domenica 8 giugno 2014

Osservare una palude…di scrittori.

La fotografia necessita di osservazione. Fin qui nulla di eclatante mi direte. Ogni parola ha però la sua “soggettivazione” in chi la emette.
Per Henri Cartier Bresson osservare (e volutamente utilizza questo verbo ben più impegnativo rispetto a “vedere” o “guardare”) vuol dire dedicare tutta la propria attenzione all’oggetto dell'osservazione, trasformandoci in scienziati dalla curiosità insaziabile, capaci di seguire e analizzare il movimento esterno e interno dei corpi che incrociamo. Fare questo impone all’osservatore l’incognito. Guai a far sentire alla preda i nostri passi che si avvicinano, guai a pensare di essere più importanti dell'osservazione che si sta compiendo. Bresson si riferiva ad alcuni suoi colleghi, che riteneva così impegnati a impressionare il pubblico con il proprio lavoro, da fare troppo rumore, spaventare l'oggetto della loro osservazione, ritrovandosi così da soli a contemplare una brutta foto. Qualcosa del genere è accaduto con la pubblicazione su la lettura di un articolo di Franco Cordelli intitolato La palude degli scrittori, in cui l'autore, partendo da alcune metafore che proprio non digerisce nei libri di Giorgio Falco, definisce la letteratura italiana degli ultimi vent'anni «una palude, in cui il bello e il brutto sono detti e sostenuti secondo un percorso prestabilito: pubblicazione (ma pubblicano tutti), recensione, premio.» Il valore, le idee, i principi, la necessità di scrivere perché si ha qualcosa da dire, tutto sembra assorbito da una palude in cui piccoli gruppi di autori (e Cordelli suggerisce interessanti classificazioni) si autopromuovono per massimizzare la loro visibilità e quella dei loro simili, una palude dove sono ormai in pochi a guardare, ancora meno a osservare. All'articolo di Cordelli sono seguite sul corriere.it e in altre sedi molte prese di posizione (da Gilda Policastro, a Paolo Sortino, da Andrea Di Consoli a Gabriele Pedullà) pro o contro (per lo più contro) l’analisi proposta legate, come sostiene giustamente Paolo Di Paolo, più alla frustrazione per essere stati esclusi dalla classificazione ideata dall'autore che alla volontà di capire ciò che ha spinto Cordelli a paragonare quello che dovrebbe essere l'humus creativo di uno scrittore italiano contemporaneo (i libri che vengono pubblicati, recensiti e premiati) a una palude. Ancor meno si è percepita la volontà di spiegare a chi non fa parte di un qualsiasi gruppo di autori ed è solo un “umile lettore”, si dice ne esistano ancora in cattività, se la palude letteraria cui attingiamo può essere ancora bonificata e come.

Ma le risposte a Cordelli saranno ancora tante e c'è da sperare. Qualcuno si ricorderà di osservare, liberandosi dall'individualismo ipertrofico che proprio Bresson deplorava già nel 1961?

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