domenica 22 ottobre 2017

Tutto è ancora possibile nel mondo di Elizabeth Strout



Con Tutto è possibile, raccolta di racconti pubblicata in Italia da Einaudi (traduzione di Susanna Basso), Elizabeth Strout ci riporta nel mondo di Lucy Barton (protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2016) e nel paesino di Amgash in Illinois, in cui Lucy è cresciuta e da cui è fuggita per trovare la vocazione di scrittrice a New York. È proprio il libro di Lucy Barton, in bella mostra nell’unica libreria di Amgash, ad attivare un flusso di ricordi incrociati nei suoi concittadini. 


Come accade nel romanzo Lucy Barton, anche in questa raccolta di racconti la Strout fa fare ai suoi personaggi una corsa accidentata fra i loro ricordi, lasciando che rimbalzino sulle loro vite ‘comuni' e apparentemente ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper fatto di carne. E non c’è scampo per le emozioni dei personaggi che si amplificano in un gesto su cui la Strout punta il microscopio, risucchiando nel buco nero della memoria e del rimpianto intere vite. Ma dopo il rifiuto, la rabbia e il dolore, i suoi personaggi trovano sempre un appiglio per tornare alla luce, acciaccati ma consapevoli e più forti. E sono i personaggi femminili, come spesso accade nelle storie della Strout (pensiamo alla sua eroina più famosa: Olive Kitteridge), quelli su cui la scrittrice punta più spesso il microscopio. Personaggi che la voce narrante ci presenta come trincerati in una mediocre normalità da cui non vogliono uscire, ma che inaspettatamente superano, raggiungendo il punto di non ritorno nelle loro vite. E nel farlo sono pronte a gestirne le conseguenze, dimostrando così una forza interiore che lascia il lettore ammirato e atterrito. Per creare questa alchimia narrativa la Strout non esita a usare lunghi flashback, che si intrecciano gli uni sugli altri, congelando il flusso temporale della storia principale, mettendo a dura prova il ritmo della narrazione. Ma il punto di rottura narrativo, a differenza di quello emotivo, non viene mai oltrepassato, portando il lettore a seguire le staffette di ricordi dei personaggi senza riuscire a staccarsene.


Fra i vari personaggi presentati al lettore dalla Strout, Patty Nicely, protagonista del racconto Mulini a vento, merita una menzione speciale. Donna amabile, come il suo cognome, tutor psicologico in un liceo, vedova di  Sebastian, uomo altrettanto amabile, morto cercando di dare il minor fastidio possibile, percorre una vita senza sussulti. Poi una sensazione si impossessa di lei, «la sensazione di avere un pezzo di caramella gialla, tipo una mou, appiccicata in fondo alla bocca». Una sensazione dolcemente fastidiosa, su cui la Strout costruisce un possibile futuro alternativo per Patty. Un futuro che parte dai suoi ricordi e le fa capire che il marito che aveva amato e odiato, perché incapace di avere rapporti intimi con lei, privandola così di una maternità a lungo idealizzata ed esponendola alle voci del paese («la gente non vede l’ora di sentirsi superiore agli altri»), era «la sola guaina» capace di proteggerla dal mondo. E allora la paura di aver sprecato tutta la propria vita si asciuga, lasciando posto alla consapevolezza di poter fare ancora qualcosa per gli altri, di essere nicely nonostante tutto. 


Ecco che il lettore ha una rivelazione: il panico che guizza in corpo ai personaggi della Strout, «come un pesce in risalita del torrente», è lo stesso che si dimena nello stomaco di tutti noi quando torniamo a casa la sera e un gesto compiuto migliaia di volte ci aggredisce con «una differenza pressoché insostenibile». La nostalgia ci invade e ci annulla. Ma è proprio in quel momento che la Strout ci viene in soccorso, dimostrandoci che a prescindere dall’età, dalla forza o dalle nostre certezze, tutto è ancora possibile.




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