domenica 13 marzo 2016

Sospesi sui fili delle idee di Luca Ronconi


Laboratori Teatro alla Scala
Entrare nei laboratori del Teatro alla Scala di Milano è un privilegio che si comprende del tutto solo dopo esserne usciti. Per arrivare a visitare i 20.000 metri quadrati e i tre padiglioni di quelle che una volta erano le acciaierie Ansaldo e che oggi sono la sede dei laboratori di uno dei teatri più importanti del mondo, si deve attraversare un ponte.

Ponte Porta Genova
Da Porta Genova, la più antica stazione ferroviaria di Milano ancora in uso così come fu costruita nel 1858, si accede a un ponte di ferro giallo-verde con tanto di jeans colorati appesi sopra a sventolare. Mentre lo percorrete, ordinatamente come fanno i milanesi, all’andata sul pavimento dipinto di verde e al ritorno su quello colorato di giallo, capite che state facendo un salto da un mondo, il vostro conosciuto e misurato, a un altro, quello del teatro, dove tutto, ma proprio tutto è diverso da quello che appare. Un mondo dove bisogna rimanere sempre sospesi a mezz’aria. Per questo il palcoscenico è soprelevato rispetto agli spettatori, per permettere a tutti di vedere lo spettacolo, sì, ma anche perché chi percorre quelle tavole la terra non la deve toccare, altrimenti l’incantesimo in cui vive scoppierebbe come una bolla di sapone e noi perderemmo il regalo che attori, musicisti, comparse, scenografi e cantanti stanno per offrirci. Almeno è così che io l’ho sempre vista e non sono il solo. Luca Ronconi, alla cui capacità di regista visionario è dedicata una mostra proprio all’interno dei laboratori della Scala a un anno dalla sua scomparsa (febbraio 2015), diceva: “Il luogo dove dovrebbe avvenire la rappresentazione è la capacità ricettiva dello spettatore. Nego l’oggettività della rappresentazione e ritengo che la vera immagine si produca dentro lo spettatore e non sul palcoscenico.

Chi entrerà nei prossimi mesi nelle ex acciaierie Ansaldo (la mostra su Ronconi chiuderà il 24 maggio 2016) avrà la possibilità di vedere dall’alto gli artigiani che riescono a trasformare i materiali più impensati in alberi, muri, pavimenti, cieli e gigantesche statue con la maestria, l’attenzione e la passione dell’artista,  ma soprattutto potrà solcare sospeso dal suolo (la mostra si sviluppa su una passerella a qualche metro da terra) decenni di allestimenti scaligeri firmati da Ronconi. Dal Wozzeck di Alban Berg del 1977 diretto da Claudio Abbado e con le scene disegnate e realizzate da Gae Aulenti, al Don Carlo di Giuseppe Verdi con i disegni della processione degli inquisitori e i costumi con le pianete ornate di scheletri che vibrano nell’aria a pochi centimetri dal visitatore. Dall’allestimento del Donnerstag aus licht di Karlheinz Stockhausen del 1981 in cui riuscirono a far muovere una bicicletta da sola in scena usando un carrarmato giocattolo a quello dell’Elektra di Richard Strauss del 1994, diretto dal maestro Sinopoli, in cui la protagonista indossava un costume da pavone che lascerà il visitatore senza fiato.  

Vagando fra tale splendore, sforzandosi di capire come facesse Luca Ronconi a immaginare l’intero spettacolo partendo dalla piantina bidimensionale del palcoscenico, forse vi troverete a toccare un’immensa testa di polistirolo, copia di un lavoro fatto dagli artigiani del teatro nel 1985 per l’Aida diretta da Lorin Maazel o forse guarderete in basso, dove tre persone indaffarate stanno dipingendo un fondale di un bosco all’alba e sentirete i vostri piedi sollevarsi da terra. È il tempo di lasciarsi andare, è il tempo del teatro.  




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