domenica 12 maggio 2013

"I advance for as long as forever is" (Io vado avanti per quanto è lungo il sempre) [1] .



Maree a Laugharne
Il Galles, aspro e malinconico, dalle continue suggestioni che salgono e scendono nell’animo del viaggiatore che si perde in queste terre come la marea, che lenta e gelatinosa tutto inghiotte ed espelle.



Vicino a una delle infinite rovine di castelli che presidiano questa protuberanza di muschi, mucche e isole nell’oceano atlantico, sorge la cittadina di Laugharne (la pronuncia corretta dovrebbe essere ‘larn) dove ha vissuto a fasi alterne, dal 1938 al 1953, Dylan Thomas in una minuscola boathouse. Pochi passi più in là, in qualcosa di molto simile a un capanno per gli attrezzi, il poeta gallese aveva creato uno studio. Poco più di una finestra sulle maree e le sabbie melmose e grigie[2], cui era addossata una piccola scrivania e una scalcagnata stufa, che poco avrà potuto fare contro l’umidità e i venti pungenti dell’inverno gallese.





studio di Dylan Thomas
Laugharne
Da quella finestra il poeta osservava e scriveva, poi usciva a passeggiare nelle strade di Laugharne, registrava, sistematizzava, dimenticava, setacciava parole, le reinterpretava, creando così la Llareggub in Under Milk Wood e molti dei suoi versi.


Proprio da un verso di Dylan Thomas (quello usato come titolo di questo post) parte il romanzo Mandami tanta vita [3] di Paolo Di Paolo, un viaggio attraverso un frammento delle esperienze di Piero (personaggio ispirato alla figura di Piero Gobetti) e di Moraldo, due ragazzi poco più che ventenni agli antipodi.



Piero è sicuro di sé, capace di destreggiarsi tra riviste letterarie da fondare e dirigere, articoli da scrivere, libri da pubblicare, discorsi politici da preparare, perfettamente consapevole del ruolo di rottura e rinnovamento che la società chiede alla sua generazione. Moraldo invece è irrisolto e incerto, a questo richiamo non sa come rispondere e così guarda a Piero, perché lo ammira e lo invidia e lo segue. E il lettore segue Moraldo che spia Piero e così facendo entra nei dubbi del primo e nelle certezze del secondo che osano anche mischiarsi e sovrapporsi, ma che saranno inghiottiti dalla vita che scorre e che attende di capire chi sarà pronto a lottare contro ciò che per tutti gli altri è “giusto” e “deve essere” e chi invece aspetterà che sia qualcun altro a sacrificarsi.


Lottare, sempre, "per quanto è lungo il sempre"[1], come ha fatto Dylan Thomas. Contro l’establishment, contro ogni forma di imposizione, contro la cultura ufficiale del suo tempo che rifiutava la personalizzazione a favore dell’intellettualizzazione del verso. E proprio nella dicotomia fra emozione e intelletto, è racchiuso uno degli elementi più interessanti del libro di Paolo Di Paolo, che si sofferma anche sulla parte più nascosta di Piero, ossia quella emozionale, quella che nel Piero in carne e ossa (Gobetti) spesso era difficile da identificare e che invece nel Piero descritto con l’occhio “moraldesco” non solo esiste, ma a volte decide.


[1] - Verso finale della poesia Twenty-four years di Dylan Thomas, tratto dalla raccolta The Map of Love del 1939.


[2] - «Non riesco mai a rendere giustizia agli infiniti chilometri di melma e sabbia grigia, allo snervante silenzio delle pescatrici, alle strida da anime spregevoli dei gabbiani e degli aironi, alle forme delle mammelle delle pescatrici che penzolano grosse come barili» Estratto da una lettera di Dylan Thomas a Pamela Hansford Johnson, dal saggio Evoluzione della poesia di Dylan Thomas: dall’ ‘io’ all’uomo di Gaetano Zenga – rivista la Capitanata - 2003.



[3] - Mandami tanta vita – Giangiacomo Feltrinelli editore – I Narratori – Marzo 2013.

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