domenica 11 settembre 2011

chi è Howard Jacobson?

Ma chi è Howard Jacobson?

Professore di letteratura inglese nella brumosa Inghilterra, nonché giornalista (columnist per dirla all'anglosassone), documentarista e scrittore.

A questo punto la vostra immaginazione, a meno che non siate fra i pochi italiani che hanno avuto l'opportunità di incontrare dal vivo questo distinto sessantenne (o almeno di leggere uno dei suoi libri), sarà già partita, delineando la figura di un distinto signore alla David Niven, con tanto di ombrello e giacca in tweed, magari anche con la pipa, che disserta dell'innegabile influenza shakespeariana su qualsiasi autore abbia osato scrivere dopo, a volte anche prima, del Bardo.

Sbagliato! Osate di più, con questo autore è assolutamente necessario.

Howard Jacobson si è presentato al Festivaletteratura (www.festivaletteratura.it) di Mantova in camicia di lino e capelli arruffati, invadendo letteralmente i pensieri dei boccheggianti spettatori (la sua presentazione era fissata in un bollente e umidiccio sabato mantovano alle due del pomeriggio) con una miriade di battute "sull'ebraicità" (se mi permettete questo neologismo), affermando di essere stanco dello "scambismo" (secondo neologismo…) fra scrittori ebrei e non. I primi che non sanno essere ebrei e i secondi che farebbero di tutto pur di diventarlo, perché pensano che essere scrittore ed ebreo sia una combinazione decisamente cool.

Cosa significa, allora, per uno dei più autorevoli scrittori ebrei di lingua inglese essere ebreo oggi?

"Sposare una donna ebrea." Almeno questa era la chiave dell'ebraismo secondo il padre di Jacobson, a cui ovviamente va aggiunta l'indissolubile capacità materna di prepararlo sempre al peggio, per poi sorprendersi, quasi infastidirsi, dinanzi all'eventuale meglio che si fosse ostinato ad arrivare.

Da qui Howard Jacobson parte per presentare in Italia il suo ultimo libro (L'enigma di Finkler - vincitore del prestigioso Man Booker Prize in UK), dimostrando un'impareggiabile disposizione all'ironia e soprattutto all'auto-ironia, riuscendo a scuotere gli animi e i sudori del pubblico assiepato a Palazzo Ducale e provocando numerosi applausi a scena aperta, anzi a "battuta aperta".

Accompagnato nella presentazione dall'attento osservatore dell'animo umano, nonché grande attore e drammaturgo, Moni Ovadia, Jacobson ha dimostrato di essere ben più del Philip Roth o del Woody Allen britannico (come spesso è stato etichettato), spiegando che l'indole ironica è insita nell'ebraismo, perché a suo giudizio nasce dalla sofferenza e dall'abitudine a convivere con le cattive notizie.

Dopotutto, ci dice Ovadia, l'ebraismo stesso nasce da una barzelletta: un centenario che mette incinta una novantenne sterile, dando vita ad Isacco (letteralmente "figlio del riso" - la risata di sua madre Sara alla notizia che sarebbe rimasta incinta).

Ma Jacobson non è solo ironia al vetriolo. Le sue parole scuotono il lettore con una miriade di dubbi e domande (spesso senza risposta) e per questo ancor più degne di essere poste, perché contribuiscono a far affiorare i vizi e le (poche) virtù dell'uomo, ma soprattutto la colpa che entrambe spesso possono generare.

Se cercate quindi un libro che vi porti alla parola "fine" senza scossoni, senza farvi capire che siete davvero partiti alla scoperta di qualcosa di diverso, senza che neanche un dubbio si sia infiltrato nella vostra mente, beh, scegliete un'altra guida per il vostro viaggio e decisamente un altro libro.

Per conto mio sto per iniziare il viaggio armato di funi...

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2 commenti:

  1. Avrei voluto passare anch'io a Mantova per il festival della letteratura, ma poi non sono riuscita a passare. Ora leggendo il tuo post mi sembra sia stato ancora di più un peccato!
    In ogni caso cercherò il libro di Jacobson che consigli, non amo molto i viaggi troppo lisci...
    Laura

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  2. Una volta nella vita vale la pena provare ogni festival letterario (o forse era altro da provare?). Quello di Mantova ha sicuramente un carattere europeo, sebbene la presenza italiana sia dominante.
    La principale differenza fra i nostri autori e gli stranieri (soprattutto anglosassoni) sta nell'approccio con i lettori.
    I primi a volte si pongono su un piano differente dal lettore, appartenenti ad un'elite inarrivabile e scontrosa, i secondi dialogano molto apertamente con il lettore, cercando di coinvolgerlo e di fargli sentire le affinità con l'autore piuttosto che le "inarrivabili" differenze.

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