domenica 24 marzo 2013

Lezioni d’equilibrio. Siti e Piperno a confronto.

C’era una volta un attore che non piaceva al suo regista, per questo provava e riprovava, ma il regista non era mai contento, finché gli fu chiesto se possedeva una bicicletta. L’attore perplesso guardò il suo regista in cerca di un indizio sulla serietà della domanda. Poi si fece forza e disse che sì, aveva una bicicletta. Il regista allora gli chiese di tornare il giorno dopo con la bicicletta e di recitare la scena restando in equilibrio senza usare le gambe. L’attore lo fece e dopo molte prove e molte cadute il regista gli disse che era finalmente pronto a girare la scena senza bicicletta.


Ecco, lo stato di equilibrio instabile con cui si è dovuto confrontare l’attore in questione (aneddoto narrato da Bulgakov in cui si riconosce Stanislavskij), è lo stesso in cui Walter Siti, in un colloquio con Alessandro Piperno sul realismo in letteratura durante l’ultima edizione di Libri Come, ha dichiarato di vivere mentre scrive. Un corpo a corpo fra realtà e realismo, fra riproduzione fedele e sbavatura voluta e sofferta della realtà che rende, questa e non la prima, davvero vivo un personaggio o una storia. Spinto da Piperno a dichiarare la sua scarsa dipendenza dalla ricerca psicologica del personaggio (in alcuni casi vera e propria avversione), Siti collega questa scelta anche alla sua predilezione per la prima persona e il tempo presente, perché «devo essere io il primo a crederci, a muovermi nella storia e a sorprendermi per qualcosa di inatteso che accade. Non m’interessa capire ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo.» Antitetica la visione di Piperno, per il quale l’analisi psicologica del personaggio, la sua storia pregressa, le ragioni che lo hanno portato a comportarsi in un certo modo, le sue colpe e le sue paure prevalgono sul presente, facendo sentire tutto il loro peso sulle azioni, ecco quindi la predilezione di Piperno per i tempi imperfetti, tempi dove tutto è già compiuto, anche se deve ancora essere nel flusso narrativo.

Biciclette diverse quelle scelte dai due autori, ma percorsi altrettanto complessi per riuscire a rafforzare nel lettore quell’idea di verosimile su cui si regge gran parte della nostra letteratura. Anch’essa in equilibrio instabile, sospinta da ogni dubbio, metafora o metonimia che lo scrittore sa gonfiare, pur di arpionare il lettore alla storia e all’esplorazione degli scalpitanti egoismi umani.

Ascoltando la dicotomia della bicicletta sitiana viene alla mente l’intervista di qualche settimana fa a Philippe Djian, autore francese, famoso per il suo 37°2 al mattino (edizioni Voland, 2010), che sosteneva che per lui la storia non è importante, «è un po’ come un campo da gioco. Può accadere qualsiasi cosa.» Ciò che davvero conta, ci dice Djian, è la lingua e il lavoro che lo scrittore sa fare con essa, oltre questo non c’è null’altro.
Chissà cosa ne penserebbero Siti e Piperno?



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