domenica 15 giugno 2014

I colori di una narrazione. Incontro con Paolo Giordano

È un pomeriggio di luce e vento sottile, quello in cui mi dirigo verso la sede romana dell’Einaudi per intervistare Paolo Giordano. Non ci sono uccelli in volo. Almeno non ne vedo, nemmeno un piccione o un gabbiano, la cui vista non viene mai risparmiata alle macchie di turisti che si spingono fuori dalla metropolitana di Ottaviano per entrare in uno stato (Il Vaticano) dai confini invisibili e dai tesori inestimabili. Forse c’è davvero troppa gente per un uccello del paradiso. Tiro un sospiro e salgo le scale che mi portano a un corridoio stretto e una sala riunione zeppa di libri come di prammatica. Paolo Giordano ha già gli occhi puntati su di me. Hanno la stessa consistenza del cielo romano, per un attimo ti costringono a cercarvi qualcosa dentro.

Dopo aver letto il suo libro Il nero e l’argento vi troverete spesso a guardare il cielo. Mentre camminate per strada, in bicicletta o anche in auto, se siete fra i fanatici del tettuccio trasparente (ed io lo sono). Ciò che cercherete, anzi ciò che vi augurerete di non avvistare mai, è un uccello dal piumaggio azzurro e la coda bianca «filamenti di cotone arricciati al fondo come ami da pesca». Un uccello che la signora A., personaggio cardine del romanzo di Paolo Giordano, ha incontrato e da allora nulla è stato più uguale a se stesso. Una donna ostinata, saldata alle sue certezze (più da offrire agli altri che da tenere per sé), un riparo sicuro per la famiglia costituita dall’io narrante, sua moglie Nora e il loro figlio Emanuele, «un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia». Una quercia che all’improvviso ha iniziato a oscillare, mostrando alle braccia che la cingevano un lato di se stessa che nessuno, fino a quel momento, aveva voluto osservare.

Mi piacerebbe iniziare la nostra chiacchierata con Paolo Giordano proprio dal personaggio della signora A., per chiedergli perché ha dovuto creare questo personaggio e quanta della sua inconsapevole capacità di solidificare le incertezze altrui ha mai ritrovato in una persona reale.

Una signora A. c’è stata davvero nella mia vita e mi ha accudito, come ha fatto la signora A. nel romanzo con la famiglia dell’io narrante. Una figura e un legame di cui non ho compreso la profondità fino a che non sono venuti meno. Si possono trovare tanti tipi di sostegno pagando, ma trovare una persona che non sia solo un aiuto tecnico operativo e fornisca un supporto più ampio, che sappia creare per te un luogo protetto, è molto difficile. E quando avviene, sembra essere del tutto casuale e non sapresti come ricrearlo. Anche la mia signora A. era vedova, come il personaggio che ho creato e sentivo che se non avessi usato la scrittura avrei rischiato di perderla. Era importante lasciare una traccia.

L’esigenza di lasciare una traccia è un tema molto presente nel suo libro, questa necessità cui tutti tendiamo eppure spesso decidiamo di trascurare.

Sì, sa essere anche molto cattiva. Tutti ci siamo trovati o ci troveremo ad assistere alle lotte fra i parenti, dopo la scomparsa del “caro estinto”, per accaparrarsi i suoi oggetti, anche i più inutili, oggetti di cui non si percepisce il valore intrinseco, ma solo quello materiale. Spesso si combatte solo per l’appropriazione della memoria di una persona. Lì si scatena una parte tremenda dell’animo umano. Volevo che fosse un monito anche per me stesso. Per prepararsi a disporre una memoria di se stessi che non sia affidata alla casualità.

Penso subito all’io narrante che scopre, molto dopo la morte della signora A., all’interno di un mobile che lei gli ha lasciato in eredità, dei ritagli di giornale. Allora prova a metterli in connessione per capire qualcosa di più del mondo interiore di quella donna e pensa che quello stesso lavoro lo potranno fare anche i suoi discendenti e magari darsi una spiegazione diversa, ma cosa troveranno fra le sue cose? Un disco fisso di un PC che non riusciranno a leggere.

Ricordo che ero nel mio studio. Mi sono fermato a osservare ciò che avevo intorno. E ho pensato: cosa si capirebbe di me se in un momento non esistessi più e tutto rimanesse nelle “mani” degli oggetti che ho posseduto? Cosa capirebbero di me gli altri? Allora ho cominciato a riflettere sulla mia volontà di essere cremato, sul fatto che non vado mai in un cimitero, che non credevo in questo rituale. E mi sono chiesto: è davvero questo che vorresti? Forse quell'idea del contatto materiale fra i vivi e i resti di qualcuno è più forte e utile di quanto pensavi.

Qualche mese fa ero a Londra. Ero in visita al cimitero di Bunhill Fields a Islingtone, oggi completamente inglobato nel territorio urbano. Esemplificativo di un approccio anglosassone molto diverso dal nostro. E mentre mi avvicinavo alla tomba di William Blake, nel mio pellegrinaggio personale, osservavo le famiglie che facevano i pic-nic all’interno del parco del cimitero, una signora che dipingeva, qualcuno che appoggiava una piantina di rose gialle alla base della tomba di Blake. Intorno a me c’era vita, giunzione fra vita e morte, fra vita e ricordo molto forte.

A me è capitato di andare a passeggiare a Montparnasse, anche lì in piena città, alla ricerca di alcune tombe eminenti. Non ho provato angoscia, ma serenità, forse anche il non sentirsi recintato all’interno di un luogo che nessuno vorrebbe vedere o visitare, come accade spesso in Italia, ti cambia la prospettiva. Probabilmente il rapporto con la fine della nostra vita sarebbe un po’ più sano se avessimo questo approccio verso il luogo che testimonia la fine altrui.

Su Sul Romanzo e su minima & moralia la versione integrale dell'intervista a Paolo Giordano.

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