scena c’è quindi il personaggio di Donna Elvira (da cui il titolo della pièce) creato da Molière che dà l’addio al suo antico amante Don Giovanni, ma non assistiamo alla rappresentazione, bensì alla messa in scena delle prove durante le quali Jouvet cerca di spiegare la sua idea di interpretazione ad una allieva (Claudia), perché possa impersonare al meglio Elvira. Toccherà proprio a Claudia cambiare se stessa come donna per arrivare a trasformare la sua interpretazione come attrice, impeccabile dal punto di vista tecnico ma carente in quanto ad emozioni. Claudia dovrà diventare un «fiume che irrompe in scena, costringendo gli spettatori al silenzio».


Ci riuscirà alla fine? Forse, in parte, preferisco non svelarvi il finale, non è questa la ragione più importante per andare a vedere questo spettacolo in scena fino al 18 dicembre. Di certo la ‘Claudia’ che lascerà il teatro alla fine di queste prove/lezioni nel settembre del 1940 sarà molto diversa da quella che vi era entrata nel febbraio dello stesso anno. Ciò che Jouvet, Brigitte Jaques e Toni Servillo (che in questa superba espressione di teatro nel teatro è sia regista sia attore) hanno a cuore è trasferire un messaggio quanto mai necessario e attuale  80 anni dopo i fatti descritti dal testo. L’impegno, il lavoro su se stessi, la messa in discussione di ciò che si è e di ciò che si vuole diventare e la ‘fatica sublime’ in cui questi elementi necessariamente si concretizzano è l’unica chiave per accedere a ciò che desideriamo e per farlo in un modo che ci renda fieri di quello che abbiamo realizzato.       

   

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