domenica 3 dicembre 2017

La Malura di Carlo Loforti


Leggere Malura, romanzo di Carlo Loforti (edito da Baldini & Castoldi), non è stato un compito semplice, ma si è dimostrato un ottimo esercizio per mettere in discussione le proprie idiosincrasie. In Malura si parla di Sicilia (e anche un po’ di Calabria) e ciò attiva tutta una serie di stereotipi su una terra rovente e caotica, ricca di tradizioni musicali, enogastronomiche, linguistiche e comportamentali che ha generato geni indiscussi della nostra letteratura (Pirandello per me fra tutti), foraggiando ahimè anche molta letteratura di ‘genere’, che poco si distingue dai sistemi seriali monodimensionali a cui la televisione ci ha abituato. Il rito sociale è così diventato macchietta, la ricchezza fonetica e semantica si è tramutata in tic grottesco e la straripante tradizione culinaria siciliana si è ridotta a elemento puramente decorativo. Per questo avvicinarsi a un testo che fa della sicilianità la sua essenza fondante è diventato rischioso, il lettore smaliziato è ormai appostato a ogni angolo di pagina per cogliere sul fatto l’ennesimo clone di Camilleri. 


Partiamo subito da una buona notizia: il protagonista (Mimmo Calò) non è un investigatore/ poliziotto/PM/avvocato/signore anziano con la passione per i misteri. È  un radiocronista ex-carcerato, che si ritrova, alla fine della sua pena, come di solito si trovano le persone nella sua situazione: solo. Lo incontriamo davanti al carcere dell'Ucciardone, dopo tredici mesi di detenzione per una "leggerezza". Nessuno dei suoi cari ad attenderlo: la moglie Barbara, «clessidra umana,  programmata per mettere ansia», lo ha lasciato, la figlia Carla lo rifiuta, il suo migliore amico Pier Francesco sembra averlo dimenticato. 
L’unica compagna che gli resta sempre vicina è la malura, l’ora cattiva, quella della crisi profonda, in cui basta una scelta per portarti a compiere l’ennesimo errore. Ed è proprio questo sentimento, questa versione cruda, sguaiata e vorace della saudade di Tabucchi e di Pessoa, che Loforti sparge senza paura sul percorso del lettore, come sale grezzo in una tempesta di neve emotiva in cui Mimmo, insieme ad altri due prigionieri della malura (il padre del protagonista e l’amico ritrovato), sembra muoversi senza una direzione precisa, con il solo obiettivo di sopravvivere. 


Inizia così un viaggio che porterà i tre personaggi dalla Sicilia alla Calabria, alla ricerca di una ragione per continuare a stare insieme. Su una scassatissima Ritmo dell'88, con la musica dei Pooh, Mietta, Zucchero e Bob Dylan in sottofondo, Loforti mette in scena una sequela di situazioni tragicomiche (minacce, furti, litigate, innamoramenti) fino alla rivelazione definitiva, forse un po’ troppo semplicistica, che i viaggi, come gli esami, non finiscono mai («Siamo tutti piume di serenità con lo scirocco a 120 km orari»).



I personaggi di Malura, descritti da Loforte con uno stile asciutto e sarcastico, sono innumerevoli e diversissimi: dai mafiosi come Santoro, che speculano sul calcio scommesse, alle ‘femmine allupate’ come Giovanna e Paola, fino alle madri anziane desiderose di un'ultima occasione e alle figlie dispettose, opportuniste e maliziose («avere una figlia è come trovarsi nel bel mezzo delle giostre medioevali, è tutta una serie di prove pericolose per conquistare il suo cuore, nelle quali potete morire da un momento all'altro»). E se questo offre al lettore una caleidoscopio umano a cui aggrapparsi durante la tempesta, si ha spesso l’impressione che alcuni personaggi meritassero un maggiore approfondimento. Ma la Malura è così, concede al lettore un morso o due di tutte le storie che avrebbe da narrare e non di più. Lo vuole affamato, forse per potersi rimproverare di non aver mai assaggiato lo "sfincione" (pizza siciliana molto lievitata con pomodoro e cipolla), di non aver mai visitato Pollina («un paese infilato fra le nuvole») o Gioia Tauro, dove Mimmo si accorge che «la vita comincia quando rinunciamo a qualcosa, scoprendo che falliremo. Rincorrere è inutile, studiare soluzioni è inutile, disperarsi è ancora più inutile».        


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